Meeting delle Etichette Indipendenti

29/11/1998 di



Non so quanti di voi visitano frequentemente Rockit, ma di certo avrete notato che siamo una realtà che cresce, sospinta forse più dagli eventi che non dalla volontà precisa del gruppo 'virtuale' che si è venuto formando col tempo. In quel di Faenza ci siamo ritrovati in diversi (eravamo in 5) della redazione, ammesso che questo termine possa calzare per la nostra situazione molto particolare; a parte questo, la mia impressione è stata che la gente era incuriosita dalla nostra proposta, non tanto per il progetto che va sotto il nome di Rockit, ma per il fatto che stavolta aveva di fronte un banchetto con due computer e la possibilità di accedere in meno di un secondo a qualsiasi notizia, o quasi, che il sito riporta riguardo un gruppo.

Alcune band hanno poi cercato di vedere in noi non tanto un possibile tramite per il circolo 'recensione - segnalazione - contratto discografico', ma anche una possibile opportunità per sviluppare un discorso cosiddetto 'di base', che prescinda dal circuito stesso di indipendente e major assieme, per provare una strada alternativa ai canali ufficiali. E se da una parte il tutto rimane ancora nel campo degli ideali, è anche vero che questa esigenza proviene dal fatto che il settore 'meno ufficiale' della produzione e distribuzione discografica, ovvero queste benedette INDIPENDENTI, non riescono spesso a garantire solo le date affinché un gruppo si faccia conoscere e faccia sentire la propria musica. Se perciò immaginate tutto il resto del lavoro che bisognerebbe svolgere (promozione, cura del prodotto, management), intuite le evidenti difficoltà di una crescita 'reale'.

E proprio nel dibattito tenutosi a Faenza, intitolato "La distribuzione: quali soluzioni per le etichette indipendenti e le autoproduzioni?", bisognava individuare una possibile via d'uscita, o comunque un accordo che potesse servire ad aprire una nuova stagione musicale all'insegna della musica italiana che, fuori dai soliti circuiti ufficiali, riuscisse a emergere dal 'mare magnum' delle infinite produzioni. Naturalmente il dibattito non è servito assolutamente a nulla, o perlomeno è servito a constatare che il mercato che si rivolge ai prodotti da qualche migliaio di copia rimarrà tale se non ci sarà il vero impegno di portare avanti un progetto 'comune', dove la piccola etichetta discografica non 'mangia' quella vicina - situazione simile succede anche fra le band -, ma collabori per allargare il mercato. E sia ben chiaro che se in un futuro la quota di mercato che si rivolge alle proposte delle realtà indipendenti e della autoproduzioni tenderà ad aumentare, non succederà perché aumenterà la spesa del singolo destinata all'acquisto di dischi, ma bensì perché il singolo preferirà questo tipo di prodotti ad una classica proposta di musica leggera che inonda le case del 'solito ignoto' italiano medio.

Se non si mette in conto questo fattore, legandolo inevitabilmente ad un aspetto culturale e ad una evidente crisi economica, non si può addossare la colpa 'solo' alla distribuzione del prodotto o alla sua commercializzazione. Ora, come forse non è stato fatto allora, bisogna sfatare il mito dei 'C.S.I. primi in classifica', perché quello non è stato un segnale per il futuro ma solo un evento (vedi periodo di uscita dell'album e permanenza in classifica dello stesso) da segnare sul calendario. Certo da quel momento in poi si sarebbe potuto lavorare con qualche certezza in più, ma come abbiamo visto e sentito non basta che un album destinato al pubblico alternativo (????!!!!) arrivi nelle charts per aprire la strada a tutta una scena 'alternativa'.

Allo stesso tempo molti altri signori non vengano a parlare di centri sociali come uniche strutture sociali in grado di limitare i danni; ritengo che i centri sociali siano, in pochissime situazioni, un centro di aggregazione che però, nella rimanente maggior parte dei casi, tendono ad un processo di 'autoghettizzazione' dove si tende a sviluppare una cultura a suo modo 'classista'. Con ciò non voglio generalizzare e dire che ogni centro sociale soffra di questa patologia, ma è evidente che quella stagione di inizio anni '90, legata alla cultura rap di matrice italiana, è chiusa, senza alcuna possibilità di recupero!

Non prendiamoci in giro: le strutture esistenti che operano già e hanno un riscontro, anche minimo, di pubblico, devono muoversi per prime, possibilmente in una direzione comune. La 'critica' deve fare il suo lavoro, facendo perciò critica nel vero senso, e il pubblico, nota dolente, deve cambiare gusti senza ombra di dubbio. E gridiamolo pure forte e chiaro, senza alcun problema, che non si tratta di rispetto o meno se affermiamo che una proposta sanremese 'puzza di merda' non tanto per quello che suona (la Consoli è passata da lì come tanti altri e ha fatto bene!), ma per il fatto che si conforma ad uno standard che non esprime i gusti di una 'minoranza', secondo la versione morettiana, che si ciba di prodotti che provengono da esperienza diverse e in qualche modo si propongono di orientarsi fuori dai soliti circuiti.

Rockit cerca di orientarsi in questa direzione, per promuovere e veicolare non solo nuove forme di cultura, ma anche per cercare di interagire con la base e il vertice, senza perdere d'occhio il continuo evolversi dell'arte.



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