MI AMI 2007: Oggi lavoro duro #1

22/06/2007 di

(Ostrega, so' propio finìo - Foto di Ivan Rachieli)

Abbiamo scelto due dei nostri migliori giornalisti e li abbiamo obbligati, per tre giorni, a lavorare per davvero. Il risultato è che non hanno potuto vedere tanti concerti, e dunque non ne possono raccontare. Scrivono, bensì, di cosa è stato per loro questo MI AMI 2007. Fra scorci nostalgici e storielle personali ecco il loro punto di vista sul Festival della Musica Importante e dei Baci. Renzo Stefanel, nonostante la sua veneranda età, si è dato da fare, tutta la redazione è rimasta stupita e ringrazia. Adesso ce lo può raccontare.



Il mio MI AMI 2007 dura un solo giorno, sabato 9 giugno. Ma il mio MI AMI comincia la sera prima, a Padova, al Summer Student Festival (bello anche lui), dove fra dj techno bresciani, catanesi e americani vedo che la official t-shirt strilla in campo bianco tre enormi "Je t'aime Je t'aime Je t'aime". Perfetta per la mia risposta d'amore al MI AMI, da indossare con orgoglio a Milano. Sedici ore dopo entro all'Idroscalo, accompagnato da Faustiko e sua moglie Stefi. Saranno le tre, tre e mezza, ora buona solo ancora per addetti ai lavori. Da lì, un turbine. Incontro chi non vedevo da tempo, sorrisi e abbracci, do un volto a firme lette, ammirate e difese, vago per banchetti a salutar gente. Tutto fiero della mia lista di personal kunzerts, imprescindibili, impossibili da perdere, in tasca, frutto di trattativa sindacale col buon Carlo in nome della mia veneranda età. In verità faccio in tempo quasi solo a buttarmi sulla collinetta e godermi il sole psichedelico e buono dei miei adorati Le Man Avec Les Lunettes e le stregonerie grottesche di Miss Beatrice Antolini. In mezzo quattro chiacchiere. Adesso qui, dopo là. Vado e vivo così. Arriva Francesco Donadello dei Giardini di Mirò, che un milione d'anni fa (prima ch'appendessi saggiamente la chitarra al chiodo) è stato perfino il mio batterista (hai suonato proprio con tutti, Burro…), che mi riassume in 10 minuti i suoi ultimi quattro anni e piazza là che ha conosciuto Johnny Marr (miiiiii). Poi, da contratto, a vender magliette Rockit: conosco i deliziosi Kkt, Datura e Snoopystar. Alle otto vengo cooptato da Faustiko e Sherwood come cameriere per il cathering. Passare con vassoi pieni d'ogni succulento ben di Dio vegetariano tra la gente (già tanta!) dev'essere simile a fare surf sulla lava. Però lo faccio. Mentre mangio suonano i Jennifer Gentle. Non resisto. Pianto lì il piatto e mi fiondo sotto il palco tra i fotografi a urlare e applaudire. Band compattissima: cinque musicisti come un uomo solo. Superspaccano. Sarebbe ora dei Canadians alla Collinetta, ma arrivo appena in tempo per vedermi le due ultime canzoni, con Nicola Bonardi che mi abbraccia cantando il ritornello di "Find Out Your 60's", mentre Enver, che è uno di quelli che è caduto meravigliosamente nella pentola da piccolo, saetta per il declivio sfoggiando il manifesto della mia maglietta ("Je t'aime"), in pose da perfect pornorockstar, finché arriva da Bonardi, gli salta in braccio a mimare amplessi a braccia alzate in "We love you". Enver poi mi dice che su queste assi a palleggiare dovrebbero starci anche i Diva e io sì cazzo, la più grande pop band italiana di sempre. Tradita dai tempi e da se stessa, concordiamo. Chissà però chissà. Via al banchetto, magliette come il pane, con il Teatro degli Orrori che inizia e io non vedo un cazzo che c'ho una colonna giusto tra me e il palco e le magliette da vendere che la mia lista è andata a farsi fottere perché sono dentro a questa cosa bella di Rockit che è bello fare anch'io la mia parte, e c'è sempre più gente, ed è gente figa, niente sfigati punkabbestia, ma proprio cool, e di tutte le età, ventenni trentenni, ma anche quarantenni e cinquantenni e pure oltre, e mamme e papà che accompagnano figlie dodicenni con la maglietta dei Cccp e cazzo sembra di essere in Danimarca o Inghilterra e non nella cattolica Italia che a una certa età casa lavoro chiesa della minchia e invece sei una persona e hai una vita. Che nel frattempo arrivava Faustiko a dirmi vai a vedere chi c'è nel privé del Magnolia. E apro. E nella penombra azzurrina di un corridoietto lungo tre metri, seduti su cinque sediletti di plastica rossa, illuminati dal riverbero di cinque portatili, che smanettano frenetiche e-mail d'Oltremare, vestiti di nero tutti uguali ecco i cinque Good Charlotte. "No picture, no picture". Poveretti. Non sanno che è questo il loro Momento di Gloria Italiano. Suonano dall'altra parte dell'Idroscalo, ma faranno tremila persone mentre da noi stasera sono seimila. E tutta – roba – italiana. E mi chiamano alle casse ad aiutare, ché soffrono la marea di gente, proprio mentre stanno per salire sul palco gli Offlaga, destino cinico e baro. Ma sto lì e difendo il Piave con tutta la forza delle mie radici asburgico-furlane, che si paga e niente sconti, che sto ben di Dio a sette euro dove lo trovi? Va avanti così fino alle due e mezza tre. Con la gente che ancora paga ed entra, paga ed entra. Alla Collinetta ci sono De Luca e De Gennaro per il quindicennale di Planet Rock. Indie don't dance? Quattro dischi, un po' di whisky (Diva docet) e la Collina vien giù in una massa esultante di sorrisi beati che si agitano per più di un'ora. Fiz alza la cassa e urla "campioni!". A chi resta fino a sole inoltrato a sgobbare e pulire l'Idroscalo offro le stesse tre cose che pretendo dal mondo per Rockit dopo questo Miami: omaggio, tributo, riconoscimento.

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