MI AMI – Tanta Roba Italiana

21/06/2008 di

(Le nuove generazioni del Do It Yourself - Foto di Clara Tortato)

Essere concentrati sui dettagli. E poi considerare l'Italia intera e la musica italiana, i gruppi, il pubblico e le opinioni di tutti. Non è solo un tirare le somme ma progettare oltre, frantumare le distanze, guardare lucidamente quello che sta attorno e saper riconoscere quello che si ha fatto dalla prima edizione del 2005 ad oggi. L'editoriale di Carlo Pastore, direttore artistico del MI AMI 2008.



Dopo tre anni, arrivo alla quarta edizione del MI AMI al contrario del cielo: sereno. Non so cos'è. Dev'essere che siamo stanchi di aspettare, e quello che non ci è concesso dal cielo è compito nostro. O forse che stare ogni giorno in mezzo ad un altro tipo di pantano, là fuori, m'ha fatto più navigato. Chi lo sa. Sicuramente ho imparato a capire qual è il valore delle cose con più lucidità rispetto al passato. Uscire all'aria aperta dà (comunque più) ossigeno a quel senso di missione che è la cosa più forte che caratterizza Rockit. Non potete capire quale peso specifico abbia questa creatura dopo giornate spese dentro una classifica. Non possono essere né la pioggia, né le chiacchiere, né le contingenze dello stato in cui vivi né la carriera che scegli a minare/distruggere/mettere in pericolo qualcosa che ha basi così solide.

Sono a Bari. C'è un sole incredibile, in mezzo ad una distesa di calore&umanità che fa dire: ok, non siamo nel nord Italia verde e produttivo. La prima cosa che mi viene da dire è: peccato. Peccato perchè se non ci fosse stata tutta quella pioggia durante i tre giorni (per quanto mi riguarda) più belli dell'anno forse sarebbe stato tutto ancora più giusto. Più idilliaco. "Le cose perfette non ci portano fortuna", cherie. Il MI AMI senza la Collinetta è amputato d'una parte fondamentale, determinante. Non si tratta di un semplice palco, si tratta di una chimica. Spostarlo dunque era la condizione per permettere a tutti i gruppi in bill di suonare. Era importante, l'abbiamo fatto. Peccato però, accidenti. La seconda cosa che mi viene da dire è: il nostro Festival a questo giro è stato ancora più duro. Ancora più forte. Ancora più bello. Proprio perchè ha affrontato il peccato. E dal pantano come Pantani ci siamo alzati sui pedali. Su! Tutto quello che la pioggia non è riuscita a far scivolare via ha fortificato. Se la gente arriva, tanta com'era, nonostante la pioggia, e sotto la pioggia resta, mi vien da dire che non abbiamo costruito nel fango. E nemmeno nella sabbia. Anzi, da quello che poteva essere un letamaio è nato un fior. Vedere le persone sotto la pioggia a guardarsi un concerto, manco fossimo a Glastonbury o Reading o Pukkelpop non ha prezzo. La musica è più forte. E' questione di identità. Ciò che siamo. Un esercito vero e proprio, mi verrebbe da dire con la rosa nel pugno (ma non me lo permetterete, lo so). La grazia di un movimento, la durezza di una convinzione, la dolcezza di un bacio. Quel senso di pienezza.

In tre sole parole: Tanta Roba Italiana.

Meet&greet.
Al MI AMI ho conosciuto tanti gruppi, intervenuti al festival per farsi un giro (di piacere, di conoscenze, di perlustrazione d'amore). Alcuni mi si sono presentati. Alcuni mi hanno consegnato un demo. Altri mi hanno semplicemente stretto la mano. La maggior parte di loro mi chiedono di dare loro una mano. Mi dicono: presentaci a chi può produrci. Mi dicono: facci suonare qui. Mi dicono: che senso ha continuare se nessuno ci si fila, se nessuno investe su di noi, se riceviamo i complimenti e poi non troviamo la nostra collocazione?

