Mauro Repetto: "Non avrei mai potuto essere un collega di Max Pezzali"

Una lunga e imperdibile chiacchierata con il fondatore degli 883, con cui ha firmato due dischi di culto. In occasione della sua biografia, ci parla del loro primo incontro surreale, del perché Pavia sia come il New Jersey, dell'importanza dei sogni e di quella di Massimo Ranieri

Mauro Repetto
Mauro Repetto

Mauro Repetto, nato a Genova ma cresciuto a Pavia, è fondatore, cantante e coautore delle più grandi hit degli 883, la band cui ha dato vita sul finire degli anni 80 assieme all'ex compagno al liceo scientifico Copernico Max Pezzali, di un anno più vecchio di lui. Repetto è stato per sei anni la metà dell'iconica band, un nome che ancora oggi riempie stadi e palazzetti in un grande karaoke collettivo multigenerazionale. È stato fondamentale negli anni che hanno scritto il mito della band, con la pubblicazione dei due dischi Hanno ucciso l'uomo ragno e Nord sud ovest est.

Poi Mauro è uscito di scena. È andato negli Stati Uniti, ha fatto un disco solista, Zucchero filato nero, poi è "sparito" e ci è voluto un po' a capire dove fosse realmente, a Parigi. Oggi si racconta in un libro:Non ho ucciso l’uomo ragno. Gli 883 e la ricerca della felicità, scritto con il giornalista Massimo Cotto e pubblicato da Mondadori. Un fiume in piena di aneddoti, ricordi, momenti esilaranti e malinconici che svelano tante curiosità e demoliscono le molte leggende nate negli anni intorno al “biondino” degli 883 che, scatenato, ballava al fianco di Max Pezzali.

Lo abbiamo intervistato e anche la nostra intervista è risultata un vero fiume in piena.

Non ho ucciso l’uomo ragno. Gli 883 e la ricerca della felicità. Un titolo nostalgico per questo libro in cui con Massimo Cotto ti racconti, precisi alcune cose e sfati qualche mito, ma è un libro anche molto divertente. 

Tutto è nato perché volevo veramente mettere in ordine la mia cameretta per buttare delle vecchie cose impolverate e comprarne di nuove, avevo bisogno di spazio, virtuale, nella mia cameretta. Però  mi sono reso conto che quello che volevo buttare in realtà non era impolverato, marcito, ma anzi era qualcosa di ancora gradevole, che mi faceva non sorridere, ma ridere, sghignazzare, era una cosa dilettevole, una cosa che ho riscoperto e con la quale volevo giocare ancora. Quindi il caso ha voluto che mi trovassi di fronte dei vecchi ricordi che mi piacevano, dei ricordi degli 883 che avevo forse messo in quegli scaffali in alto negli armadi, sai dove metti i Big Jim di quando eri piccolo e le squadre di Subbuteo, poi vuoi fare spazio per comprare delle nuove cose e ti riscopri a giocare con queste cose che volevi buttare. Ora si è aggiunto un giocattolo nuovo, in questo incontro con Stefano Salvati e Raffaella Tommasi, che mi hanno presentato Massimo Cotto con cui abbiamo messo nelle pagine di un libro tutto il mio fiume in piena, i mie vecchi giocattoli che non avevano più polvere ed erano gradevoli come all’epoca. 

Sono passati trent’anni dal tuo ultimo disco con gli 883 (Nord sud ovest est) e le vostre canzoni in quest’estate 2023 sono state ancora cantate da decine di migliaia di persone. Qual è la loro forza?

Perché vedi le nostre canzoni non sono solo delle belle canzoni da canticchiare, ma ricordano un pezzo della propria vita, a tutti, anche a me e a Max: c’è sempre una comunione che si crea ascoltando certe nostre canzoni. Credo che le canzoni degli 883 abbiano così successo perché innanzi tutto piacevano a noi e ci credevamo e poi perché smuovendo dei ricordi creano una connessione totale tra tutti, ci ritroviamo tutti insieme nelle stesse emozioni, pubblico e protagonisti sul palco.

