Afterhours - Londra - Barfly Live report, 29/01/2007

07/03/2007 di

(Manuel Agnelli - Foto di Chiara Meattelli)

Ad oltre un anno dall’uscita delle “Ballads for Little Hyenas”, discussa versione anglofona del loro ultimo disco, gli Afterhours di Manuel Agnelli arrivano a Londra, al Barfly di Camden, per la prima di una serie di date in terra d’Albione. Un’ottima occasione per vedere la band davanti a un pubblico non suo, e sicuramente più critico. Rockit ci doveva essere, Benedetto Delle Piane racconta come è andata.



Sarà che uno non ci si rassegna proprio mai a quanti italiani si trovino all’estero, ma, complici anche le recensioni positive trovate qua e là sulla stampa inglese, al primo concerto inglese degli Afterhours, per qualche minuto mi sono illuso di trovare una sparuta manciata di italiani in mezzo ad una maggioranza di inglesi.

Invece è chiaro fin dalla coda all’ingresso come gli equilibri siano differenti: il numero di inglesi presenti impallidisce di fronte alla rappresentanza italiana. La cosa lascia perplessi anche considerando la presenza di (niente meno che) tre supporting acts, decisamente incongruenti col main act; dei tre l’unico degno di nota è Indi Forde, eclettico chitarrista/cantante il cui talento è inversamente proporzionale alla sua dimensione.

Poco dopo le 10, con un rispetto degli orari annunciati di gran lunga più anglosassone che italiano, Agnelli approccia il palco del Barfly con la sicurezza che gli è propria (alcuni direbbero spocchia) e senza troppi preamboli si attacca a suonare. La scaletta è diversa da quella che gli Afterhours hanno portato in giro durante gli ultimi due anni, e ovviamente all’inizio fanno la parte del leone le versioni in inglese delle “Ballads for little hyenas”.

Man mano che il concerto procede, energetico e inclazante, Manuel e soci passano ai pezzi in italiano, privilegiando rodati cavalli di battaglia come “Non si esce vivi dagli anni ’80” o “Bye bye Bombay”. Sarà che si è lontani da casa, sarà che il locale terrà si e no 350 persone ed è strapieno, sarà che il pubblico è a mezzo metro, ma gli Afterhours mettono a segno un concerto molto più cattivo e meno pettinato di quanto non gli abbia visto fare in Italia. La confidenza che viene da tutti i mesi passati in tournée è certo rilevante, ma l’impressione è che essere di nuovo in una dimensione più raccolta abbia un peso considerevole per Manuel e soci, specie trattandosi una band che nel bene e nel male ad ogni passo ha molti occhi puntati addosso.

Di fronte ad un pubblico più piccolo ma comunque molto reattivo, gli Afterhours si lasciano andare più che sul patrio suolo e non fanno prigionieri. Lasciando poco spazio a momenti più raccolti (praticamente solo “Come vorrei”), la carta giocata è quella dell’energia, coi risultati migliori sul finale di concerto (su tutte “Voglio una pelle splendida”).

Qualche residuo tentativo di adeguarsi al fatto che in fin dei conti si è all’estero, e se non dici fuck non sei cool, ma la serata pende in modo oramai irrimediabile verso l’italianità, e quindi dopo un paio d’ore: denghiu, ladies and gentlemen, Manunel has left the building.

Certo, l’impressione è un po’ di aver visto un concerto ad Anghiari, ma tant’è, è stato un bel concerto di rock and roll col volume alto e le chitarre buttate per terra, ed è questo quello che volevamo, no?



Commenti (3)

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  • Giulio Pons 07/03/2007 ore 22:37 @pons

    bene, son contento. peccato però che fossero tutti italiani... ma gli inglesi lì presenti come ti sembravano? interessati o no? apprezzavano o no?


    (Messaggio editato da pons il 07/03/2007 22:40:19)

  • dabeat 09/03/2007 ore 02:06 @dabeat

    chi c'era in linea di massima ha apprezzato, ma non saprei dirti nel dettaglio, anche perchè c'era calca e non sempre era possibile distinguere italiani e inglesi...

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