L'ultimo giorno al MI AMI - Il reportage del sabato

28/05/2017 di

Quando arrivo sento cantare di Western Union e di spedire soldi, durante il soundcheck dell’Istituto Italiano di Cumbia. Leggo a Edda un commento lasciato da un ragazzo al video dell’intervista che ho fatto il giorno precedente a Mecna. “Mecna vai ad ascoltare Edda, credo abbia in serbo belle sorprese”. Mi risponde che le belle sorprese le ha in serbo non lui ma Pop_X, il vero motivo per cui lui è qui oggi. Della sua scaletta non sa nulla, la sanno i musicisti che l’accompagnano. Dei testi delle canzoni spesso non sa nulla, perché si emoziona e le dimentica. Gli chiedo se ha qualche ricordo storico dei festival a cui ha partecipato con i Ritmo Tribale. “Di solito ai grandi festival faccio grandi figure di merda”. Poi di "Spaziale", pezzo dell’ultimo album, dice che l’ha scritto una mattina svegliandosi a casa dei suoi genitori in Piazza Grandi a Milano.

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I primi tre spettatori a entrare si chiamano Pierre, Danny e Alexandra. Arrivano da Tolosa e da Parigi. Pierre è in Italia da tre anni e da tre anni viene al MI AMI. Danny e Alexandra sono da poco qui, a lei piace la musica di Dargen D’Amico che ha conosciuto tramite degli amici italiani a Dublino. Mi chiede se suona stasera. Dargen D’Amico piace molto anche ad Eleonora, che con il marito Michele e la figlia di due anni Amelia, sono venuti qui tutti e tre i giorni del festival. “Non abbiamo mai mancato un’edizione - mi dicono - Solo un giorno non siamo venuti”. Una domenica di due anni fa quando lei è stata ricoverata per partorire il lunedì. Tre le cose più belle che ricordano: un concerto degli Zen Circus, uno dei Tre Allegri Ragazzi Morti e una falena in un bagno chimico.

Sul palco dei Dulcamara mi concentro sul bassista. Quando lo incontro nel backstage mi dice, “Ho sessantaquattro anni, mi chiamavo Massimo Sbaragli, poi da un annetto ho deciso di chiamarmi Max Bradley. Ora mi chiamo così”. Tra i concerti più belli della sua vita ne ricorda uno fatto alla Nave Blues, “Aprivamo il live di un pianista cieco. Alla fine del nostro set mi fa chiamare e mi dice - Era una vita che non ballavo un solo di basso”.

Sul palco grande il cantante del Management del Dolore Post-Operatorio fa un proclama dicendo che ci sono persone che vanno bene e poi ce ne sono altre, altre persone che ci rovinano la vita e che sono, testuali parole, il vero cancro, e sono da mandare, sempre testuali parole, affareinculo. Mi avvicino a una coppia di circa cinquant’anni, chiedo se sono d’accordo. Spero che mi dicano di no, che questo fare da proclama sia errore di giovinezza, invece lei mi dice, “Sì. Sono d’accordo. A volte ci vuole”. A volte quando?, le chiedo. “Beh per esempio mia madre, è una persona che ti fa star male ogni giorno”. Mi cita poi un pezzo di Edda, dal disco "Odio i Vivi", in cui si ritrova molto proprio per il senso di famiglia di cui parla. Non ricorda il titolo. Vorrei sapere di più su questo rapporto che ha con la madre ma preferisce parlarmi di Edda.

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Incrocio Enrico Gabrielli più volte con un vecchio registratore a nastro sotto il braccio. Poi lo vedo con un vecchio cellulare Nokia, chiama qualcuno per dire che il vecchio registratore non funziona. Poi lo rivedo di nuovo con due cacciavite. Alla fine mi dice che è riuscito ad aggiustarlo.

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Ogni volta che incontro Calcutta in questi giorni, immediatamente, vengo teletrasportato a Latina, capitale di due miei ricordi. Uno risale al 2012 ed è ambientato al Sottoscala9, un circolo Arci dove ho suonato, nella mia precedente vita da musicista immaginario, davanti a circa venti persone. Poi ho dormito lì nel locale. Avevo litigato al telefono quella sera. Mi ero portato la litigata a letto, la sensazione di solitudine e di aver fallito sia con venti persone che con una. E l’altro ricordo che Calcutta mi richiama immediatamente quando lo incrocio, portandomi in territori di Latina, risale all’anno scorso quando per il quotidiano per cui lavoro ho trascorso una giornata con la presidente dell’associazione nazionale contro la meningite. La sede dell’associazione è in una zona di saracinesche abbassate, centro commerciale senza più centro, era un sabato, durante l’intervista, quando mi ha intonato la canzone che cantava a sua figlia prima di dormire, e prima che morisse a pochi anni, mi sono commosso e ho pianto e, anche in quel caso, mi sono portato il pianto in giro per Latina e la notte sono andato al pronto soccorso perché volevo vedere il luogo in cui era avvenuto tutto ciò che mi avevano raccontato, la corsa in ospedale, l’inutile corsa. Quando sono andato io c’era un gruppo di motociclisti, con i giubbotti da motociclisti, uno di loro si era fatto male, li ho visti sparire sotto la croce illuminata.

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Di viaggi importanti o strani ne parlo con Max Collini mentre siamo a bordo del furgone che ci porta dal parcheggio, dove carichiamo gli strumenti, al retro del palco dove si esibirà con il progetto Spartiti. Alla guida c’è Carlo, che da quattro anni fa il trasportatore di strumenti e artisti per il MI AMI e che in settimana lavora in un negozio di casalinghi e sanitari. Racconto a Max Collini che la prima volta in cui ho visto gli Offlaga Disco Pax dal vivo era a un concerto a Bergamo. Quella notte poi sono partito direttamente per Bari, in auto, e associo il loro primo disco a un viaggio lunghissimo. Mi racconta del loro viaggio più assurdo, “Pasqua 2006. Suonammo a Reggio Calabria, il giorno dopo era il lunedì di Pasqua. A concerto finito, all’una e mezza, ci siamo guardati e ci siam detti - Ragazzi però domani c’è traffico. Così alle tre e un quarto del mattino siamo partiti con il Doblò di Daniele e da Reggio Calabria siamo arrivati a Reggio Emilia all’una e mezza di pomeriggio”.

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Mi capita poi di rivolgere lo sguardo non al palco ma alle persone in prima fila. Durante il concerto delle Luci della Centrale Elettrica mi concentro su padre e figlio. Il padre lo riconosco perché all’ingresso, il giorno prima, mi aveva detto che accompagnava suo figlio disabile e voleva sapere se erano previste riduzioni per l’accompagnatore. Il figlio ha diciannove anni e con il padre e con Vasco Brondi canta della stazione spaziale internazionale e “Ci siamo noi due accecati dal sole, accecati dal sole”. Sono come un dipinto dai colori rinascimentali, di volti e di paesaggi in fiamme, e fra i volti spiccano questi del padre e del figlio, arrivati anche loro dalla stazione spaziale, discesi fra il pubblico. 
L’istituto Italiano di Cumbia canta invece di un pescatore e mi ricorda che la mattina precedente, tornando verso casa, ho visto un uomo con una canna da pesca scavalcare un muretto dei navigli e sparire così dalla mia vista, come il festival sparisce alla mia vista alle cinque del mattino di sabato.

Tag: mi ami

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