Marco Castello è quello che c'è in mezzo tra il jazz e la sigla di Naruto

Il siciliano è un campione in cucina – è entrato nel giro di Erlend Øye (Kings of Convenience) grazie a una parmigiana –, infatti il suo ultimo singolo si chiama "Cicciona". Dallo studio della tromba all'amore per Battiato, Mac DeMarco e Giorgio Vanni, ora è pronto al grande salto
15/09/2020 15:10

È uscito il terzo singolo di Marco Castello, l'astro nascente della 42 Records (che ha suonato giovedì scorso alla nostra rassegna Cuori Impavidi). Il titolo della canzone è Cicciona, che potrebbe subito mettere in guardia gli ascoltatori più sensibili al tema dell'obesità. In realtà non si tratta minimamente di fatshaming, è una canzone che inneggia alla bellezza della cibo e della vita, perché "la carne debole è il miglior pretesto per un'esistenza di piaceri", come sostiene lui stesso.

Dopo Porsi e Torpi, i primi due singoli con cui il polistrumentista siciliano aveva inizialmente attirato l'attenzione, Cicciona ci mette ancora più fame di quello che sarà l'album di debutto di Marco, in uscita nei prossimi mesi. La pubblicazione del nuovo singolo è stata accompagnata da due videoricette su Instagram – quaqua – realizzate dallo stesso Marco, che oltre a essere un talentuoso musicista è pure un cuoco appassionato. Dalla Civica Scuola di Musica Claudio Abbado di Milano, dove si è diplomato in tromba jazz, al tour con Erlend Øye – musicista e produttore norvegese, componente dei Kings of Convenience e fondatore di Bubble Records, che vive da anni in Sicilia – e La Comitiva, Marco è finalmente pronto per il suo esordio da solista.

Cicciona è un titolo problematico. Come mai lo hai scelto?

È una provocazione, ma è fatto apposta per allontanare lo scandalo che potrebbe suscitare. A parte il fatto che con il pezzo non c’entra nulla, è un modo con cui io rivendico quella voglia di godersi tanti piccoli piaceri che si possono vivere. Sto provando a fare questo parallelismo tra musica e cibo: a me piace molto cucinare e, soprattutto, mangiare, io sono il primo dei “ciccioni” e l’ho voluto dire in questa maniera. Essere deboli di gola è un portale per godersi la vita. Nel testo poi è palese come il termine non venga minimamente usato in maniera offensiva, ma affettuosa. Sono ben consapevole che ci sia una questione delicata dietro, tra bodyshaming e questioni simili, ma non c’è alcun messaggio di questo tipo dentro.

Tutti i tuoi singoli hanno titoli bizzarri. Da dove li prendi?

Il titolo per me è sempre molto importante, preferisco fare una cosa che possa essere fraintesa ma che attiri l’attenzione e faccia venire voglia di capirne di più, un po' da clickbait. Ma questo in generale, qualcosa cosa io faccia cerco sempre un titolo che salti subito all’occhio.

A un certo punto della canzone dici: "Mangiare è come scopare". Cosa ami della cucina?

Per me cucinare è un qualcosa di quasi terapeutico, mi rilassa e mi piace da morire. In più è un qualcosa che può far star bene chi ti sta vicino, in questo senso per me è un atto d’amore che si avvicina alla sfera sessuale perché godendo fai godere. Mi piace mangiare in compagnia, condividere il piacere con più persone.

 

Cucinando sei anche riuscito a farti notare da Erlend Øye. Come vi siete incontrati?

Io sono tornato da Milano dopo la laurea a Siracusa, dove si stava formando questo giro di musicisti che si incontrava la sera in mezzo ai vicoli di Ortigia, il centro storico della città, per suonare. Negli ultimi anni, Siracusa ha avuto un boom di turismo, quindi c’era un giro sempre crescente di ragazzi che passavano e con cui facevamo cena e poi jam session. Erlend vive a Siracusa da un bel po’ di tempo, quindi è venuto a conoscenza di questo giro che si stava creando. Io lo vedevo spesso, qualche volta suonava con noi, ma all’inizio non mi cagava per niente. Poi una sera, a una di queste cene, ho portato una parmigiana e lui lì mi ha rivolto la parola. Da lì sono entrato ne La Comitiva, abbiamo girato per due anni con lui suonando ovunque, è stato un periodo molto intenso.

L’esigenza di avviare un progetto solista da dove arriva?

