Live report: Samuele Bersani al Magnolia - Milano Live report, 30/06/2010

05/07/2010 di

(Foto di Danilo Giungato)

Quasi inaspettatamente Samuele Bersani suona a Milano, è il tour di presentazione dell'ultimo "Manifesto abusivo" e al momento ha fatto giusto qualche decina di date in tutta Italia. Carlotta Fiandaca è tra il pubblico, prende appunti sui lunghi discorsi tra un brano e l'altro, si stupisce dei tanti accendini accessi, e delle tante persone ad un passo dalla commozione. Ci racconta.



La verità è che non ci credeva nessuno in questo concerto al Magnolia. Bersani? Quello di "Chiccho e spillo" e "Ciao belle tettine"? Ma ha fatto album nuovi? Si, direi, parecchi, molto belli, rispondo io ad un mio amico che mi prende in giro perchè mi vede tutta emozionata per la serata. E, ovviamente, non sono l'unica. La gente è tanta, arriva tranquilla, a grupponi, di ragazze per lo più, coi fidanzati e i mariti più o meno annoiati, più o meno fan o ascoltatori di Bersani. Papà e passeggini, intenditori e musicisti, qualche metallaro, qualcuno che era lì per caso. Bersani arriva sul palco, ci saluta, s'infila gli occhiali. A metà strada tra il professore di lettere e il compagno di banco con cui si bigiava. È subito bello: la musica, le luci, sembra faccia più fresco quando Samuele inizia a cantare. Si sta bene. C'è aria pulita. Lui scherza sul gran caldo, sul precipizio che separa il palco dal pubblico e lancia repellenti antizanzare, che i cannoni non li ha portati. È preso bene, si sente. Soffre d'incontinenza verbale dice, essendo cresciuto ai concerti di Guccini che nel frattempo, penso, sta suonando a Modena con la scusa dei suoi 70 anni. Bersani ne ha 40, Portati benissimo! urla la ragazza davanti a me. 40 è quel momento in cui non puoi proprio smettere di esprimerti e comunicare. Altrimenti diventi vecchio subito, vai agli MTV Days, racconta, dove qualcuno gli chiede che cazzo ci fa insieme a Marracash e ai Club Dogo. Sai che forse c'hai ragione? Risponde lui. Perché va bene a 24 anni, continua, il concetto di non-mi-esprimo-ma-almeno-c'è-figa. Ma a 40 anni devi esprimerti per forza. È c'è figa lo stesso, appunta alla fine della storia.

Parla tanto Samuele, il professore che spiega i suoi brani, sempre gentile, educatamente incazzato. Per un attimo penso che dovrebbe sporcarselo un po' quel bel faccino pulito. Poi ci anticipa "Cattiva", una canzone scritta nel 2002, oggi ancora più attuale e vera, oggi che andare in galera fa sempre più curriculum e fa allungare le righe di Wikipedia. Quando canta "chiedi un autografo all'assassino" la sua voce e quelle note così dolci sono come una carezza con una lametta. E allora penso: no, tieni il tuo faccino pulito, che le tue canzoni vanno bene così; sono come quei taglietti che ti fai con la carta, che sanguinano poco, ma fanno malissimo. Sempre composto Samuele, anche quando presenta "Spaccacuore", che putroppo nella mia testa è rovinata dalla recente versione della della Pausini, e nonostante l'esplosione di accendini mi scivola via senza lasciare segno. Mi godo molto più felice "Il pescatore di asterischi" e "Che vita!". Eccolo il Samuele compagno di banco, col suo sorriso, ancora più bello dopo qualche bicchierone di rhum e coca, ci spinge a indignarci verso certe cose e si sbilancia, un po' inacidito, un po' più incazzato. Quando introduce "Il mostro", la prima canzone che abbia mai scritto, ce n'è per tutti: i talent show, Valentino Rossi, la fantasia italiana, assopita in un paese vecchio dal quale almeno con la testa, suggerisce, bisogna scappare, così come dai manager, censori che ti rubano il 20 per cento di fianco. Non sono una puttana, ripete spesso. Vero e affettuoso, dedica "Chiedimi se sono felice" ai suoi amici, quelli veri, e racconta storie incredibili da cui sono nate le sue canzoni incredibili, come "16:09", "Giudizi universali", "Cosa vuoi da me?", "Senza Titoli". Canzoni bellissime, c'è da scriverlo? Poi gira il leggio e ci mostra cosa ci poggia sopra: un quadernone grande, mi sembra blu, e sui fogli dei pezzi di carta bianca appiccicati. Pagherei per avere tra le mani quel quaderno, leggere i suoi appunti, le sue annotazioni.

Pulito e sincero, ci apre il suo armadio degli scheletri e ce ne fa vedere un po'. Il suo più grande forse è quello di essersi messo quel maglione colorato e aver aperto il concerto dei Take That per ordine della sua casa discografica: "Chicco e spillo" aveva fatto il botto. È stata una gioia ascoltarla e cantarla, insieme ai coccodrilli che vengon fuori dalla doccia e alla tipa delle belle tettine. Immagini indelebili, ritornelli e melodie che fanno sorridere e ballare, sempre con quel tanto di malinconia.

Ecco qui, Bersani chiude il suo quaderno, ci ringrazia e felice se ne va. Qualche ragazzina lo segue fino al backstage. Di lì non si passa, fanno il giro, che da là dietro si vede tutto. Vogliono toccarlo, parlargli, farsi fare un autografo, dirgli grazie. Una ce l'ha fatta. È felicissima. È stato proprio bello.



Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    I Kasabian hanno pensato di rimandare una data del tour per il Derby della Lanterna