Un giorno al MI AMI - il reportage del giovedì

Il racconto del primo giorno del MI AMI 2017 a cura di Valerio Millefoglie

Carmen Consoli canta Mandaci una cartolina davanti a cinque spettatori. Due di loro si chiamano Fabio e Marina. Fabio è di Cosenza, Marina è di Pioltello. Passeggiavano lungo l’idroscalo di Milano durante la pausa pranzo quando la musica, da lontano, li ha fatti avvicinare qui e si sono ritrovati alle prove di Carmen Consoli. Sono le due del pomeriggio e Anna, un’altra spettatrice, nell’emozione di assistere a un concerto per pochi confonde piani spazio-temporali e dice, “Appena ho sentito L’ultimo bacio sono arrivata in macchina da La Spezia”; come se la canzone l’avesse raggiunta sino a casa e accompagnata poi in autostrada, al casello e fino alla transenna. “Io sono una sua supporter”, dice una donna indicando il marito che precisa, “In venti anni ho visto settanta concerti di Carmen”. Poco più in là Francesco di Caltagirone e Susanna di Milano danno ascolto solo al suono delle carte da poker. Seduti a un tavolino mi dicono, “Ascoltiamo solo la musica dei vecchi perché questo siamo”.

carmen
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Vago tra il palco Dr. Martens e il palco Raffles, ascolto le parole di queste poche persone, gli archi dell’ultimo bacio e penso che non c’è ancora nessuno eppure mi sembra un concerto riuscitissimo. Massimo Roccaforte, chitarrista e mandolinista di Carmen Consoli sin dagli esordi, nel 1993, a fine prove mi racconta, “Mia moglie l’altro giorno mi ha detto Com’è piena l’auto. Eppure quando giravamo con Carmen all’inizio era normale, eravamo dei Tetris con gli strumenti”. Confusi e felici, confusi e confortati, “La confusione ti conforta” cantano I Pan del Diavolo nel loro “Il mondo al contrario”, li incontro prima del soundcheck e gli chiedo cosa intendono esattamente quando parlano del conforto della confusione. “I suoni dei clacson dei camion, i rumori della strada, diventano qualcosa che scandisce il tempo, le giornate, un sottofondo abituale. La confusione non significa sempre caos”. Vincenzo Vasi, l’uomo del theremin, apre una valigia da prestigiatore con dentro i suoi strumenti del mestiere fantascientifico. Arriva da Vicenza, dove la sera precedente ha suonato al teatro Olimpico con Vinicio Capossela e oggi è l’ospite speciale del set dei Pan del Diavolo. Insieme suoneranno “Gravità zero”. Gravito verso un ragazzo che si aggira fuori dal Magnolia. Si chiama Giacomo, assembla condizionatori e ha chiesto due ore di permesso dalla fabbrica in cui lavora. È qui per il live degli Zen Circus che ha conosciuto grazie alla sua ex ragazza. La storia è finita ma lui ha continuato a seguire gli Zen. "100 pagine di puro delirio mentale" è il titolo di un libro di genere thriller-horror-fantasy che sta scrivendo. “Mi manca solo l’ultimo capitolo - dice - e faccio anche il batterista, un giorno potrei essere anche io qui”.

Lucia ha una collana che porta il suo nome ed Elena ha una collana con sopra scritto Hope. Mi dicono di essere molto appassionate degli Zen Circus e della politica internazionale. Studiano lingua cinese ed araba e sono le seconde a varcare l’ingresso. La prima spettatrice, il primo pubblico a entrare, a mostrare il biglietto in alto alle casse, è invece Francesca. Arriva da Sondrio, lascia indietro i suoi amici e corre verso il palco. Corro con lei e poi, una volta arrivati, le chiedo se ora, raggiunta la meta, unica sotto il palco, non senta la solitudine dei suoi amici lasciati all’ingresso.

Rimanendo in tema di primati, la prima parola ufficiale del MI AMI 2017 è “Ciao”. La pronuncia al microfono Nicolò Carnesi. Due ragazze cantano il verso di una sua canzone, “Siamo figli del duemila, fiumi alla deriva/ Ho una galassia nell’armadio”. Chiedo se si rispecchiano nel testo, se hanno pure loro una galassia nell’armadio, mi dicono che in effetti non ci avevano mai fatto caso al testo, ai fiumi, alla galassia. Vincenzo Filosa, fumettista che si occupa del report illustrato del festival, scatta foto in giro alle persone, agli artisti, poi corre al tavolo, se li porta dietro e li riversa sui fogli con matita, inchiostro e idee. Uno dei suoi personaggi dice, “MIAMI 2017, è appena iniziato da tre ore!”. Mi presenta un ragazzo di Napoli, mi parla di Scugnizzo Liberato, un centro sociale che è più di un centro sociale, “Si trova nel punto con la più bella vista della città. Era un carcere minorile, e prima ancora un teatro fondato da Edoardo de Filippo”. Andando ancora indietro, scopro cercando in rete, andando al ‘600, era un convento di monache. Everyday Distraction è un progetto di Chiara Dal Maso, un progetto steso su un tavolo vicino alla regia del palco Raffles. Ogni giorno, dal primo gennaio, realizza un’illustrazione della sua vita. C’è il traffico che incontra al mattino mentre va al lavoro, un traffico che si fa incidente stradale. C’è il segnale di Stop che diventa segnale di Spot, di Post, di Tops.