In realtà il mio background è totalmente diverso, non mi sarei mai aspettato di trovarmi a scrivere canzoni. Ero un po’ deluso dalla situazione accademica, mi sembrava tutto un po’ troppo pomposo e fuori dalle mie corde. Quando arrivava qualcuno a chiedermi, tutto entusiasta: “Ma l’hai sentito questo?”, io mi trovavo sempre a dire: “Mi fa cagare”. Quindi alla lunga qualcuno mi ha detto: “Vabbè ma se sei bravo, perché non lo fai tu?”. Allora lì ho deciso di provarci.

 

Da dove sei partito per scrivere?

Era un periodo un po’ difficile: ero tornato da Milano, avevo smesso di suonare la tromba, lavoravo, quindi ho cominciato a scrivere pezzi in italiano. Questo era più o meno in contemporanea con la parmigiana di Erlend, quindi quando poi siamo partiti in tour avevo già qualche canzone, mentre suonavo per conto mio lui magari ascoltava e un paio di volte mi ha detto che avrei dovuto registrare quelle canzoni. Alla fine mi ha messo in contatto con Marcin Öz, il suo socio in Bubbles Records, e abbiamo registrato il disco a Berlino.

A chi ti sei ispirato?

Io odio il linguaggio della musica italiana quando è necessariamente d’amore, è una cosa che non sopporto più La nostalgia e il romanticismo mi fanno storcere il naso, per questo uso un linguaggio un po’ cretino. L’ispirazione musicale arriva da tutto ciò che mi piace della musica italiana, quindi Battisti, Dalla, De Gregori, quel mondo lì. Dopo gli anni ’70 conosco poca roba, Battiato a parte. Scrivendo in italiano mi sono reso conto che venivano fuori cose che richiamavano quella scena. A livello internazionale, invece, Mac DeMarco è stata la svolta per me, ma anche i Vulfpeck sono un gran riferimento. Poi a me piace la cassa dritta, mi piace ballare, la disco, Barry White, la Motown, volevo trovare un punto d’incontro tra tutti questi riferimenti.

Sono ascolti che un po’ si ritrovano nelle quattro playlist che hai messo a disposizione sul tuo profilo Spotify. In base a cosa le hai realizzate?

Sono i quattro tipi di musica che preferisco ascoltare, ognuno rappresentato da un’emoji diversa: di base mi piace qualcosa che mi faccia muovere il culo, che sarebbe la playlist col fuoco, o qualcosa che mi tiri giù dal letto per prendere a schiaffi la giornata, che ha invece una saetta. Sennò, mi piace ascoltare qualcosa che mi rilassi, in cui mi possa immergere, che è la playlist con la goccia d’acqua, e infine tutto ciò che è cantautorato, dove ci sono storie da raccontare, dove c’è una foglia.

 Marco Castello e la sua band prima di salire sul palco acquatico dell'Idroscalo di Milano - foto di Silvia Violante RougeMarco Castello e la sua band prima di salire sul palco acquatico dell'Idroscalo di Milano - foto di Silvia Violante Rouge

Dal disco cosa dovremo aspettarci?

Sarà qualcosa di molto eterogeneo, anche decidere i singoli è stato difficile. Ci sono brani un po’ più ballabili, da hit estiva diciamo, ma altri che sono molto più intimi e cupi. Poi ci sono anche canzoni da schitarrata in spiaggia senza pretese. Ho cercato di tenere questi vari elementi insieme, spero di esserci riuscito (ride, ndr).

Da quanto hai pronto questo album?

L’idea era quella di fare la data di lancio a maggio, al MI AMI. Sarebbe stato bellissimo, perché avrebbero suonato anche i Tropea e i Nu Guinea, con cui siamo amici, e pure Erlend. Sarebbe stato un esordio alla grande, purtroppo è andata così. Il disco in realtà è pronto da circa due anni, che è un po’ il mio cruccio: quando sono tornato a Siracusa dopo il tuor con Erlend e ho detto che avevo il disco pronto, mi avevano tutti accolto benissimo, ora che dopo così tanto tempo non è ancora uscito mi sento un po’ il pagliaccio della città.

Per i due singoli hai anche realizzato due video di accompagnamento. Come sono nati?