Io ringrazio per l'attenzione che mi viene data, pensare che vengano attribuite a Rockit (e al sottoscritto) tutte queste responsabilità rende la cifra del lavoro svolto in questi anni. Però questa situazione ha dell'imbarazzante. Un tempo erano le riviste ad avere bisogno dei gruppi per vendere le loro copie. Oggi sono i gruppi a richiedere ad una "rivista" di dare loro tutto quello che altrove non riescono a trovare/costruire.

Penso che questa storia delle mode, delle etichette, dei trend, abbia creato un gran casino e generato una serie di pasticci. Chi si è messo in testa che facendo musica indipendente avrebbe svoltato, partendo come un caprone a testa bassa, ha totalmente messo fuori fuoco il discorso. Prendete in mano la vostra roba e fatene una missione di vita. Questa l'unica cosa che conta. Bisogna sfruttare ogni mezzo ed ogni strumento.

Purtroppo invece qualcuno c'ha raccontato per anni che fare musica – "quella vera" - era fare "lotta alle major". Pensate che c'è ancora qualcuno che ne fa un cavallo di battaglia (e un motivo di stipendio a carico dei contribuenti). Credo che a quelli di Rockit interessi costruire un mondo fatto d'alternative concrete. Dove le major sono solo un interlocutore a volte ricettivo, a volte funzionale, a volte no. Non ci siamo mai preoccupati di legittimare il nostro lavoro per la semplice contrapposizione al nemico (che siano le major, che sia lo Stato, che sia la Chiesa, qualsiasi esso sia), perciò fa un po' ridere un po' incazzare sentirsi affrancati da chi invece di inseguire il talento cerca una scusa dietro la parola indipendente (Che io non bistratto, sia ben chiaro; bisogna solo essere più forti delle stronzate). E in questo, da direttore artistico, voglio essere molto chiaro: i gruppi non suonano al MI AMI perchè hanno etichette dietro. Ma solo perché meritano. Questo è Importante. Più di indipendente.

Il Paese è piccolo.
La gente mormora. C'è chi accusa Rockit di mafia, e non se ne vergogna nemmeno nel nome di che cosa vuol dire veramente quella parola (ora che di "Gomorra" è uscito anche il film, non ci sono più scuse). Chi fa le pulci su questo nome o quest'altro. Chi ha gioco facile su chi, come me, ha fatto una scelta chiara di obiettivi e ambizioni. In questo ambiente dove tutti credono di sapere tutto di tutti, viene facile fare ironia su pregiudizi costruiti nel tempo. Se c'è ancora chi fa la "lotta alle major" è normale che il nemico stia su Mtv. Poco male. Mi cruccia solo vedere tanta gente rodersi il fegato su queste pochezze, mentre i giochi di potere in Italia si sublimano al matrimonio di un imprenditore color arancione chiamato Flavio Briatore. Ieri ho conosciuto un altro imprenditore – un mini Briatore – di 32 anni che non sapeva cosa neanche fosse TRL (vestiva camicia bianca di lino e calzava Hogan). Capito? Vieni a vedere, fatti un giro nel quartiere. Tracciare le priorità. Nel mondo è importante capire da che parte stare. Io sono un'interferenza. Chi vuol fare la lotta tra poveri, si cerchi un altro posto.

Chi rischia e chi risica.
Ho letto qualcuno azzardare la frase: "non si rischia un cazzo". Facile, ovviamente, quando i cast li si costruisce nella playlist del proprio Ipod o nell'ultima competition del brand multinazionale che investe nella musica. Altrettanto facile farli dopo che una manifestazione si è svolta. Tutti fenomeni. Tutti commissari tecnici. Al di là di questo, c'è davvero dell'assurdo in quelle parole. Credo che il peggiore errore di questo ambiente sia quello di essere autoreferenziali. Di credere cioè che la Musica Italiana Bella e Nuova sia qualcosa che già esiste e già funziona. Non è così. Non è perchè abbiamo ascoltato una canzone e ne abbiamo capito la qualità e il valore che il mondo attorno a noi la percepisce. Ci vuole tempo. Siamo ancora nel pieno di un percorso e nessuno ha ancora svoltato. Invero si parla, troppo spesso a vanvera. Le cose escono meglio se le si fanno insieme. Se costruiamo muri e creiamo differenze e alimentiamo stupide lotte ci mangiamo le chiappe a vicenda. Non c'è mercato abbastanza, come nel Regno Unito, per permetterci di giocare alla lotta. Il nostro gioco, piuttosto, è quello del Dottore. E vieni qui che ti sento il battito.

