Offlaga Disco Pax - Magic Bus - Marcon, Venezia Live report, 20/05/2005

21/05/2005 di



Dopo il solito infinito vagabondaggio nella pianura industriale veneta, usuale ogni volta che si deve raggiungere il Magic Bus di Marcon (Marco, ma qualche cartello due o tre chilometri prima proprio no?), tra capannoni e centri commerciali (perfetto scenario per gli Offlaga disco pax, peraltro) si giunge a destinazione. Entriamo e subito chi ti incontriamo? Proprio lui, il Max Collini, che regge un pacco di quei fascicoletti densi di testi e filosofia-offlaga con lo stesso piglio con cui affronterebbe un volantinaggio il Primo Maggio. È felice, il Max, che le cose stanno andando bene. Ha un sorriso che neanche Lupo Alberto quando ci racconta che, ristampate le 2000 copie, anche le nuove stan andando via, che si son raggiunti i 50 concerti in due anni, e quasi tutti questo anno, che lui non ci crede ancora: “Cioè, Enrico e Daniele sono felici, ma loro questa cosa la vivono più dal di dentro, sono musicisti. Io non sono un musicista, sono un geometra…”
“Beh, sei in buona compagnia: ce n’è di geometri cantanti in Italia…”, gli faccio.

“Davvero? E chi?”
Decido di cominciare dal peggio: “Biagio Antonacci”
Smorfia di disgusto, mista a dolore e incomprensione, stile “mi dici questo perché mi vuoi prendere per il culo?”
Continuo: “Tiziano Ferro”
Disgusto, nondimeno lievemente attenuato.

Piazzo il colpo finale della scala ascendente: “Carmen Consoli”.

S’illumina: “Scelgo la Carmen, per motivi riproduttivi.”
Il bello è che lo dice come se stesse declamando uno dei testi degli Offlaga. Capisco che i testi gli vengono così bene perché gli assomigliano. Si parla un po’ del futuro, in cui forse c’è un video (“Vi si vede, spero!” – “Certo, sarà probabilmente l’unico che faremo e vuoi che non ci mettiamo le facce?” – Bravi figliuoli, così si fa), di quanto ci son rimasti male che Rockerilla (“Lo compro da una vita!”) non gli ha pubblicato l’intervista via mail “che c’eravamo impegnati così tanto a risponderci bene”. Saluti e via a baci sulle guance a Enver (non quello della canzone), maestro di stile, raffinato dj indie, agit prop degli Offlaga in Veneto dall’estate scorsa, “quello che è sempre avanti”, collega di Blow up e organizzatore della serata di cui ha stampato dei flyer imperdibili (beccateveli sul suo bellissimo blog “Enver l’enoteca” o su quello degli Offlaga).

Dai che si inizia. Saremo una cinquantina e Max era un po’ deluso: viene dalla Stazione Leopolda di Firenze, dove erano headliner rispetto agli One dimensional man, “e c’eran 500 persone e non è andato via nessuno”. Gli spiego che 50 presenti a Marcon, venerdì sera, la prima volta in Regione è un ottimo risultato: si rinfranca. Gli Offlaga attaccano annunciando “un’ora di socialismo tascabile” e dopo la bella “Kappler” regalano l’inedito di “Superchiome”, stessa base ritmica e bel ritratto di ragazzina di provincia. Gli Offlaga convincono sul palco, anche se resto del parere che aumentare la dimensione dance delle basi li renderebbe fenomeno di massa. Mi rendo conto che le storie che raccontano, l’immaginario che descrivono, le considerazioni che espongono in realtà non descrivono malinconie ideologiche, anche se può sembrare, anche se magari qualcuno li crede i nuovi Cccp. Non è così. E quando Max dichiara alla stampa che quello con Ferretti e Zamboni è un “paragone inaffrontabile. Sono passati venti anni e ci accomuna solo una cultura e una città. Non è poco, ma nemmeno tutto”, non dichiara solo il suo rispetto per una band del passato, ma prende le distanze. Laddove i Cccp raccontavano la fine di un’ideologia e il crollo delle illusioni di una vita in chi era stato militante nei 70, esprimendo una tragedia collettiva ed epocale, gli Offlaga raccontano “solo” la perdita dell’innocenza e la sua nostalgia. La serietà e la disperazione, la sfilata di simboli del comunismo, in cui non si può credere, perché non è stato la parrocchia rossa emiliana, ma una feroce dittatura che “nell’anima di un popolo” ha lasciato vuoto assoluto e desiderio del luccichìo di “Felicità” di Albano e Romina, vengono raccontate con ironia. Ironia che li rende simili ad Aldo Nove: i reperti di parate e manifestazioni non hanno nulla di differente dalla disco trash di “Meteor man” di cui racconta lo scrittore lombardo. È ironia che nasce dal distacco con cui da grandi non si può non guardare ai miti dell’infanzia e di quella infelice terra di mezzo che si chiama adolescenza.

