Francesco Guccini - Mazda Palace - Genova Live report, 31/03/2005

18/04/2005 di



Il pubblico dei “gucciniani” è costituito da ragazzi di età compresa fra i sessanta e i quindici anni ed è ovvio che il risultato di una simile simbiosi, peraltro miracolosa sotto certi aspetti, non possa che essere una sintesi fatta di equilibrio e di una sorta di consapevolezza quasi sovrumana: quella di appartenere tutti, indistintamente, alla “mia generazione” di “Dio è morto”. E' proprio questo l’aspetto davvero stupefacente della musica e della persona di Francesco Guccini: il sapersi rinnovare e riproporre rimanendo comunque sempre eguale a sè, senza stravolgere i canoni fondamentali della sua arte popolare, mantenendo attuale un messaggio ideologico, politico e filosofico che, storicamente, potrebbe sembrare altrimenti confinato a un passato ormai sepolto.

Il Mazda Palace è gremito di una folla composita, in parte sistemata nei palchi laterali e, in parte, seduta a terra. Qualcuno mangia pane e salame stendendo una coperta, in una sorta di pic nic, ripetendo, ignaro, le stesse gesta che si stan consumando, davanti al fiaschetto, nel back-stage.

Il ragazzo del 1940 inizia immediatamente (e non è certo una sorpresa) un breve monologo imperniato su Silvio Berlusconi (“Re Silvio I”). “Che cosa ci fate voi qui? Non sapete che stasera c’è Re Silvio I a Porta a Porta?”. E’ in forma, Guccini. I suoi sessantacinque anni sono un po’ camuffati dai Jeans e da una camicia rossa (“Scusate per questa camicia, casualmente rossa, ma non avevo altro da mettermi”) e da una verve sempre giovanile, impregnata della solita, grande, gioviale capacità di comunicare (“Finalmente Genova ha un palazzetto umano” – il riferimento, evidente, è all’inadeguatezza, sotto il profilo dell’acustica, del Palasport, dove si era tenuto l’ultimo concerto).

E’ affiancato dal complesso storico composto da “Flaco” Biondini (chitarre), Ellade Bandini (batteria), Vince Tempera (tastiere), Antonio Marangolo (percussioni e sax). “Ci siamo incontrati per caso e ho detto: perché non andiamo a suonare insieme?”.
Il concerto si apre con “Canzone per un’amica” e prosegue per oltre due ore pressoché senza interruzioni (salvo qualche breve sorso di vino e una nuova digressione berlusconiana: “Si sa che Silvio vuole diventare Papa”. Il tutto in tempi non sospetti.), attingendo prevalentemente al repertorio più recente del cantautore con qualche acclamato ritorno al passato. Guccini, quindi, non si cristallizza sui suoi successi storici (che pure suscitano sempre un brivido elettrico nel pubblico), ma si ripropone anche in proiezione presente e futura, deliziando gli ascoltatori con la sua poesia, la sua capacita impareggiabile di creare immagini vivide con le parole, la sua simpatia contagiosa che ha un picco allorché il cantautore annuncia che canterà una canzone in modenese. “Il modenese – dice – non è poi tanto diverso dal genovese. E poi, voi ascoltate sempre canzoni in inglese e non capite un cazzo, e quindi adesso vi beccate questa canzone in modenese”.

La band è, ovviamente, assai affiatata, e la musica scorre senza intoppi, molto efficace anche negli arrangiamenti (bellissima l’esecuzione di Flaco Biondini della canzone dedicata a Che Guevara). Guccini canta con la solita vociona arrotata che solo dopo quasi due ore di concerto mostra qualche crepa nei toni alti (buona scusa per rinfrescarla con un po’ di vino rosso). La canzone dedicata a Carlo Giuliani provoca una reazione immediata nella folla. Tutti si alzano in piedi e si avvicinano, con estrema compostezza, al palcoscenico. Si accendono centinaia di fiammelle e il pubblico accompagna il cantautore nella ballata. “Cantarla qui a Genova è stata davvero una grande emozione”, dice quasi commosso.

Il brivido prosegue, poi, con “Dio è morto”. Il pubblico, ormai, è tutto in piedi, canta a squarciagola l’inno di una generazione che continua a rinnovarsi. Poi c’è la magia triste di “Auschwitz” (“La maggior parte di voi, probabilmente, non era ancora nata quando scrissi questa canzone. Quando la scrissi nel 1964 non credevo che, dopo quarant’anni, avrei avuto ancora un motivo per cantarla” – dice con amarezza). Niente “Avvelenata”, invece. “Sapete, non faccio “L’avvelenata” perché Flaco Biondini non la sa suonare”. Il pubblico manifesta una breve delusione.

Ma in chiusura, non appena Francesco Guccini fa risuonare l’accordo in re maggiore della “Locomotiva”, l’eccitazione del pubblico raggiunge l’apice. Operai, impiegati, ragazzi dei centri sociali, contadini, avvocati, studenti, cantano all’unisono. Si levano alti i pugni chiusi, si ripete ciò che Guccini ha già visto centinaia di volte: l’unione di migliaia di cuori e di menti sotto il vessillo della lotta contro l’ingiustizia.



Nel nome di Guccini. Ecco il report del live di uno di quei pochi personaggi che sanno unire la sinistra.

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