24 Grana - Lungomare - Scalea Live report, 12/08/2005

30/09/2005 di Antonio Rettura



L’estate è già un ricordo. Nella testa sono echi di storie, viaggi, amori e pigrizia da mutare ora in quotidiana efficienza. E’ con gioiosa curiosità e un po’ di nostalgia che mi metto a rileggere questi fogli di quaderno scribacchiati a nomi di canzoni e a pensieri, tra viaggi, amori e pigrizia. Eccovi quindi questo racconto di un concerto di mezza estate.

A Scalea, paese costiero della Calabria tirrenica già in odor di Lucania, la band partenopea gioca pressoché “in casa”. Infatti le località marittime della Calabria nord-occidentale durante la bella stagione sono popolate per gran parte da vacanzieri campani.

Dopo l’uscita dell’ultimo “Underpop” – la cui svolta stilistica non è stata unanimemente apprezzata dal pubblico – non avevo ancora avuto occasione di ascoltare dal vivo i nuovi brani, perciò io e altri quattro fidati amici abbiamo deciso di imboccare la statale 18 direzione nord. Centottanta chilometri di curve per due ore e mezzo di viaggio, con le lattine di birra davanti i bocchettoni dell’aria condizionata.

L’area del concerto è sul lungomare. Nonostante l’ingresso sia libero il pubblico non supera le duecento persone. Fa un caldo disumano, che in vita mia raramente ricordo di aver provato. Sono le dieci e ci saranno quaranta gradi.

Dopo il breve intervento di un gruppo spalla locale – di cui, chiedo venia, non ricordo il nome – i 24 Grana uno per volta guadagnano il palco. Dal pubblico salutano battendo le mani e chiamandoli per nome: sono pochi ma si vede che la maggior parte sono “fedelissimi”. Quando - per ultimo - sale Francesco Di Bella, esordisce con un ironico “Ciao guaglio’! Scommetto che qui siete tutti calabresi!”. Francischìallu ha in testa il suo classico cappellino, sembra un po’ dimagrito e “tiene il palco” col solito modo di fare a metà fra il timido e l’allucinato.

I primi brani sono tratti dal repertorio classico, specialmente da “K-Album” e “Metaversus”, probabilmente il “figlio” prediletto del quartetto napoletano. Non a caso il disco è stato da poco ristampato, arricchito da un Dvd contenente tutti i videoclip, le interviste, foto e alcuni backstage .

Mi emoziono. Quando ascolto brani come “Le abitudini” o “Resto acciso” mi sorprendo a dondolare con gli occhi socchiusi e i pensieri lontani. Seguono alcuni dei dubboni di “Loop” come “Perso into o cavero”, che dal vivo diventano ancora più ipnotici, grazie anche all’interpretazione sempre intensa del vocalist, il cui timbro sembra con gli anni guadagnare in espressività e versatilità.

Francesco Di Bella, come si diceva prima, sa tenere il palco e riesce a trasmettere con pochi gesti – con naturale maestria da attore di teatro – quell’onda, quella vibrazione che rinchiude in se tutto il senso delle diverse trame.

Ero molto curioso di sapere come suonassero i nuovi brani dal vivo, e devo ammettere che il mio iniziale scetticismo è stato smentito dall’ottimo sound - energico e sicuro – con il quale il quartetto napoletano mette in scena i nuovi pezzi. L’egregia resa live dei brani di “Underpop” suona quasi come un riscatto per quelle – secondo alcuni non felicissime - scelte di mixaggio e arrangiamento adottate nel disco che, probabilmente, lo hanno un po’ penalizzato.

”Canto pe’ nun suffrì”, “A Cascia” e “Giornata psicologicamente impossibile” riescono a smuovere nel pubblico persino coloro che si erano creduti vinti dal torpore dell’afa. Poi è il momento di “Vesto sempre uguale” e parte un pogo che più sudato non si può.

Francesco Di Bella si è tolto il cappello, ha la camicia sbottonata e la faccia rigata da gocce quando saluta tutti con un “buonanotte guaglio’!” e introduce l’ultimo brano “Stai mai ccà”.

Sopra e sotto al palco nessuno ha più fiato quando i 24 Grana lasciano il palco, tant’è che non mi pare di sentire nessun “fuori!”. Comprensibilmente la band non ritorna in scena, e tempo cinque minuti lo spiazzo si svuota. E’ una diaspora verso il refrigerio di onde, fontane, gelati e birre fresche.

Il ritorno è una serie infinita di curve che talvolta sembrano sospese nel mare. Le voci dei compagni di viaggio si spengono pian piano e mi ritrovo quasi solo, sulla strada contro i chilometri ed il sonno. Solo Gloria mi tiene sveglio con il suo canto gioioso un po’ stonato ed i suoi occhi vispi che si illuminano nello specchietto retrovisore alla luce dei fari che incrociamo, di tanto in tanto.



Per il tour estivo la band partenopea ferma il suo furgone a Scalea, in Calabria. In quella serata di scirocco e caldo africano per Rockit c’era Antonio Rettura.

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati