MI AMI 2006: Formiche nei capelli, e Eastwood...

04/07/2006

(L'Idroscalo dal Circolo Magnolia. Foto di Stefano Vergari)

Il MI AMI visto con gli occhi di uno che ha preso macchina e amiche, e da Torino se l'è fatta fino all'Idroscalo per lavorare e dare una mano. "Volontario" non è la parola giusta, ma rende bene l'idea. Fra dormite punk style e punke - le panchine, come lo scrive lui - spostate senza sosta, Sandro Giorello racconta il suo MI AMI 2006 quasi come fosse una gita alle medie. Si fa chiamare Orso, il nostro Sandro, ma non sembra più un orsacchiotto?



Il mio MI AMI inizia con il tragitto “Piobesi d’Alba Torino” e “Torino Milano”. A Torino ho recuperato le ragazze, le tende, i biscotti e siamo partiti alla volta dell’indie-rock. La macchinata era composta da me, Giulia Bertelli (fotografa), Marta, Sara, Pauj (tre ragazze carine). Note particolari del viaggio: ben poche. Abbiamo sentito per due volte di seguito la seconda e la terza canzone di “The Glow pt.2” dei Microphones. Poi siamo arrivati al Circolo Magnolia.

Appena entrato, mi sono subito guardato in giro. Ottimo, tra il folto di numero di All Stars presenti ero l’unico ad avercele marroni. Già mi sentivo il più fico della terra. Già mi immaginavo di passare tutto il pomeriggio a scroccare birre e dire stupidaggini con le ragazze. Ma era invitabile: “pianeta terra chiama Sandro!”. E’ bastato entrare in sala stampa per svegliarsi dal sogno. Sembrava essere capitati nell’ora di punta di Piazza Affari: un sacco gente che andava e veniva. Computer che non andavano. Permessi che non arrivavano. Ho chiesto se c’era il tempo per mangiare qualcosa. Figurati. Due minuti dopo ho già una punka in mano e seguo due che portano un tavolino. Vi salto tutta la descrizione dell’allestimento dei banchetti, le discussioni con le elettriciste (per altro molto carine, ma altrettanto fastidiose) e i problemi creati da una certa label che ha rotto le balle per quanto riguardava la disposizione del suo tavolo e ha contribuito molto al mio mal di schiena che da li a poco si sarebbe manifestato. Gli avrei detto volentieri: “Hasta la schiena siempre”. Ma non so se avrebbero capito.

Il resto del pomeriggio del venerdì l’ho passo a propinare promo a un po’ di etichette che mi ero promesso di sentire al fine di trovare qualche gancio nuovo per dei mie amici, magari trovare qualcuno che gli facesse il disco nuovo. Alcune sono state parecchio gentili. Altre mi hanno detto da subito che non se ne poteva far niente. Non discuto, anzi capisco. Cito giusto la frase di un “discografico” che mi è rimasta abbastanza impressa, mi ha detto: “tanto di musica non ne capisco un cazzo”. “Va be’”, ho detto io. Poi sono iniziati i concerti al palco Sandro Pertini. Da segnalare la mia particolare emozione nel vedere fissare il telone che faceva da fondo scenografico al palco. C’era stampata la faccia di Pertini e il fumetto diceva: “Italiani Brava Gente!”, come nella prima pagina del numero di marzo del nostro ‘mag. Dovete sapere che i miei sono sempre stati ben presi per il suddetto presidente: se mi chiamo Sandro è quasi tutto merito suo. Quando ho visto questo faccione che si srotolava, mi sono detto “Mamma, avevi ragione” e ho fatto partire un applauso (ma mi hanno seguito in pochi). Devo ammettere che del resto del pomeriggio ricordo poco. Sono stato un po’ in giro con le mie amiche, loro facevano shopping e io guardavo loro fare shopping. Tutte e tre si sono comprate la maglietta dell’Aiuola con su scritto “Non Innamorarti”. Ho poi scoperto che è una maglietta in voga nell’indie-rock, ce l’hanno praticamente tutti.