Quando sei comparso sul palco di San Siro per il tour negli stadi di Max Pezzali è venuto giù lo stadio. La gente ti adora. Dici che è stato uno dei momenti più belli della tua vita (sul palco) fino ad ora.

In effetti c’è stata proprio una comunione che si è rimessa sui binari tra me e Max, tra i miei occhi e gli occhi di Max e gli occhi del pubblico, nel senso che c’erano grosso modo sessantaduemila paia di occhi più altri quattro occhi, i miei e quelli di Max che erano in comunione, erano tutti a fare festa. C’è stata questa voglia di giocare insieme con dei giocattoli che in realtà non sono del passato. Sai le nostre canzoni erano dei trasferelli del nostro quotidiano, erano le canzoni di chiunque, raccontavano di due ragazzotti irrisolti di provincia che in realtà erano milioni di ragazzotti irrisolti delle province di tutta Italia. Che bello scoprire (ride) che questi ragazzotti irrisolti sono ora sessantaduemila adulti risolti di fronte a noi.

Cosa ha significato per te?

Essere sul palco quella sera per me è stata una festa, non è stato tanto cantare o fare un concerto, è stato proprio un ritrovarsi, ogni volta che ci ritroviamo Max e io c’è proprio un riscoprire la voglia di sghignazzare insieme. Ti dico, ogni canzone, evidentemente come ti immagini, porta dentro sé un’epifania di ricordi, un massaggio sensoriale, veramente una madeleine proustiana di sghignazzate. Guardando negli occhi Max cantandoJolly Blu, Weekend, Non me la menare, che è stata anche la prima cassetta che abbiamo portato a Claudio Cecchetto e che ha aperto la storia degli 883, avevo una marea di ricordi alla mente e penso che anche il vasto pubblico davanti a noi provasse le stesse emozioni e avessero davanti agli occhi frammenti della loro vita.

Weekend è la canzone degli 883 a cui sei più legato, perché proprio quella?

Weekend è veramente questo piccolo mondo antico delle radio in onde medie, di quello spleen alla Baudelaire che ti assale in effetti quando hai perso il sabato, è passato così, ti è sfuggito tra le dita, non hai neanche conquistato una ragazza, e ti ritrovi con la valanga del lunedì che arriva. Ma hai comunque una famiglia vicino a te, o degli affetti, hai il tuo divano del tuo salone, le tue abitudini, quindi sei cullato comunque dalla vita e questa è una sensazione agrodolce che mi piace tantissimo. E la cosa che mi piace di brutto è che lo stesso sapore agrodolce di quel weekend di trent’anni fa lo ritrovi ancora adesso, che sei adulto.

La maggior parte delle persone che leggerà questo libro, sarà forse sorpresa nel leggere che sei stato tu a fare tutti gli sbattimenti iniziali per gli 883. Portare le cassette alle radio, andare da Claudio Cecchetto, telefonare a produttori, contattare altri artisti.

Io parto proprio come personaggio energetico (ride) nel senso che avevo la volontà assoluta di concretizzare le nostre aspirazioni e quindi Max essendo probabilmente più razionale di me, aveva bisogno di una miccia per accendere il cocktail esplosivo che tutti e due insieme rappresentavamo. Io ero portato ad andare sempre a quattrocento all’ora e me lo portavo dietro in ogni nostra avventura, a partire dalle prime cose che abbiamo scritto insieme che in realtà erano rap, dei testi comici, degli sketch che io interpretavo nei villaggi vacanze come animatore o dj, in Trentino o in Calabria. Max, lui mi seguiva in questa intrepida avventura di fare qualcosa nel mondo dello spettacolo. Poi, facendo tutto questo, ho visto il talento che aveva Max e anche se all’inizio ero io il conduttore della macchina, poi con piacere ho visto che lui era un Frank Sinatra incredibile ed era quello che mi serviva per concretizzare i miei sogni. Quindi anche se io facevo il servizio o la battuta per usare un paragone con lo sport, lui era il talento puro che mi serviva per fare il punto, per arrivare a concretizzare i miei sogni. È stato un fil rouge logico, sono partito io, poi piano piano lui ha preso il mio posto come condottiero dei nostri sogni.