Il primo l’abbiamo voluto fare con Ground’s Oranges, Emiliano Colasanti di 42 Records li conosce molto bene e ha lavorato spesso con loro, in più a me i loro video sono sempre piaciuti molto. Non avevo molte idee al riguardo, sono stati loro a propormi il concept di questa sorta di viaggio dantesco che un genitore affronta quando va a colloquio con gli insegnanti del figlio. Quello di Torpi, invece, non potevamo girarlo perché eravamo nel periodo del lockdown, quindi ho voluto buttarmi a fare io l’animazione, visto che anche quella è una cosa che mi è sempre piaciuta. Sono stati tre mesi di lavoro intensivo e logorante, ma sono molto soddisfatto del risultato.

Il primo singolo, Porsi, parla proprio di scuola. Tu che studente eri?

Mi sono vissuto il liceo un po’ male. Tutto l’ambiente attorno ai banchi, ai compiti e alle interrogazioni per me era bellissimo, però mi sentivo totalmente bloccato in qualsiasi mia altra passione. Nonostante ciò sono stato rappresentante di istituto, ero nella consulta provinciale, facevo teatro, suonavo, però sul rendimento scolastico era un dramma. Avevo tantissimi interessi, ma della scuola non me ne fregava un cazzo, per quanto mi piacesse seguire le lezioni, il problema era al momento del giudizio, mi sentivo sminuito. Non che andassi così di merda (ride, ndr), nelle materie umanistiche mi trovavo bene, il problema è che facevo lo scientifico.

Cosa suonavi all’epoca?

Avevo un sacco di band, suonavo dal reggae al metal, facevo di tutto. Principalmente suonavo la batteria, ma anche chitarra e tromba. Non so perché ma all’epoca andava molto il metal, doppio pedale e via. Era una roba che però non mi ascoltavo, preferivo di gran lunga la musica reggae, avevo pure i dread.

E perché poi sei andato a studiare musica a Milano?

Quella è una storia bizzarra in realtà. Alla fine del liceo volevo fare architettura, ma non essendo amante della matematica avevo un po’ di paura. Dovevo fare il test di ammissione al Politecnico, ma quando sono arrivato lì c’era stato un casino burocratico e non ho potuto sostenere la prova. Parallelamente, un mio amico mi aveva parlato della Civica di Milano, il jazz mi era sempre piaciuto, quindi ho provato a entrarci e mi hanno preso. Tutt’ora suono con le persone che ho conosciuto lì, anche i Tropea hanno gravitato attorno a quell’ambiente, ma casualmente poi nessuno ha fatto jazz una volta finiti gli studi.

Per quanto riguarda Torpi, invece, nei crediti del video ci sono alcuni strani personaggi: Shinji Ikari, Jiraiya, Paperinik. Da dove sbucano?

In realtà io volevo fare dei messaggi subliminali per gioco a mo’ di tributo sulle mie influenze. Ho chiesto ai ragazzi che suonano con me che personaggi volessero inserire. Per esempio, io per un frame divento Jiraiya, che è un personaggio di Naruto, Piso (Lorenzo Pisoni, bassista, ndr) diventa Shinji perché abbiamo visto insieme Evangelion e gli è piaciuto tantissimo, mentre Leo (Leonardo Varsalona, tastierista, ndr) che non conosce molto il mondo dei manga, ha detto Paperinik. All’inizio c’è un altro messaggio nascosto, perché compare la scritta “SEX” come riferimento agli apparenti messaggi subliminali del Re Leone.

Questo lato giocoso e bambinesco è un aspetto immediato della tua musica. Quanti anni ti senti?

Per certi versi vivo un po’ come se avessi ancora 8 anni, mi attirano molto le stesse cose. Per esempio, durante la quarantena ho fatto una serie di storie in cui canto canzoni da chiesa e canzoni dai cartoni animati, lì mi sono reso conto che forse ero arrivato a un livello quasi patologico (ride, ndr). C’è uno spazio del mio cervello che potrebbe essere impiegato in maniera più utile e invece è riservato a quei mondi lì. Io comunque ho cominciato a sentire la musica in chiesa, mia mamma era capo scout e quindi da piccolo mi ritrovavo in quelle situazioni. Alla stessa maniera, i primi shock musicali li ho avuti guardando le sigle dei cartoni o i film della Disney. Ce ne sono alcune che per me sono dei capolavori assoluti, al di là del fatto che sono cartoni.

Potresti diventare il nuovo Giorgio Vanni.

Magari! Non so se si usi ancora fare le musiche dei cartoni animati, ma mi divertirei tantissimo.

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L'articolo Marco Castello è quello che c'è in mezzo tra il jazz e la sigla di Naruto di Vittorio Comand è apparso su Rockit.it il 15/09/2020 15:10

Tag: singolo - intervista

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