Live report: Aucan al Magnet Club, Berlino Live report, 26/02/2011

18/03/2011 di Fabio Benvegnù

Li avevamo lasciati quando il tour in Europa era ancora tutto da fare, ora li troviamo a Berlino, a ipnotizzare un pubblico che probabilmente non sa di avere davanti il gruppo che ha fatto impazzire l'Italia. Fabio Benvegnù ci racconta il concerto al Magnet Club.



Nella mia -limitata e a cadenza annuale- esperienza di raccontatore di concerti altrui, non mi era ancora capitato di partecipare allo spettacolo d'arte varia di un gruppo di cui non conoscevo almeno un disco, almeno da un numero di ascolti, quanto basta per ricordare un paio di pezzi. Non questa volta, me ne sono reso conto mentre frettolosamente mi tuffavo nel treno sperando che imprevisti di ogni tipo posponessero l'inizio del concerto per cui mi apprestavo ad essere appunto in ritardo.

Curiosamente, sia il ritardo quanto la relativa ignoranza su chi stava sul palco hanno aiutato enormemente ad entrare nel metro di pensiero adeguato per rendermi conto, davvero, che coloro i quali armeggiavano gli strumenti mi avrebbero aperto quella specie di terzo occhio che ultimamente non prendeva mai la linea (artisticamente parlando, eh!).

All'ingresso del Magnet, un clubbone rock-oriented che ricorda molto il Barrumba di quando ero adolescente (reminiscenze da torinesi), se non più grande, più spigoloso e con una fila chilometrica al guardaroba, vengo attratto magneticamente (sic.) da rumori ambientali e atmosfere disorientanti alle luci blu soffuse appese sopra il palco. Mi dimentico di pisciare, di impugnare la pils calibro 0.5 d'ordinanza, di raccogliere idee e cappotti, insomma sono preso alla gola da una di quelle sensazioni che non coglievo da un po', forse per mancanza di serate di qualità, forse per abbondanza di curiosità per questo trio moderno di cui in Italia si parla così bene. E questo trio moderno si presenta nell'ombra, incappucciato ed armato di strumenti in contrasto ma stretta simbiosi tra loro: un metronomo umano alla batteria, chitarristi che fronteggiano controller e master keyboard, che ormai non è tutta sta novità vedere un chitarrista che si arrotola la chitarra dietro la schiena ed inizia ad impostare un pad su una tastiera e canta in un vocoder. Non è una novità dai tempi dei [inserire nome gruppo post-rock preferito], ma è pur sempre complicato farlo al volo con della gente davanti, che a casa si può sempre mettere questo in rewire con quello e tutto è magicamente a tempo. No, dal vivo lo si fa sperando che il batterista sia eccellente come chi è sul palco adesso, che non ha uno straccio di auricolare eppure non perde un bpm, oddio ogni tanto rallenta pure lui, povero, ma come fatto apposta per sembrare un po' più umano (o per far passare le macchine dalla parte del torto).

Luci blu, dicevamo, una sensazione allucinogena avvolgente di cui ci si dimentica pochi minuti dopo, gli astanti sono stati attratti al palco quand'ecco che i tre bresciani masticano con la bocca aperta come fanno i bambini non bene educati, e appena ingollata la psichedelia sputazzano beat quadrati, bassi gommosi e riff vettoriali che il pubblico accoglie con stupore. C'è chi se ne scappa nell'altra sala, quella con i dj che suonano metal, c'è chi s'irrigidisce ma resta, molti iniziano ad ondeggiare, ma tempo pochi minuti e sono teste mobili ovunque. A tratti si balla proprio, come ad un set di un qualunque dj dubstep, ma forse più con gioia nonostante la cupezza capitale dei pezzi. Di sicuro non si sente volare una mosca: la fisicità degli Aucan è difficile da ignorare. Da profano appunto, non ricordando il nome di un singolo pezzo, mi riesce più facile concentrarmi sulle sensazioni, sulla facilità nel trasmettere qualcosa di complesso come il mosto armonico sprigionato dal loro essere contemporaneamente più lati della stessa medaglia, alternando canzoni fatte e finite con ritornelli alla Faith No More alla pura raffinazione eterea senza ritmo di lunghissime intro/outro, il format post-rock e post-hc frullato regolarmente con il dubstep, oh dubstep che molto fa e niente stringe. Tutto questo post, tutto questo step, è troppa roba per una volta sola. Dimentichiamoci per un momento delle definizioni.

Come se fosse un'improvvisazione continua, così sto vivendo quel che succede questa sera al Magnet club. Loraltri non lo sanno, continuano probabilmente a seguire una scaletta come farebbe qualsiasi altro gruppo del pianeta, ogni tanto allentando il morso dei sintetizzatori per concentrarsi sulle corde delle loro chitarre, ed è qui che probabilmente funzionano meglio. Riescono ad essere compatti, marmorei, come se non ci fosse più distanza da strumento a strumento, creando un muro sonoro impressionante nonostante l'impianto del locale non sia a livelli da attentato uditivo. Questa è espressione dell'umanità di fondo in una formula che funziona: date le correnti e i generi come (a volte) ondate passeggere, la scelta del mezzo sonoro analogico o digitale non è così importante per un gruppo in evidente evoluzione continua; ormai è chiaro a tutti i non troppi presenti, ignoranti quanto me, che quello con cui hanno a che fare è –scusate il linguaggio tecnico- un gruppo coi controcazzi.

Figli degli Zu, nipoti dei Battles o cugini degli Enter Shikari mi fa uguale, per stasera lascio stare le definizioni e mi perdo nell'analizzare il linguaggio primitivo, come se non avessi mai letto un giornale di musica prima d'ora, come se fossi in una foresta a muovere la testa a tempo con gli alberi che cadono. E prima che me ne accorga cala il sipario, precipita la possibilità di scegliere a quale sensazione dare retta e rimane solo questo strano retrogusto di locale rock da adolescenti. Scelgo di andare via, al freddo, così da conservare meglio questa gamma di sensazioni provate tutte in una volta. Niente male per una serata sola.



Commenti (6)

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  • Nicola Bonardi 22/03/2011 ore 01:00 @nicko

    gran bell'articolo, complimenti!

  • Faustiko Murizzi 22/03/2011 ore 10:01 @faustiko

    Sì, gran bel pezzo! Riesce a rendere l'energia sprigionata dalla band e quello che avviene in simbiosi col pubblico...

  • OLLA 22/03/2011 ore 19:46 @harembee

    bell'articolo, ben scritto.

  • Alessandra Perongini 03/08/2011 ore 16:22 @psychokiller

    quoto

  • Tommaso Marchi 07/08/2011 ore 08:35 @tommitettenuove

    Bell'articolo davvero.
    Mi ricordo quando vidi gli Aucan la prima volta, successe a Ferrara Sotto le stelle 2011. Ero estraneo anche io, non avevo mai sentito un pezzo, non sapevo nemmeno come si chiamassero, ma già dal soundcheck mi hanno spettinato.
    Insomma, credo che il mio grande sogno nella vita sia quello di far vibrare il culo alla gente mentre suono, loro ci riescono alla grande.

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