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Sogno e sogni sono parole ricorrenti nel libro e questo grande sogno era solo tuo all’inizio, sei stato tu a dire a Max di essere il leader. Cosa c’era che ti ha spinto a fidarti così ciecamente di lui da affidargli il tuo sogno?

Quando sogni e quando cerchi di concretizzare quel che sogni non hai bisogno di dirlo agli altri o di sottolineare quello che stai facendo, sei soddisfatto di te stesso. Ho scelto Max come compagno di sogni perché lui è sicuramente una delle persone più interessanti che abbia mai conosciuto. Ci sono due o tre persone nella vita che proprio ti interessano, trovi interessanti. Io la prima volta che l’ho visto in classe al liceo ho subito cercato di avvicinarmi a lui, è sempre stato per me una sorta di fratello maggiore che volevo divertire, interessare. Max era, è e probabilmente sarà sempre il mio compagno ideale di avventura. Quindi l’ho imbarcato nella mia odissea per arrivare a fare qualcosa nel mondo dello spettacolo, l’ho eletto come passeggero ideale, come copilota ideale. Poi lui ha pilotato e pilota benissimo anche da solo, però per molti anni abbiamo pilotato insieme e anzi, io a volte guidavo molto più di lui, ma è normale quando si è amici. 

Nel documentarioCredits Nord Sud Ovest Est, prodotto da Dude e Better Days per Discovery Italia, Claudio Cecchetto sottolinea quanto tu fossi fondamentale nella scrittura delle canzoni degli 883, portando all’esagerazione i testi già esagerati di Max.

Grazie Claudio (ride).

Nella quarta di copertina del libro riporti il concetto per cui nel momento in cui tu e Max iniziate a diventare colleghi e non siete più solo amici, tutto finisce.

Te lo spiego in due modi. La prima è una cosa che riguarda l’alchimia di coppia, qualunque coppia, anche una coppia di amici; se si è in sintonia si va a bomba, velocissimi, però consumi energie e molto carburante e molta aria e un giorno ti svegli e non c’è più aria, ne carburante e ti ritrovi a non parlare più con l’altro membro della coppia. È una cosa che naturalmente accade nei rapporti a due. Io poi, lavorando come Event Executive per un gigantesco open space multinazionale come la Walt Disney Company, la vedo la violenza psicologica che c’è tra colleghi, quindi per me è quasi un’aberrazione essere colleghi. Mai io e Max Pezzali avremmo potuto e potremmo mai essere colleghi, infatti dopo aver raggiunto quella velocità estrema come coppia di amici, nel momento in cui si iniziava a parlare solo di lavoro e non avevamo più altri argomenti in comune ci siamo fermati. La natura ci ha fermato, non potevamo essere colleghi.

CREDITS / NORD SUD OVEST EST (Episode Opening) from DUDE on Vimeo.

Si legge nel libro: bisogna comunque avere coraggio e le palle quadre per dire di no al destino. Quando sei andato via un po’ tutti ti hanno chiesto se stessi bene e se avessi capito che stavi buttando via soldi e successo, che stavi uccidendo la gallina dalle uova d’oro, non l’uomo ragno, ti ha detto tuo padre.

Ma io allora non avevo altra possibilità che seguire quello che era scritto sul palmo della mia mano, una linea che mi portava a Los Angeles, una linea che mi portava a cercare di conquistare, conoscere o frequentare questa Brandi, la ragazza più bella del mondo ai miei occhi in quel momento. Ma perché non dovevo andare a conoscerla durante la settimana della moda a Miami? Così semplicemente ho detto a Max: "io vado a Miami e non so se torno", ma perché era una cosa che veramente provavo dentro e perché non farla? Poi chiaramente anche se non son riuscito a... a farmela (ride), quello che volevo fare l’ho fatto, questo sogno non si è concretizzato, basta, pazienza! Ho gareggiato e ho perso e fa niente. Una volta che poi dall’America sono tornato in Europa, a Parigi, avevo proprio la necessità di ripartire da zero, volevo proprio essere nella penombra tenace della metropolitana parigina con dietro dei poster e l’umanità che entra ed esce da un vagone, volevo trovare gli occhi di una ragazza che non sapesse chi fossi, incrociarla in un vagone e innamorarmi.