Faccio un piccolo salto nel discorso, giusto per ridestare l’attenzione di voi lettori. Capisco che il mio cazzeggio pomeridiano possa essere non così interessante. Vi racconto una cosa un po’ più torbida. Avevo finito il mio primo turno al bar. Erano le 11. Ero ubriaco. I motivi erano svariati: vuoi per la tensione (a cui cerco di porre rimedio bevendo) che si crea quando lavoro in mezzo a gente che non conosco. Vuoi per la sete. Vuoi perchè, alla fine, uno si ubriaca sempre volentieri. Nel frattempo, Bugo, al palco Pertini, iniziava il suo concerto con la hit “Bicchiere Nella Birra”. Io ho lasciato la birreria e sono andato nel parco. Ho appoggiato il mio bicchiere di birra per terra, a fianco delle mie splendide scarpe marroni. Ho iniziato a liberarmi di quella parte di me che opprimeva in maniera pesante la mia vescica. Fissavo con l’occhio il mio lento fluire. Fissavo anche il mio bicchiere. A pensarci – e ora arriva la cosa sgradevole – può essere capitato che parte di quella parte di me sia gocciolata nel bicchiere. E pensare che ho finito la birra ugualmente, anzi di gusto. Con la mia “birra+” mi sono immerso nella folla bugoniana. Ero in preda ai vapori alcolici, ma non abbastanza per non guardare con una certa cattiveria i Lombroso e la loro comparsata veloce che hanno fatto prima degli Yuppie Flu. Erano così indispensabili?

Dopo altri lavori sono finito a dormire. Nonostante la possibilità di montare la tenda, io e le mie amiche abbiamo deciso di dormire nel cosiddetto “stile punk” (così veniva chiamato nei comunicati di Rockit inerenti all’ospitalità per la notte). Un po’ lo prevedevo e per non essere fuori luogo mi sono portato la mia vecchia maglietta di “el paso”, per entrare meglio nel ruolo. Riguardo al dormire per terra: va bene che qualcuno disse “that’s right, I’ve got a Floor” (Nofx, 1994) ma non mi ricordavo fosse così scomodo. Al risveglio – anche se non so se si può parlare di vero e proprio “riveglio”, giusto perchè ho tenuto gli occhi chiusi si e no quattro ore – le mie ossa avevano già compilato il modulo per l’ospizio. La sala “dormitorio” iniziava ad avere un odorino non proprio piacevole, così, io e le mie tre amiche ci siamo spostati nel parco. Abbiamo mangiato i biscotti e ci siamo nuovamente assopiti. C’è da segnalare questo fatto, accaduto mentre stavamo li nel parco: una formica ha deciso di lasciare il manto erboso e si è addentrata nei capelli di Marta. Con grande agilità si è districata tra la massa cutanea, quasi fosse normale amministrazione. Ne è uscita senza problemi e ha proseguito per la sua strada. Ci tenevo a scriverlo: se voi aveste visto quali acrobazie faceva quella formichina sicuramente, ora, sareste daccordo con me. È stato uno degli eventi più importanti di quella mattina. Ne sono certo.

Il pomeriggio di sabato è filato veloce. Dopo vari lavori e il litigio con uno che voleva a tutti costi far entrare una persona in più nel backstage anche se questi non aveva il braccialetto artisti – vi cito solo una frase del tipo in questione, quando i toni si stavano surriscaldando: “Sei pieno di peli in faccia ma in fondo non sei che un ragazzino” – per fortuna è intervenuto Carlo Pastore e ha risolto tutto. Sono arrivate le undici di sera. Avevo appena finito il mio turno alla birreria della collinetta e, giuro, non avevo ancora toccato un goccio di birra. C’era stato qualche intoppo alla birreria Pertini e io, Nicola e Cinzia ci siamo trovati un mucchio di gente da servire. C’era abbastanza da sgobbare, non ho quasi avuto tempo per bere. Finito il turno mi sono spostato per sentire i Three Second Kiss. Piccola parentesi su questo gruppo: mi fa sempre lo stesso effetto. Una sorta di coma fantastico. Finisco sempre per rimanere appoggiato alla transenna o in qualche altra posizione statica. Stacco il collegamento con il resto del mondo. E mi faccio cullare dalle acidità che si diffondono, dal basso che mette tutti in riga, da una psichedelia non manifesta ma ugualmente presente. I tre sono il meglio che possiamo permetterci in materia di noise-rock. Decisamente il meglio. In questa precisa occasione mi sono goduto il concerto dal backstage: avevo racimolato un po’ di cibo e me ne stavo seduto con una mezza lattina di birra. Forse, è stato uno dei migliori momenti di questo MI AMI. Ero veramente felice.

