Qualche settimana fa avevo proprio voglia di una bella doccia di merda bollente e così, kamikaze, ho digitato sulla mia bella tastierina uno dopo l'altro i tasti che mi avrebbero condotto nel mezzo della bufera escrementizia. Ma come, scrivevo (mi sto autocitando, il prossimo step è la giacca di pelle e un cartellone con Giorgio Gaber sullo sfondo), vi lamentate dei biglietti (da 115 a 230 euro) di Marco Mengoni in un piccolo club e siete disposti a pagare la stessa cifra per gli Oasis in uno stadio?
Ovviamente l'attenzione si è subito spostata sulla dicotomia Mengoni-Oasis, che non è minimamente il punto della questione. Anche perché non è che più un artista è bravo, o famoso, o qualsiasi altra cosa, più può farsi pagare. Come siamo arrivati anche solo a pensarlo, mioddio. Una volta appurato che – su scale completamente diverse, ovviamente – che sia Mengoni sia gli Oasis hanno un pubblico disposti a pagarlo, il ragionamento (a patto di essere ancora disposti a farne uno, e che cazzo) dovrebbe andare sui costi di produzione e sulle marginalità di uno spettacolo. Senza avere dati a supporto, penso che gli Oasis e chi per loro e con loro abbiano marginalità monstre su questo tour, abbiano insomma deciso "di fare pagare il proprio ritorno" ai suoi amati fan, Mengoni oggi ne ha molto, molto meno. Tipo non zero, ma nemmeno troppo distante. Nuova doccia di merda in arrivo.
Ne eravamo convinti e ne siamo ancora più convinti dopo aver assistito alla data zero del nuovo show di Mengoni. Si chiama Allo Sbagliato ed è un esperimento – non inedito del tutto, ma nuovo nella portata per il nostro Paese, quello sì, oltre che coraggioso – di residency che ha trasformato temporaneamente il Teatro Principe di viale Bligny a Milano – un locale centenario, un tempo luogo sacro della boxe cittadina – in una specie di speakeasy dove ascoltare musica live. Ventisei serate di Mengoni più altre di colleghi (con un'ottima selezione di protagonisti della nuova scena) e stand up comedian, che riempiono ogni serata fino al 19 dicembre.

Salgo subito in galleria, circa 200 posti, quasi tutti con ottima visibilità. Sotto di me un centinaio scarso di posti con sedute (dove ci stanno la Clerici, Checco Zalone, Cracco e Myss Keta: sembrano i nomi che scorrono in un trailer di Maccio Capatonda), dietro altri 200 o poco meno in piedi, davanti al bar (visibilità ok, forse non fantastica). Dietro al palco, che non esiste, pochi fortunati (i mitologici super fan?) si possono godere la prospettiva rettale dello show. Il palco non esiste, si diceva: Mengoni e band sono per terra, su una vasta distesa di tappeti, a muoversi (poco) tra selve di cavi e strumenti. Colpo d'occhio di tutto ciò: topperia (come direbbe un'eccentrica signora in seconda fila).
In tutto i musicisti sono in 12, vestiti super informali. Riportiamo i loro nomi perché meritano, e perchè in questo show fortunatamente sono davvero messi al centro. Giovanni Pallotti al basso, Davide Sollazzi alla batteria, Peter Cornacchia alla chitarra (i tre compongono la formazione storica di Mengoni), Benjamin Ventura al pianoforte (bravissimo, e non lo scopriamo oggi, vedi esperienze con Frah Quintale, Giorgio Poi e altri: è la vera anima musicale del progetto) e Nicola Peruch all'organo sono affiancati da tre coristi – Moris Pradella, Yvonne Park e Alice Tombola – e da una sezione fiati composta da Daniel Ventura al sax tenore (a un certo punto rappa pure, grande momento), Beppe Scardino al sax baritono e Mirko Cisilino a trombone e tromba.
Ora avete qualche elemento in più. 12 elementi (più l'affitto, più la produzione, la logistica, varie ed eventuali), 500 posti a sera, da 115 a 230 euro a ticket. I calcoli fateli voi. E dite se Mengoni non ci avrebbe guadagnato di più a fare uno o due palazzetti, per non parlare di stadi. Se volete parlare invece di gusti musicali, buttiamo giù la maschera. Non sono un fan di Marco Mengoni, mai stato e verosimilmente non lo sarò mai. Ed è proprio questo, credo, che mi fa apprezzare uno show dove fan service ce n'è davvero poco.
Non avevo particolari aspettative, non c'erano quei due o tre pezzi che volevo sentire per forza. Quindi il fatto che – come annunciato ampiamente – la scaletta fosse improvvisata (e la cosa sia stata rimarcata più volte, pure troppe, nel corso della serata) e non prevesse le super hit non ha destato in me particolare scompiglio. Se fossi stato un fan – pagante –, forse, la questione sarebbe stata diversa (ma questo dovete chiederlo a lui/lei). Mengoni ha fatto una ventina di pezzi in due ore e più di show, divise più o meno equamente tra brani suoi (la maggior parte b-side più qualche semihit, in assenza o quasi dei brani più nazionalpop) e cover della tradizione anglosassone. Si comincia con “Canzone triste”, “Questa notte” e “Fuoco di paglia”, poi arrivano “Can I Call You Rose”, “Proibito”, “Calci e pugni” e “Un fiore contro il diluvio”. La parte di repertorio personale si alterna alle canzoni che hanno formato il suo gusto musicale: “Jealous Guy” di John Lennon, “How Deep Is Your Love” dei Bee Gees, “Son of a Preacher Man” di Dusty Springfield. Ci sono anche “Proteggiti da me”, “Fate”, “In due minuti”, “Non passerai”, “Cambia un uomo”, “Take Your Time”, “Who's Gonna Save My Soul”, “Gravity”, “Every Little Bit Hurts” e “Due nuvole”. In chiusura, “Giornate perse”, il singolo che anticipa il nuovo album. Il repertorio, però, pare cambierà ogni volta. Hanno provato 60 pezzi, che Mengoni pesca "a caso" dal blocco degli spartiti scuole medie style davanti a sé.
Che dire. Voce spaventosa (con le spie), e che un posto del genere, dove chiunque è letteralmente attaccato al palco, valorizza tantissimo. Band di cristo, senza sequenze, senza click, tanti assoli, arrangiamenti molto belli, pezzi che si fondono tra loro, impro, divertissement. Una serata di musica di livello alto insomma, dove ogni elemento arriva pulito, ha il suo spazio, si distingue alla perfezione. La matrice è soul, blues e r'n'b, lo standard è jazz, ma si varia abbastanza sul tema.