E Disneyland Paris? Come sei arrivato lì?

Mia madre lavorava all’ufficio provinciale del lavoro di Pavia quindi riceveva delle offerte di lavoro da Disneyland Paris che cercava italiani che andassero là a lavorare. Mia madre ci ha sempre tenuto che mi laureassi, e mi son laureato, che avessi un lavoro fisso e l’ho trovato; sono andato al colloquio alla Walt Disney Company, non ho detto assolutamente che avevo fatto musica e mi hanno preso subito. All’inizio ero un cowboy e poi un marinaio su un battello che si chiamava Mark Twain sul fiume Mississippi nel Far West, fantasie Disney, quindi ho ricominciato da zero senza che nessuno sapesse che ero una pop star. Poi chiaramente alcuni italiani mi hanno riconosciuto, il vice presidente del parco poi era un italiano che mi ha preso e mi ha messo al posto che ricopro ora, Event Executive, organizzo eventi da milioni di dollari e niente, mi sono ritrovato con un lavoro serio e, come dicono in Francia, avevo adottato lo stile métro-boulot-dodo (metropolitana, lavoro e dormire) e mi andava benissimo. Avevo iniziato da zero una nuova vita, avevo una passione che era stare tranquillo, lavorare e avere un divano di casa mia dove guardare le partite.

Stanno girando una serie sugli 883, la gente tornerà a cercarti ancora di più? Sei contento?

Pierpaolo Peroni, che già all’epoca faceva parte del team che curava gli 883, un giorno mi chiamò e mi disse che Groenlandia, questa casa di produzione, aveva l’idea di fare una serie sugli 883. Conoscendolo bene, e sapendo che era ed è ancora il braccio destro di Claudio Cecchetto gli dissi che non c’erano problemi, perché mi fido ciecamente di Cecchetto, così ho dato il mio benestare. Non ho visto ancora nulla fin’ora, ma mi sembra che l’attore che mi incarna sia a metà tra Johnny Depp e Fantozzi e trovo che mi rappresenti molto bene, sono contento della scelta. 

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Anche tu hai in programma qualcosa sugli 883, che nasce dal tuo libro.

Dal canto mio sto cercando di fare un musical che esca dal libro, un musical nostrano, con la voglia di raccontare il mio angolo di vita degli 883 e lo sto facendo con Raffaella e la sua struttura e con questi due artisti e personaggi incredibili che sono Célie Angelon, sublime cantante parigina e Marco Guarnerio, musicista e arrangiatore che ha inventato il suono degli 883 e registrato e mixato e suonato tutte le canzoni degli 883. Quindi un musical fedele che racconti il libro e la mia storia negli 883 portandola in giro per i teatri d’Italia. Si prospetta una bella avventura per il 2024. Abbiamo fatto una prova, abbiamo dato un assaggio del musical al pubblico del teatro di Ferrara ed è piaciuto, funziona, sarà bello. Il teatro è una mia passione e penso che non sia sfruttato come dovrebbe perché il teatro è molto più rap o rock di quanto si possa credere e quindi ho pensato di colonizzare i teatri facendo proprio un musical in stile 883. Siamo carichi veramente tutti, è una bella idea, alla regia dovremmo avere Maurizio Colombi che ha fatto molti musical anche a livello internazionale come We will rock you. Una bella avventura professionale, concreta.

Nel libro scopriamo che alcune delle più belle canzoni d’amore degli 883 (Finalmente tu, Una canzone d’amore, Come mai) erano state scritte e pensate per essere interpretate da Massimo Ranieri.