Sento le voci. Quelle che colgo nel backstage. “Io sono ansioso, ma ho l’ambizione unita all’ansia che mi fa infilare in situazioni…” e ancora, “Merde, non avete inserito in scaletta San Salvario”, dice Ufo altri altri Zen Circus. Poi inizia a parlare del dittatore Ataturk ma deve interrompere il discorso per andare in scena. “Più voi fate casino, più noi facciamo casino”, grida Appino al pubblico. In fondo a tutto e a tutti, alla fine del lungo corridoio vuoto del campo di bocce, c’è un ragazzo seduto davanti a due scatole di cartone. Da una prende le cannucce, le separa dall’involucro di carta e le mette nell’altra. Una catena di montaggio di un uomo solo. “Mi sono offerto volontario altrimenti me ne stavo a casa”. Originario dell’Albania, in Italia da diciannove anni, facendo questo lavoro ha visto Rihanna, Beyoncé, Bruce Springsteen e anche la Champions League a San Siro. “Non avevo tanti sogni - dice - ma uno di questi era fare il barman. Andavo ogni giorno al bar, fino a che non sono finito dall’altra parte del bancone”.

Lucio Corsi attacca a cantare "Altalena Boy", “Fu il solo sulla Terra a fare il giro della morte… Questa è una prova eh”, precisa che si tratta solo di un tentativo di giro della morte e che il concerto inizierà fra poco. Nel pomeriggio gli ho detto che la prima volta che l’ho visto, intorno alle due del mattino, al centro sociale Conchetta, per me è stato un’apparizione. Voce, chitarra, vent’anni e camicia anni '70. Mi aveva colpito il suo saper stare in scena e raccontarsi al di là delle canzoni, quello che diceva fra una canzone e l’altra. Mi dice che è qualcosa che ha imparato in modo naturale, stando letteralmente a contatto con la natura di lepri, volpi e animali, apparizioni notturne che vede rientrando a casa la notte in Maremma. “Ora faccio una canzone che ho scritto al liceo - dice a concerto iniziato - Allora pensavo, tanto cresco e crescono pure loro, le canzoni. E invece no, loro non crescono”. Sembra una metrica rap, “Una sigaretta mi fa pensare la fretta che metto nell’atto di fumare”. Poi racconta dei giorni in cui aiuta i genitori nel ristorante di famiglia, i giorni di Pasqua e di Natale, “Le persone mangiano fino alla morte” e canta di un amico secco che con il vento prende il volo.

Faccio la spola tra un Carmen Consoli e Lucio Corsi e diventano un concerto unico. Leggo la frase, “Ben oltre la tristezza”, inserita con un gioco di collage dall’illustratore Martoz sul foglio che proietta le immagini sopra il palco Raffles. Mi arriva una telefonata. Notizie da un ospedale. Rimango al telefono. Ascolto. Dovrei essere sempre più persone in una per essere sempre ovunque, bisognerebbe nascere gemelli, trigemellari, per accontentare. Per accontentare ed esserci sempre. Penso ancora a questo quando mi ritrovo in camerino con Carmen Consoli. “Ultimamente stavo leggendo un libro di Zygmunt Bauman - mi dice - Analizzava le differenze tra la paura cosmica e la paura ufficiale”.

Dal palco si sente arrivare il pezzo che sta passando nel suo dj set Nikki, Tappetini nuovi, arbre magique…La paura cosmica - continua Carmen Consoli - è quella della morte, insita nell’uomo. La paura ufficiale viene presa dai politici populisti e indirizzata contro i migranti, i diversi, che non seguono il flusso narrativo comune”. Parliamo di contaminazioni musicali e umane. Le chiedo dei primi ricordi che ha dei concerti con Massimo Roccaforte, mi racconta il ricordo di quando lui si è laureato in Fisica, giovanissimo, con il massimo dei voti, “Eravamo un duo fantastico, chitarra acustica ed elettrica, giravamo la Sicilia”. Andiamo alle origini, mi parla delle radici, “Da piccola volevo andare via, viaggiare, e questo viaggio oggi mi ha riportata a casa”. Le chiedo perché ha scelto di aprire il concerto con "Parole di Burro" e di chiudere con "A finestra". “Il primo è un brano che amo fare da sola. Il secondo è un brano d’insieme, galvanizzante, e poi è nella mia lingua, nel siciliano, mi piace perché così si chiude un cerchio”. Le racconto di Fabio e di Marina, la coppia che ho incontrato durante le sue prove. “Il pubblico del soundcheck è un pubblico che ti fa emozionare più del grande pubblico - commenta - perché si aspetta un’emozione senza pretese. Per questo durante il soudcheck mi spiace cantare durante una canzone, faccio proprio dei piccoli spettacoli, sono dei concerti pomeridiani con atmosfera festivaliera". Finiamo a parlare ancora di muri e poi di figli e poi di ospedali ed è il momento in cui mi sembra di essere in uno dei reportage in luoghi lontani dove mi sento sempre a casa.

Scatto una foto agli ultimi spettatori della giornata. “Siamo venuti per i Pan del Diavolo, gli Zen Circus, poi ci siamo persi in chiacchiere. Abbiamo parlato del sesso degli angeli e del poliamore”. In macchina, tornando verso casa, sono le tre del mattino, ascolto alla radio l’orchestra di Stato di Leningrado. Esegue Rostropovič. Domani, si riparte da Atlantico, il primo artista ad aprire la seconda giornata del MIAMI. Fra poco esco, ci vediamo lì. 

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L'articolo Un giorno al MI AMI - il reportage del giovedì di Valerio Millefoglie è apparso su Rockit.it il 2017-05-26 13:36:00

Tag: MI AMI

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