MI AMI 2008: la gara a chi limona per primo

24/06/2008 di

(Hai vinto tu - Foto di Stefano Vergari)

La pioggia, i concerti, le birre, la sfilata di ragazzi vestiti con i sacchi dell'immondizia, chi ha voglia di vedere quelchesimuove in Italia, chi ha voglia di veder muovereilculo. Tre giorni che volano via veloci, e dopo si è felici. Alessandro Cavallini - era il suo primo MI AMI da collaboratore Rockit - racconta.



È tutta la settimana che gaso. Gli amici, via e-mail, su Myspace: ogni "oh, ma che si fa stasera?" prevede, da parte mia, in allegato non richiesto un "però, fine settimana prossimo, MI AMI, eh?". È da quel venerdì di tre anni fa al Paolo Pini – la prima edizione (lì avevo un banchetto!) - che per me questo è IL festival, in Italia. La musica indipendente, la musica importante, la musica semplicemente bella, i baci. Le spille delle tre edizioni passate sono l'orpello che non stacco mai dalla borsa. Allora si veniva "per sentire 'sti Offlaga Disco Pax: il disco lo metto su una voltalgiorno, voglio vedere che fanno dal vivo". Adesso "andiamo a vedere le luci", ma tanto lo sappiamo già a memoria.

Il venerdì inizia però che non riesco ad esserci prima delle 19:00, colpa del lavoro.

Entro e ho giusto il tempo di beccare Fiz e farmi dare due dritte di rito. Il primo turno è al Pertini: ci trovo Irene, habituè dello spillaggio rassicurante. Mi faccio educare e in un attimo sono suo. Del MI AMI. Scusate il ritardo. Godo subito della posizione privilegiata per ascoltarmi, lavorando, gli A Classic Education: il tiro che solitamente fa tendere i femori al loro tamburellare, da qui, con la pioggia a far da barriera, non si sente, ma un po' d'indomiti mi pare di scorgerli, sotto il palco, da dietro le teste degli assiepati coi quali m'interfaccio.

Sotto lo scrosciare che sta azzoppando gli Amor Fou, mi sposto per il turno alla cassa d'ingresso. Dopo diciassette secondi di servizio penso al momento in cui potrò lavarmi le mani per aver toccato i soldi, ma va bene così e va via tranquillo. Al turno seguente – chiringuito esterno al Magnolia - mi viene concessa una pausa-boccata di musica, che mi vivo sudando coi Trabant. Ho finalmente il polso (e il gomito in un occhio) della risposta del pubblico: chi ha voglia di vedere quelchesimuove in Italia, stasera, è venuto lo stesso, in barba al maltempo. Chi ha voglia di veder muovereilculo (coloro che preferisco), poi, è qui in mezzo.

Il tempo di osservare il pubblico rilasciarsi sui Bloody Beetrots ed è già ora di ramazzare i suoi resti. È come lavare i piatti dopo una cena appagante.

Sabato si pranza a pizze coi Cosmetic: le birre d'accompagnamento riscuotono poco successo, mentre vengono letteralmente strizzate le due Pepsi acquistate simbolicamente. I tre giorni pieni di festival sembrano, da qui, una meta per soli veterani. Al concerto dei Cosmetic è dedicata la prima attenzione della seconda giornata, appena prima di prender servizio. Oggi, solo turni-birre: ormai, intorno e davanti (e, oggi, anche sopra) fa già più caldo. Tra una postazione e l'altra riesco anche a godere, passandocimmezzo, del live dei Camillas. La tipa del chitarrista sotto il palco col pancionino è una delle immagini più accaloranti del festival.

Sarà proprio la presenza dei pesaresi (con i Camillas, anche Damien* e Altro), delle facce amiche dalla riviera romagnola (il banchetto Tafuzzy diventa il mio quartier generale dove recarmi appena ho un momento libero), del clima tropicale dovuto al dentrofuori da un Magnolia mai così imballato dai tempi del concerto dei Battles un anno fa, ma questo sabato il MI AMI mi sa finalmente di vacanza da tutto, di fine settimana al mare: è ora di appuntare la mela di quest'anno sulla borsa, di fianco alle tre spille passate. Oggi il sole ci ha baciati sulla bocca.

Per i Disco Drive avevo prenotato una pausa già dai tempi della prima recensione scritta per Rockit, quindi lì vedo di dare il meglio e loro ricambiano (o viceversa?). Rientro però subito nei ranghi, ché la sete della folla lo richiede. Spillar birre. Spiller, birra. Questa sera, mentre si ripulisce, con gli sms ci si rimbalza il fotofinish del contest sottotesto (ma scritto da sempre a chiare lettere sul manifesto). "Ma te quando hai limonato?" "Dopo gli Zen Circus" "Ah, io dopo gli Hormonauts. Hai vinto tu".

Domenica ritorna l'acquazzone, i musi si sono allungati. E allora via, con un turno infinito al Pertini, sentendo tutto dal palco e sperando di tornare al muro di teste delle sere prima. E il muro arriva e già, con gli Uochi Toki, la pioggia è mandata affanculo definitivamente. È finalmente il momento in cui si è quasi arrivati a casa. Senz'abbassare la guardia, si palleggia coi turni fino a potersi concedere mezzo Bugo in mezzo alla ressa. "Che diritti ho su di te?" mi riecheggia trascorsi d'iperblues e mi scosto a fare delle chiacchiere. L'ultimo turno in cartellone mi strappa, salvifico, dall'unica insenatura emotiva in tregiorni. Il finale è uguale a com'è iniziato: ritrovo Irene ed io. È la scena finale (prima dell'epilogo risolutore), quella in cui sfilano tutti i personaggi del film, li rivedi in brevi ritratti da tenere nel portafoglio. È un ultimo turno che, a confronto, il baracchino dell'unto sotto il cavalcavia di viale Monte Ceneri può vantare una clientela messa meglio (la processione di ragazzi bardati di sacchi neri del pattume che ci sfila davanti diretti all'uscita loro non ce l'hanno). Fermi, dentro al chiringuito, dobbiamo indossare i giacchetti – dannazione, a giugno?! -, ma siamo FELICI. Un sacco (grande quanto quello nero dell'immondizia di prima. Di più).

Le 2:00. Si chiude tutto, si riparano i pezzi all'interno, si spostano cose che chissà a cosa siano servite. Ci si attarda e va tutto benissimo. La cassa di birre che ci è concesso portare con noi al termine la tengo domani per la partita e brindo a voi.

A quanto è cresciuto il MI AMI in questi anni, al fatto che, ogni volta, quando ci ripiombo dentro, è come se il mio segnalino abbia saltato tutte le caselle dell'anno per tornare nella stessa cosa meravigliosa dell'anno prima. Però più grande e più forte. La casella. E il segnalino, grazie allo starci dentro. Ora, anche dietro.

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