Andò che la Warner Chappel, che era il nostro editore all’epoca, voleva che facessimo delle canzoni per il festivalone, per Sanremo, e noi eravamo dei rapper. Quindi abbiamo cercato ispirazione dall’America, abbiamo trovato Never Say Goodbye dei Bon Jovi e una volta ci siamo lasciati trasportare da un documentario su Yellowstone con la neve e i bufali e abbiamo cercato di riprodurre questa magia attraverso la canzone, ma ci è venuta in inglese. La prima versione di Finalmente tu era Mon du coeur, che mi piace moltissimo e sto cercando di farla nel musical con Célie Angelon e Marco Guarnerio, ma per Sanremo ci hanno detto di no: Massimo Ranieri non poteva portare una canzone in inglese e quindi l’abbiamo dovuta rifare in italiano. (canta) Cadono dall’orologio i battiti... Io non so se le facessero ascoltare veramente a Ranieri le nostre canzoni, ma ce ne hanno fatte rifare molte. Se tu sentissi la potenza che ha questa canzone in inglese! Dalle nostre canzoni veniva sempre fuori una fibra americana, adesso fa un po’ ridere dirlo, anche politicamente, ma all’epoca era viva e palpabile la ricerca del sogno americano.

La provincia, o la piccola città e il grande sogno americano: tu li hai fatti coincidere.

Facendo una relazione tra provincia e sogno americano non dimentichiamo il New Jersey, nel senso se facciamo questa metafora azzardata, ma palpabile tra Pavia e Milano e New Jersey e New York. Guarda Bruce Springsteen, Bon Jovi, anche Frank Sinatra, sono tutti del New Jersey e sognavano New York. È quello che cantavamo io e Max inCon un deca, due discoteche e centosei farmacie: va benissimo, però che palle, voglio andare a New York. La provincia era un tappo ai nostri sogni, un tappo che volevamo far saltare per andare altrove.

Spoileriamo come hai approcciato Max a scuola?

Mi ricordo che volevo interessarlo, volevo essergli amico, e non so perché, ma ho tirato fuori Genova Brignole, chiedendo se conoscesse qualcuno di quella zona. Hai presente Carlo Verdone, quando parla del cargo battente bandiera liberiana? Ecco, ci siamo trovati in quella situazione verdoniana entrambi, io l’ho approcciato parlandogli di Genova Brignole che allora era un postaccio che nemmeno conoscevo in realtà e nemmeno Max. Eppure ci siamo trovati in questo universo surrealista che ci avrebbe portato poi lontano a creare le canzoni che abbiamo creato. Ha funzionato.

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Quando qualcuno per te è un mito è un mito sempre, scrivi, qualunque cosa faccia.

Esattamente. Se per me uno è un mito mi può anche sputare in faccia e vomitare sulle scarpe, per me sarà sempre un mito. Ci sono tre quattro persone nella vita di chiunque che sono miti veri, ecco Max per me è una di quelle persone. Sarà sempre un amico e un fratello maggiore per me.

Gli anni è la canzone che ti ha fatto capire che gli 883 non erano più un sogno tuo, ed è una canzone speciale anche per i fan.

Io non baro mai e mi rendo conto che Gli anni è una canzone bellissima: eravamo nella cantina di Max, io mentre la scrivevo sentivo che volevo andare alla settimana della moda a Miami e che a Pavia non ci volevo più stare. A Pavia e al bar, non ci volevo più stare anche se ero felice. Volevo andare a conoscere Brandi, era finita per me, volevo andare via. L’inizio della canzone, stessa storia, stesso posto, stesso bar: io non avevo più voglia delle stesse cose. Era dentro di me, quel movimento impercettibile del cuore che ti fa comprendere la strada da prendere, quella linea che leggi sul palmo della mano e che ti indica la direzione del tuo domani. Volevo andare via. E sono andato. Non me ne sono mai pentito e non cambierei niente di quel che ho fatto, nemmeno una virgola, ho ballato e cantato sui miei sogni fino a che ho voluto e poi ho cambiato strada. Non c’è niente che non rifarei nel modo in cui l’ho fatto. 

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L'articolo Mauro Repetto: "Non avrei mai potuto essere un collega di Max Pezzali" di Carlotta Fiandaca è apparso su Rockit.it il 2023-09-22 14:02:00

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