Fino a qui tutto bene. Quante volte ci capita tutto questo? E quante volte a buon mercato? Che poi problematiche ci sono (ma per fortuna ha 26 serate, e tutto il tempo di risolverle). Prossimità non vuol dire coinvolgimento: stare vicino all'artista è una cosa, "partecipare" è un'altra. Il rapporto con il pubblico, che pur dovrebbe essere fondamentale per un evento di questo tipo, non decolla. Magari per via della serata a inviti, e con i fan andrà diversamente, ma la corrispondenza di amorosi sensi non si accende mai del tutto: manca quella scintilla che rompa la sessione d'ascolto e la trasformi in qualcosa di diverso. Il ritmo rimane sempre lo stesso, l'anima del pop che pur ha fatto le fortune dell'artista non risplende. Paradosso: lo stadio, luogo teoricamente enorme e dispersivo, su questo è imbattibile.
Per vivere l'esperienza più vera e intensa possibile, alla cassa vengono imbustati i telefoni à la Dylan in una sacca piombata (o qualcosa di simile). In effetti non è affatto male, per una volta, non trovarsi a scrollare ogni due minuti e scoprire solo a match finito che il Como ha fatto 9 gol a dei malcapitati francesi. Però per chiedermi uno "sforzo" del genere, unito allo skip delle hit, ci vuole qualcosa di davvero intenso e immersivo, non basta l'ottima musica. Un'ultima cosa su cui lavorare, lunghezza e "tempi morti". Mengoni parla molto tra un brano e l'altro e decisamente non è la cosa che gli riesce meglio, visto che pare sempre recitare, mentre dialoga con il pubblico e persino con la sua band. In un contesto del genere, però, vincono sincerità e spontaneità, l'esatto contrario.

La sensazione è che anche su questo aspetto Mengoni si sia voluto mettere in gioco. Anzi che Allo Sbagliato serva anzitutto a questo: a costruire, perfezionare una nuova dimensione di sé, del proprio personaggio e rapporto con il pubblico, che vada al di là del grande performer da stadio o di quello con il killer instinct sanremese.Ha 26 serate per lavorarci e siamo certi migliorerà sera dopo sera. Da quello musicale, invece, niente da dire già così, con quel suono e quella band è ovviamente già un grande sì così.
Quindi la domanda é: avete speso bene i vostri sudati risparmi? Non lo sappiamo, non siamo mica Enrico Papi. Intanto, se permettete, andiamo a spegnere la doccia.
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L'articolo Ma quindi Allo Sbagliato di Marco Mengoni vale il prezzo del biglietto? di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2026-11-06 13:23:00

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