Il lavoro dell'autore: cinque consigli per scrivere una canzone di successo

Matteo Buzzanca, via Sugar - Matteo Buzzanca autore canzoni Malika GazzeMatteo Buzzanca, via Sugar - Matteo Buzzanca autore canzoni Malika Gazze
18/04/2017 di Matteo Buzzanca

Matteo Buzzanca è uno dei più interessanti autori italiani scoperti negli ultimi anni. Ha scritto hit come “L'estate di John Wayne” di Raphael Gualazzi, “Senza fare sul serio” di Malika Ayane ed è stato co-autore insieme ad Alessandro Raina di “Bologna è una regola”, il fortunato singolo di Luca Carboni. Nella sua carriera ha lavorato con Paolo Benvegnù, Max Gazzè, Emma Marrone, Marco Mengoni, Patty Pravo, Francesca Michelin e molti altri. Per questo motivo gli abbiamo chiesto di rispondere all'eterna domanda: come si scrive una canzone di successo? Ecco cosa ci ha risposto.

Non penso esista una formula per scrivere canzoni di successo, se fosse così le scriverebbero tutti. Canzoni molto diverse tra di loro riscuotono un grande gradimento di pubblico per i motivi più differenti. Oppure ci sono brani dal grandissimo potenziale che rimangono silenti nei cassetti degli autori per anni, se non per sempre: perché non trovano il giusto interprete o perché non vengono capiti o per una serie di incastri sfortunati. Prendete, ad esempio, “Almeno tu nell’universo”: scritta da Maurizio Fabrizio e Bruno Lauzi, ci mise ben 15 prima che Mia Martini la cantasse nel 1989 e la rendesse uno dei brani più celebrati della nostra storia. Un’attesa lunga ma premiata, poteva anche andare diversamente, fortunatamente non è stato così. Ecco cinque elementi per me fondamentali quando si scrive una canzone.


LAVORARE PER IMMAGINI
Personalmente ho un mio approccio alla scrittura, una mia filosofia. Cerco sempre una visione. Penso che la musica si possa vedere in un qualche modo. Mi spiego meglio: mi immagino sempre che ad una canzone possa essere legata una fotografia o una sequenza che identifichino visivamente le suggestioni che le note e le parole portano con sé. È un po’ come se lavorassi alla colonna sonora di un film, al commento sonoro di una pellicola di 3 minuti. Forse è un vezzo, ma mi aiuta molto nel comporre e nel produrre un brano. Mi auguro che questo passaggio si traduca, più o meno consciamente, nell’ascoltatore ma con un percorso inverso, evocando così le immagini e le suggestioni a cui mi sono ispirato, come una potente sinestesia. Poco tempo fa ad un concerto un ragazzo mi si avvicina per conoscermi, dice di seguire il mio lavoro e di essere un giovane autore di canzoni e mi chiede se può farmi una domanda: “sento che le sue canzoni sono molto cinematografiche, lavora per immagini?”. Sono rimasto talmente colpito che gli ho dato il mio numero di cellulare e, ora, ogni tanto, ci vediamo per parlare di musica. 


ORIGINALITÀ
Come autore faccio una grande cernita dei brani che scrivo, voglio trovare sempre qualcosa di originale che distingua un pezzo altrimenti tendo ad accantonarlo. In questo momento c’è una folta proposta di autori e l’offerta di canzoni rivolta agli interpreti è superiore alla domanda, quindi cerco di proporre dei pezzi che abbiano un loro tratto distintivo, non voglio omologarmi, almeno ci provo. Pochi ma buoni. Penso che brani come “I tuoi maledettissimi impegni” per Max Gazzè o “Senza fare sul serio” per Malika Ayane o “L’estate di John Wayne” per Raphael Gualazzi, si distinguano in questo senso. Una canzone originale con qualche carattere stravagante, nel profilo melodico, nella progressione armonica, nella struttura o nell’arrangiamento può avere più possibilità di farsi notare e forse riuscire a scalfire l’attenzione collettiva ormai così distratta. Un vecchio discografico americano diceva: “Il mondo è pieno di belle canzoni. Noi però abbiamo bisogno di grandi canzoni”.
 


IL TESTO
Soprattutto nella musica italiana il testo è chiave nella riuscita di un brano. A mio avviso il livello medio delle canzoni negli ultimi anni si è abbassato rispetto ad un tempo, le liriche si sono impoverite, hanno perso in originalità, probabilmente anche per un proliferare di interpreti più trasversali ma questo, di contro, dà qualche possibilità in più per distinguersi. Le parole di una hit sono spesso semplici ma non banali e il confine tra le due cose è molto sottile. È importante che ci siano passaggi che suscitino interesse, emozionino, talvolta facciano sorridere. Cerco, quando è possibile, la coincidenza tra quello che il testo racconta e la suggestione musicale; voglio che ci sia coincidenza, anche velatamente. Se le parole dicono “quella notte eri più spigolosa di un armadio” anche nei suoni cerco qualcosa di notturno e pungente. È un approccio generale che penso mi aiuti, anche solo idealmente, a creare una sintonia implicita. Credo, inoltre, che le canzoni di successo abbiano dei titoli originali, memorabili e talvolta mi immagino una headline che mi ispiri tutta la stesura prima ancora di aver scritto una sola nota. È successo per esempio con “Arriverà l’amore” per Emma Marrone che ho poi sviluppato insieme ad Ermal Meta, autore straordinario e mio grande amico.

 


IL RIFF
Una piccola frase musicale che introduce il brano può essere un’altra carta importante da giocare, spesso sottovalutata, soprattutto nel pop nostrano. Rende immediatamente riconoscibile e memorabile un pezzo. La canzone anglosassone - più di quella italiana - ne fa e ne ha fatto un grande uso (la musica rock in particolare): pensiamo a “My Sharona” dei Knack o a “Seven Nation Army” dei White Stripes che gira interamente attorno ad un riff di chitarra. Anche in Italia ci sono casi celebri, mi viene in mente l’indimenticabile intro di “Si viaggiare” di Lucio Battisti, ho consumato il giradischi per ascoltare il suono magico di quel synth analogico. Tra le mie composizioni posso citare “Odio tutti i cantanti”, scritta per Noemi, oppure “Senza far sul serio”, per Malika Ayane, nata proprio da un mio riff iniziale che poi si ripete anche cantato nei pre-chorus e diventa forse l’elemento più caratteristico del brano. Un motivo può essere affidato ad uno strumento o anche alle voci, o a entrambi, come in “Fell Good inc” dei Gorillaz e questo dipende dallo stile e dall’arrangiamento generale.


UN SUCCESSO NON HA ETA’
Penso che una vera hit non colpisca solo una fascia d’età ma possa essere apprezzata dai più giovani come dai loro genitori, se non dai nonni. Una canzone di successo ha spesso questa forza, è come se fosse trasversale rispetto ai gusti generazionali, contiene un’anima universale, un quid impalpabile che riesce a far breccia nella sensibilità di un quindicenne come in quella di un anziano, per motivi diversi ma ci riesce. Un test che faccio spesso infatti è quello di far sentire le canzoni che scrivo ai figli piccoli dei miei amici e osservare la loro reazione, quando vedo una luce che si accende, vuol dire che forse…

 

Tag: tutorial pop

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