Skrunch - Magnolia - Milano Live report, 16/04/2008

16/05/2008 di

(Gli Skrunch - Foto da internet)

Continua al Magnolia di Milano il M.A.O "Magnolia Avant-garde Organization", la serie di appuntamenti curati da Roy Paci e dedicati alla nuova scena sperimentale italiana. Sul palco l'ensemble catanese Skrunch e il dj romano Økapi. Marcello Consonni racconta.



Continua M.A.O., la rassegna di musiche Jazz e d’avanguardia proposta dal Magnolia che vede come direttore artistico il signor Roy Paci. Per la serata sono di scena l’allargato ensemble catanese di Skrunch, guidati dal batterista Francesco Cusa. Nonostante l’appetitosa ricetta musicale di uno dei gruppi d’out-jazz attualmente tra i più caldi della penisola, il pubblico non supera la trentina d’unità, segno forse di una Milano ancora stordita dai recenti risultati elettorali. In apertura lo stupefacente cut-up plagiarista e dadaista del romano Dj Økapi, che solo con i suoi piatti ci porta dentro un mondo parallelo d’incantevole eterogeneità.

Gli Skrunch sul palco si presentano in sei: oltre a Cusa in formazione troviamo Dario De Filippo alle percussioni, Carlo Natoli e Paolo Sorge alle chitarre e Beppe Scardino e Piero Bittolo Bon ai fiati. Pezzi lunghi, suonati con gli spartiti ma che lasciano spazio all’improvvisazione e alla fine del quinto pezzo ci accorgiamo che è già l’una e i ragazzi tengono bene il palco da più di un’ora. Più il tempo passa e più Francesco prende in mano il suo ensemble, tra beat afro e passaggi ripetitivi che sfiorano un insolito e deviato prog-hard rock. Si ascoltano non solo rimandi all’immancabile pastiche delle opere di Zorn ma anche il morbido ed eccentrico Rock In Opposition dei francesi Etron Fou LeLoublan. Un caleidoscopico insieme di sfumature mischiate con notevole gusto.

Il concerto è buono ma non travolgente, forse anche per l’ambiente un po’ freddo che fatica a scaldarsi. I catanesi nei rari passaggi milanesi meriterebbero sicuramente una platea più ampia: mancano completamente i jazzofili più incalliti e anche quelli dal portafoglio capiente che frequentano il Blue Note. Il lavoro alle chitarre è molto curato mentre i due fiati - forse ingabbiati dalle notevoli trame della scrittura di Cusa - seppur bravi non riescono a mordere e infiammare oltremisura. Cosa che si nota maggiormente nell’ottimo bis dove è fatto salire sul palco l’indiavolato trombettista Giovanni Falzone, che con i suoi potenti assolo è capace di portare tutto su un altro pianeta. Un'ora e tre quarti di vera musica che testimonia l’ottimo stato di salute di certe realtà dell’impro-jazz italiano militante (penso a label come Improvvisatore Involontario, Bassesfere e El Gallo Rojo), meno mainstream e fuori dai circuiti più commerciali.



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