Cresci, e ti accorgi che il mondo non è diviso in buoni e cattivi, che i buoni sono cattivi come quagli altri, e non sai chi è peggio, e capisci che il mondo è tutto un grande inganno nei nostri confronti. È questo che Max vuole esprimere quando dice che “ci hanno preso tutto”, dopo essersi “accorto” che Skoda e Tatranky sono marchi assorbiti da multinazionali occidentali. È per questo che quando scopre che Khmer rossa non è vergine come lui dubita per la prima volta del socialismo: perché è il mondo a non essere vergine e puro. E se non capite questo siete come lo sciocco che guarda il dito che gli mostra la luna. Quello che vi fa piacere gli Offlaga è il senso perduto della vostra infanzia, dello sguardo ingenuo sul mondo, che ci affanniamo a cercare tutta la vita in un orizzonte piatto come Siberia ghiacciata. È vedere voi stessi che cercate di salvarvi la vita dal mondo presente.

È per questo che Collini dipinge Cavriago come un presepe rosso, dove le “novemila anime alle porte di Reggio Emilia” vivono in concordia come una famiglia felice. E però intitola il pezzo “Piccola Pietroburgo”, e avverte il pubblico che lo ascolta: “Voi potete chiamarla Piccola Leningrado, ma non è la stessa cosa”. Perché Pietroburgo significa consapevolezza che il sogno infantile è crollato, la dolce sensazione di caldo, affetto, futuro ancora migliore, sorti magnifiche e progressive, è distrutta, spazzata via da un vento freddo che come le foglie le speranze butta giù.

Ed è per questo che Max Collini, sulla disco punk trascinante di “Robespierre” ed “Enver” (singoloni colossali, che con un piccolo remix vedrei number one), figlie di quelle stesse gioia e disperazione che furono dei Joy division, rimane fermo, immobile a declamare, lo sguardo perso nel sole spento dell’avvenire: perché sa che ora non è più possibile abbandonarsi alla danza, al calore, alla fisicità. Tutto è ricordo battuto dal vento, il cuore in tasca come sergente nella neve.

Perciò oggi il socialismo è tascabile, “tutto il resto è desistenza”, “ideologia a bassa intensità”, “mutuo quinquennale”: calembour per ridere un po’, con affetto e ironia, di come le cose, mutando per un piccolo particolare, una lettera, una parola, hanno perso il loro senso e sono la parodia di se stesse.

Alla fine ho il ghiaccio nel cuore. Non ho scoperto niente di nuovo, per carità. Ma gli Offlaga mi fanno ricordare quello che so già, offrendo una rappresentazione tragica della condizione umana odierna, persa tra minime cose immorali, senza nessuna catarsi. No future, kidz. No past, no present. Nothing at all. Vado via triste, ma più ricco. E consapevole di aver visto un grande gruppo.



1. Kappler
2. Superchiome
3. Cinnamon
4. Tono metallico standard
5. Khmer rossa
6. Tatranky
7. Enver
8. Piccola Pietroburgo
9. Robespierre
10. De Fonseca
11. Commiato
12. Enver

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