Dopo mi è toccato il turno alla birreria Pertini: non è accaduto nulla di così interessante da essere citato (la solita fiumana di gente ubriaca che vuole continuare a bere e tu fai il possibile per accontentarla). Alle 3 del mattino, dopo aver conosciuto uno di Rolling Stone che mi ha tenuto una buona ventina di minuti raccontandomi quanto sia fico scrivere lì ecc. ecc. ho bevuto l’ultima birra spillabile ed è iniziato il massacro: si è iniziato a metter via le punke e si è finiti dove si è finiti. Saranno state le 5 e mezza: ho chiuso il mio rapporto con la realtà. Mi sono accasciato sul divano, ho abbracciato i piedi di Pauj e ho chiuso gli occhi pensando alla pistola di Clint Eastwood disegnata sul flipper davanti a me. Dopo qualche ora ho preso la macchina e me ne sono tornato a casa.

SORRISI E CANZONI (piccoli momenti di felicità al Mi Ami)
Il primo sorriso incontrato è stato quello di Sara Scheggia. Luminoso, generoso e con una punka in mano. In sottofondo c’era il check di Bugo. E’ stata la prima di una lunga serie di persone che si è dimostrata – o ha reso l’idea di essere - felice. E’ stato un ottimo benvenuto, di quelli che ti permettono di star leggero anche nelle peggiori situazioni. Il secondo è stato quello di Sara Loddo, timido (o quasi) e soprattutto gentile. Di quelli che si chiudono in fretta perché arriva altro da fare. Poi Maria Guzzon con in sottofondo il check degli Yuppie Flu. E via via gli altri che montavano gli stand delle etichette (con grande stima per Francesco Saliola). Poi ci sono stati i Mr. Brace. Fin troppo timidi. Si capiva che non si sentivano padroni del palco. Impacciati, quasi si sentissero beneficiati di chissà quale regalo non meritato. Invece, sono stati una delle cose più belle che ho sentito e avevano tutti un’ottima dentatura. Gli alberi – si, gli alberi - hanno sorriso su Mr. Henry. Ho inclinato la testa quel tanto per vedere le fronde più alte. Sembravano contente di sentire la sua musica. Insomma, era una roba panica. Poi c’è stato il sorriso di Tizio, con in sottofondo i Rosolina Mar che facevano casino nell’altro palco. Poi c’è stato il mio, con in sottofondo “l’ultimo discorso di registrato” di DeGregori. Ero contento per aver fatto il tragitto “stazione centrale MI AMI” e ritorno senza perdermi. E ci avevo messo anche poco. Considerando che sono un asino delle 4 ruote, è stata una bella scoperta. Poi c’è stata la risata di Stefano “Fiz” Bottura, scherzava con Elena mentre suonavano i Fine Before You Came. Per un attimo sembrava (quasi) che non pensasse al lavoro. Poi ci sono state risate varie e sorrisi intorno all’ora di chiusura del bar della collinetta, con in sottofondo musica varia e altre risate. Uno degli ultimi sorrisi è stato quello di Giulia Bertelli: io ero bordo palco e avevo raggiunto il Nirvana grazie ai Three Second Kiss. Mi avevano fatto stare parecchio bene. Giulia era distrutta. Si è discusso un po’ su Jukka Reverberi che faceva avanti e indietro davanti a noi, facendo degli specie di gargarismi e sputando qua e là un liquido strano.

Il MI AMI è andato ottimamente. Un sacco di gente è stata felice. Un bene no?



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