Marco Scipione e MK, l'importanza di uscire dalla propria comfort zone

Un metallaro che approda al sax, un ex punk prestato alla danza: la storia di due artisti che hanno cambiato tutto, pur di crescere. Siamo andati a Venezia per farcela raccontare
13/02/2020 14:54
di Claudio Biazzetti

Questa storia parla di due artisti che a un certo punto sono usciti dalla comfort zone, un po’ per sfida personale ma soprattutto per un’urgenza di crescita. I protagonisti della storia sono Marco Scipione e Michele di Stefano, MK. Non hanno nulla in comune, se non appunto questo approccio e anche il luogo e il momento in cui l’hanno mostrato a tutti, il weekend veneziano di Set Up, appena concluso a Punta della Dogana. Non è il tipo di evento musicale che capita tutti i giorni, anzi lo si organizza ogni due anni approfittando di un breve gap fra un’esposizione e l’altra, però quando arriva succedono cose incredibili, come appunto un metallaro che suona il sax come mai nessun altro.

"È difficile stabilire un genere per quello che facciamo, io sono un bassista Metal, figurati", mi racconta Marco, appena prima di montare tutta l’attrezzatura e smezzarsi il soundcheck. Lui e il suo socio Simone Giorgi sono stati scelti per aprire la serata di sabato, la seconda, all’interno del Cubo. È la sala di Punta della Dogana in cui si percepisce di più la mano di Tadao Ando, l’architetto giapponese famoso per il tocco minimale del cemento armato, ma è sorprendente come nonostante questo l’acustica sia perfetta. La sera precedente qui e nelle altre due navate di Punta della Dogana si sono esibiti artisti come Awesome Tapes From Africa, WOWAWIWA e Kelly Lee Owens, quindi quello di Simone è a mani basse uno degli act musicali più “suonati” e strumentali nel senso concreto del termine. 

"Ho fatto studi classici e jazz, ma quello che poi ne viene fuori è qualcosa di incasellabile". Dopo qualche anno di flauto traverso, a 11 anni il musicista pavese casca come molti suoi compagni fra le braccia suadenti del metallo, per cui Metallica, Iron Maiden, Dream Theater. I capelli lunghi e i vestiti neri ora hanno lasciato spazio a una testa rasata e a vestiti ancora più neri. Ma certe movenze plastiche da headbanger sopravvivono anche in Toy Tokyo, il progetto presentato a Set Up. Ma presentato nel vero senso del termine. "È qualcosa di nato apposta per questo evento", confida. "È stato il direttore artistico, Enrico Bettinello, a chiamarmi e propormi questo set per sassofono modificato ed elettronica".

Marco Scipione live a Venezia, foto di Matteo De FinaMarco Scipione live a Venezia, foto di Matteo De Fina

Il nome del duo deriva da un sogno che Marco ha avuto da bambino, e che in qualche modo lo deve aver segnato molto. "Ero a Tokyo coi miei genitori, e una notte ho sognato di avere un pesce vero dentro il portafoglio, con tutta l’acqua. Mi sono svegliato e mi sono messo a piangere perché lo volevo, ma era ovviamente impossibile". Nella pratica, Marco il sax di Marco entra in un numero imprecisato di pedali e pedaliere modificate, e tutto il segnale viene mandato a Simone, che si gestisce elettronica, synth e canta pure. 

Una specie di synthpop denaturato e incline alla sperimentazione, in cui convergono sia brani di Marco che di Simone. "Ci sono distorsioni ma non tantissime, non potevo di certo fare il metallaro", continua Marco. "Ci senti moltissimo Tom Morello, uno dei miei più grandi idoli. Sono 7 anni alla fine che lavoro a questa cosa del sax con gli effetti artigianali, quindi ho speso un sacco di soldi, tempo e lacrime. Mi sono rovinato", conclude ridendo.

È stata una scelta sofferta, che però poi ha pagato, a giudicare dagli applausi che il pubblico di Set Up ha riservato ai ragazzi a fine performance. Cioè qualche minuto prima dell’inizio dell’altro highlight di questa edizione, che è l’altro protagonista della nostra storia, MK, Michele di Stefano

Niente performance musicale qui, ma una coreografia messa in campo da 13 ballerini e rinominata Bermudas. Se infatti c’è un momento in cui musica, arte e performance si alternano senza distinzione quello è proprio Set Up, come mi racconterà Mauro Baronchelli, direttore operativo di Palazzo Grassi (che è da considerarsi un tutt’uno con Punta della Dogana).

"In Bermudas, così come negli altri lavori, c’è la volontà di impegnare una concentrazione e una durata in un processo di costruzione fisica", mi racconta Michele, che ormai da molti anni è un grande nome della coreografia performativa. "Molti dei danzatori che vedi non lo erano neanche quando ci siamo conosciuti. Ho cominciato cercando un gruppo di persone che volesse fare degli esperimenti, ho imparato e insegnato. Neanche io vengo dalla danza, ero il cantante di un gruppo post punk".

Un momento del set di MK a VeneziaUn momento del set di MK a Venezia

Fra l’80 e l’84, Salerno è seriamente quanto di più vicino a Londra. C’è una scena fervente di gruppi new wave, una rete vivissima di persone che però non puntano alla sola musica, ma anche al corpo, al movimento, la performance. A un certo punto, Michele e i suoi vengono anche pubblicati da un’etichetta indipendente di Firenze, la Contempo Records, ma con la fine degli anni Ottanta la scena si spegne, lasciando gradualmente campo al grunge. Michele però continua a esplorare l’urgenza dell’espressione corporea, fino a dedicarsi completamente a questa, accantonando la musica.

Ma torniamo a Bermudas, che si dispone all’interno della prima navata di Set Up come se ci fosse sempre stato. Quello che si vede da fuori è un vortice di ballerini in calzini, vestiti in abiti leggeri e casual, e tutt’attorno una folla immobile, estasiata.  

"Il calzino è uno strumento che uso da tanto, permette una prensilità mobile, che non pianta il piede per terra. Per sottrarre presa alla centralità del corpo e favorire lo sbilanciamento", racconta Michele, che durante la performance se ne sta lontano, a osservare tutto dal piano di sopra. Nel sottofondo del sistema coreografico, basato su 4 gesti fondamentali, Michele ha scelto 3 pezzi per le tre diverse sezioni dell’opera: uno di Kaitlyn Aurelia Smith, uno di Juan Atkins e Moritz Von Oswald e uno degli Underworld, che per lui sono come i Beatles.

Uscito l’ultimo danzatore dal gigantesco tappeto bianco, anche MK si prende l’applauso meritato, e dopo una sigaretta ci mettiamo a parlare. "Il mio unico talento è che capisco il corpo, la fisicità", mi confida. "E per costruire qualcosa c’è bisogno di una dedizione totale".

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L'articolo Marco Scipione e MK, l'importanza di uscire dalla propria comfort zone di Claudio Biazzetti è apparso su Rockit.it il 13/02/2020 14:54

Tag: live

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