«Scrivo, maspero di smettere presto». Quando parla della sua musica, Zeno parte dalle prime parole che ha detto al suo psicologo. Non è una dichiarazione di resa: scrivere, per lui, significa tornare in punti di sé che preferirebbe non dover visitare così spesso. La musica, dice, «è un diavoletto sulla spalla» che può decidere se alimentare o meno: una valvola di sfogo che per sua natura non conosce orologio né calendario. A volte apre Ableton, molto più spesso lo richiude: nell’ultima settimana gli è capitato una volta sola, quasi per sbaglio, perché di tempo non ce n’è mai. Zeno è un producer e montatore del suono romano. Si divide tra gli studi al Centro Sperimentale, dove studia per diventare fonico, e la creazione di tracce per corti e progetti individuali. Ha recentemente pubblicato il suo primo lavoro, interamente e scritto e prodotto da lui, Dolce declino, disponibile su Soundcloud. Lezioni, lavoro sui corti prodotti a scuola e i primi incarichi esterni di montaggio del suono. «Hanno una loro musicalità», dice, «ma non sono equiparabili alle nottate passate dietro una stesa».
Per fare musica restano i fine settimana e la notte, «quando so che anche se faccio le cinque di mattina, il giorno dopo posso dormire», dice. Ma soprattutto «quando mi viene una bella idea e se non la registro rosico, perché la mattina dopo l’ho già dimenticata». La musica gli rimane addosso nello studio improvvisato in salone e sui set: a volte un corto, una persona incontrata al lavoro o un’immagine vista durante una giornata diventano il punto da cui parte un brano. «Dipende dai momenti della vita: alle volte darei alla musica tutto di me, anche il mio corpo se potessi, e altre volte invece pensi “Magari mi ci metto”, ma lo sai che non è il momento giusto». Così è nato anche il suo ultimo lavoro, scritto e prodotto da solo negli ultimi anni ma mai finito come avrebbe voluto. Su SoundCloud è rimasto quello che Zeno chiama«un cantiere» più che un album: «A un certo punto ho capito che non avrei avuto più tempo da dedicargli. Tanto valeva metterlo fuori, invece di lasciarlo a prendere polvere nelle cartelle del pc».

Zeno può lasciare una canzone nel computer finché non torna il momento giusto. LeEMSAISI, invece, non possono permettere che il loro progetto resti fermo troppo a lungo: per una band, una pausa rischia di costare una prova, un concerto, una possibilità, un pezzo di energia da ricostruire. Se una delle tre non riesce a esserci, le altre provano a coprirne il vuoto. «È un progetto a cui teniamo davvero tanto e che ci rappresenta più di ogni altra cosa: come potremmo accantonarlo?», dice Claudia, che assieme a Margherita e Costanza ha fondato la band durante il laboratorio musicale del liceo, quando si sono dette che potevano scrivere qualcosa di loro invece che proporre per l’ennesima voltaRolling in the Deep al saggio di fine anno, scherza Costanza. A sette anni dalla maturità, con tre percorsi di laurea differenti alle spalle, progetti Erasmus in giro per il mondo e lavori che occupano giornate molto diverse, le EMSAISI continuano a ritagliarsi tempo per prove, studio, contenuti e concerti.

«La chiave è coprirsi le spalle a vicenda», racconta Margherita, «quando una di noi non riesce a dare il 100% le altre danno il 150». Coprirsi le spalle non è soltanto una formula affettiva. Vuol dire fare a turno con prove, messaggi, promozione, studio, contenuti, spostamenti; tenere in moto una piccola macchina che, fuori da loro, non ha quasi nessuno a farlo. Da fuori si vedono Aria e Niente di serio, la vittoria del Premio Bindi, i palchi. Da dentro, soprattutto, si vede il lavoro che precede e segue ogni uscita. «Manca completamente quella sicurezza materiale e psicologica che serve per fare di questo impegno un lavoro», continua Costanza, «scriviamo, suoniamo, proviamo, compriamo strumenti, investiamo nel progetto e non solo non veniamo pagate, ma anche chi lavora con noi spesso fa la stessa fine». Accanto alla band ci sono altri lavori e, soprattutto, famiglie che rendono possibile attraversare una fase in cui il progetto assorbe risorse senza restituire ancora un reddito. «Oggi facciamo ancora fatica a definirlo lavoro», racconta Margherita, «perché ti obbliga allo sforzo fisico di un lavoro ma non ti dà ciò che serve per sopravvivere».
Per le EMSAISI il denaro è la condizione che manca perché la musica possa smettere di essere un lavoro gratuito. Emiliano, invece, a un certo punto ha deciso che non avrebbe chiesto al rap di mantenerlo: non voleva che la necessità di guadagnare decidesse cosa potesse o non potesse scrivere. Aveva provato a viverci, investendo tempo e denaro in studi, produzioni e pubblicazione. Il rap era nato ascoltando la scena urban italiana e, prima ancora, come una lingua privata. «Per me la musica all’epoca era una cosa pura, mia», racconta, ma era anche un modo per riconoscere nelle proprie battaglie qualcosa che apparteneva ad altri. «A un certo punto ho capito che volevo fare con gli altri ciò che il primo Izi aveva fatto con me quando ero pischello: la mia musica doveva far sentire compreso chi ascoltava, lo doveva aiutare». Più cercava di far crescere il progetto, più gli sembrava che trasformarlo in un lavoro rischiasse di alterare proprio ciò che lo aveva spinto a iniziare.
Romano, oggi è più che altro un videomaker che non ha mai abbandonato la passione per la musica. Dapprima suona, poi si sposta sulla scrittura, che lo introduce nel mondo del rap underground della capitale. Oltre ai featuring, ha pubblicato Delorean, il primo album in studio. «Oggi sono arrivato a un punto in cui mi sono chiesto che senso avesse farmi il sangue cattivo per vedere che quello che creavo con le mie mani veniva sporcato dai compromessi, dai manager o dall’etichetta», racconta. Poi ha capito che scrivere non era l’unica cosa che gli riusciva bene: «Crescendo ho scoperto che sapevo anche girare e montare i video e che ero un buon fotografo», due attività che gli danno da vivere. Il rap, invece, «resta una valvola di sfogo immensa e la cosa a cui devo di più in assoluto nella mia vita». Ma quando serve, non a comando.

«Se fai della tua passione un lavoro, non lavorerai un giorno della tua vita», recita la massima. Nel racconto di Zeno ed Emiliano, il rischio è piuttosto che la musica smetta di assomigliare alla cosa da cui erano partiti nel momento in cui deve seguire un calendario, trovare un pubblico, restituire qualcosa a chi ci ha investito. Le EMSAISI non la vedono allo stesso modo. Per loro il progetto chiede già lo sforzo, le ore e la disciplina di un lavoro: quello che manca non è la passione, ma la possibilità di non farla dipendere dal tempo rimasto dopo tutto il resto.
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L'articolo Ma la musica è un hobby o un lavoro? di Lavinia Ceci è apparso su Rockit.it il 2026-10-30 14:29:00

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