Mameli/Novaro - Fratelli d’Italia

18/07/2002 di



Immaginate la mia sorpresa quando, alcune settimane fa, acquistando il quotidiano La Repubblica, mi capitò di ricevere in omaggio un cd musicale accreditato a perfetti sconosciuti. È noto che i giornali italiani sono soliti allegare alla copia stampata ogni tipo di gadget, ma in genere si tratta di film di successo o corsi di lingua, materiale che possa godere di un largo apprezzamento e che incrementi quindi le vendite. In questo caso il cd (un singolo di 4 minuti) si presenta fin dalla confezione carico di un tale sarcasmo che, a distanza di numerosi ascolti, continua a stupirmi per la sua forza destabilizzante. Come abbiano fatto Goffredo Mameli (autore dei testi) e Michele Novaro (musiche) a far pubblicare su un quotidiano nazionale un opera talmente scostante nei confronti del grande pubblico rimane un mistero. È facile pensare che questi nomi non siano altro che pseudonimi dietro ai quali si sono prudentemente nascosti autori ben più quotati (nonché inseriti all’interno del music business) consci dei pericoli derivanti alla loro carriera dalle reazioni indignate del pubblico di fronte a questa provocazione.

Il carattere essenzialmente ironico si delinea fin dalle note di copertina che forniscono un’impalcatura mistificatoria di eccellente fattura. Le vite degli autori sono tratteggiate in modo da rievocare il maggior numero di stereotipi romantici: i due sarebbero vissuti nella prima metà dell’ottocento, avrebbero combattuto con Garibaldi e Mazzini, avrebbero vissuto una vita breve e intensa, avrebbero composto le loro opere di getto, ecc. Inoltre, rinverdendo uno dei trucchi preferiti dagli Skiantos, gli articoli di commento e le biografie portano le firme altisonanti di famosi intellettuali quali Enzo Siciliano e Nello Ajello che mai si scomoderebbero per presentare un cd di musica leggera. La mistificazione si completa con l’elenco degli esecutori dell’opera: l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da Armando Trovajoli e presieduta da Luciano Berio. Figuriamoci, a questo punto manca solo la supervisione di Stockausen e un commento di Umberto Eco per completare il quadro.

Questa presentazione è cesellata talmente bene che appare, a livello superficiale, del tutto credibile, in considerazione del fatto che il brano musicale si propone a diventare nientemeno che l’inno nazionale italiano. Al primo ascolto un sorriso fuga ogni dubbio. Si tratta infatti una marcetta che per quanto ricordi a tratti il Mozart più orecchiabile, sembra composta dal direttore di una delle tante bande paesane immortalate nei film di Fellini. Che gli Italiani siano sempre stati un popolo da operetta è fuori dubbio, ma che arrivino a farsi rappresentare da un’orchestrina circense mi sembra un quantomeno esagerato. I numerosi strati orchestrali che ricoprono pomposamente la melodia sbarazzina non fanno altro che acuire il sarcasmo latente.

Il vero capolavoro rimane comunque il testo, un pastiche postmoderno che rievoca il periodo più deprimente della letteratura italiana, quello di fine settecento, quando la moda imperante era quella dei poemetti alla Vincenzo Monti, tanto elaborati quanto stucchevoli. Il testo di Mameli con la sua metrica ottusamente regolare, le metafore abusate e le rime baciate sarebbe apparso corrivo già alle orecchie di Foscolo o Leopardi. Il senso di straniamento si amplifica con versi che sembrano scritti per le scuole elementari: “Il sangue d’Italia, / Il sangue Polacco, / Bevé, col cosacco, / Ma il cor le bruciò.” Oppure: “Noi siamo da secoli / Calpesti, derisi, / Perché non siam popolo, / Perché siam divisi.” Ma il testo raggiunge il proprio vertice da un punto di vista squisitamente concettuale quando, invece di rappresentare il popolo italiano, lo deride nel modo più caustico. Sono molti i punti in cui si avverte questa ironia, ma due mi sembrano estremamente significativi. L’inizio dell’inno (“L’Italia s’è desta, / Dell’elmo di Scipio / S’è cinta la testa”) mette chiaramente alla berlina un popolo la cui ultima vittoria militare di prestigio risale a 2000 anni fa, quando Scipione l’Africano guidò alla vittoria i romani contro Cartagine. L’altro punto, molto meno sottile, ma altrettanto pungente, è quello in cui si auspica il canto degli italiani in battaglia: “Siam pronti alla morte / L’Italia chiamò”. Ma dico, ve lo immaginate un italiano che possa serenamente affermare di essere pronto alla morte? E per la patria? Tutta da ridere.

Per quanto breve, questo singolo ci porta a conoscenza di due autori che, se sapranno ripetersi sulla lunga distanza, potranno sicuramente insidiare il trono della demenzialità detenuto da Elio E Le Storie Tese. Il pericolo è che il pubblico non colga la sottile ironia di Novaro e Mameli e prenda il tutto molto sul serio, giudicandoli come autori mediocri. Di sicuro nessuno prenderà in considerazione l’ipotesi di utilizzare questa marcia come inno nazionale, nessun popolo nel mondo, per quanto privo di dignità potrebbe farlo.



- Titoli dei brani:
1. Fratelli d’Italia

Formazione:
- Accademia Nazionale di Santa Cecilia: coro e orchestra
- Armando Trovajoli: direttore
- Filippo Maria Bressan: maestro del coro

Produzione artistica:
- Luciano Berio

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