E' per quanto mi riguarda una questione di cornice. Spesso leggo alcuni musicisti che si preoccupano o si impressionano o si lamentano di quanto, a parer loro, alcune persone vengano al MI AMI e "non siano interessate alla Musica". Forse, non sono interessate alla loro, di musica. Ma hanno percepito chiaramente nell'evento la presenza di qualcosa. Un'identità ben definita che solo i gruppi possono rendere limpida per loro stessi. Rockit ha creato una cornice tale da poter diffondere a tanta gente molta di quella musica che prima non aveva spazi, o generava microscene e piccoli ghetti. Sta ai gruppi fare il salto di qualità. Uscire dall'ombra della "scena" per chiamare a sé l'occhio di bue. La gente capisce da sola. E' meno stupida di quanto pensate. Spesso è meno stupida dei musicisti. Per non parlare dei giornalisti. Per non parlare di Luzzato Fegiz.

Il MI AMI redistribuisce la Bellezza generandone altrettanta.
Vi assicuro che non è per niente facile trovare quel difficile equilibrio fra tutte le realtà meritevoli di attenzione/spazio e quelle che invece attraggono gente di per sé (e possono generare un indotto umano sano e utile per tutti); né organizzare il tutto e comunicarlo a tutti, affinché la gente sappia. Se a livello numerico è più facile chiamare un headliner che porta migliaia di persone (ma quante di queste avranno la voglia e l'interesse nell'ascoltare i gruppi spalla?); a livello di risultato è molto più efficace creare un appuntamento dove non esistono primedonne ma esiste uno Spirito che lega le cose in una Magia irripetibile.

2+2=5.

Chi si cagava prima i Mojomatics in Italia? Ora li vedo fare le foto con i maggiori dj italiani, con gli hipster milanesi, con la cool people dell'ambiente musicale, con i personaggi in vista della scena. Dico: mi fa piacere. Dico: era ora. Dico: finalmente! Non ci interessa sentirsi ringraziati&riveriti, il merito è soltanto loro. Però le cose non succedono a caso. In questo caos che è l'Italia questo festival ha assunto, volente o nolente, il ruolo di portare all'attenzione di un grande pubblico. Se la gente non è informata, non sa, fallisci nello scopo (e spesso non è mai completamente colpa tua).

Utile considerare, poi, la moderata disponibilità economica e l'imperativo, etico ed economico, di portare le band a cachet sostenibili (per il festival, ma soprattutto per il pubblico, per la gente). Fa piacere che le band abbiano compreso. Facile, ovviamente, commentare. Se non rischiare un cazzo significa chiamare band che l'italiano medio neppure può immaginare esistano (e non parliamo dei più sconosciuti, ma anche dei più blasonati, come Bugo o Meg) allora va bene così. E' giusto che ognuno dica la sua, è giusto confrontarsi. Permetteteci, però, di farci bastare la soddisfazione di questa magia con i piedi per terra che ogni anno si ripete.

Di questa purezza e di questa bellezza ne avrebbe bisogno l'Italia intera.

Una nuova unità d'Italia.
C'è un'Italia che fa il mercato e fa i numeri. Grossi. Non quella da chiacchiere o circoletti o peggio ancora salotti. Ve lo dice uno che ogni giorno si sporca le mani nelle strade dell'Italia Reale. E se le sporca per davvero. Tutte le carezze ricoperte di un altro tipo di fango, non quello del Circolo Magnolia (posto e gente strepitosi, va da sé, ci tenevo a ribadirlo). Non è con l'accademia dell'opinione che si cambiano le cose. Bisogna conoscere. Bisogna capire. Bisogna indagare. Bisogna fare. E Rockit fa. Non con gli obiettivi di una lobby intellettuale (o di un gusto musicale, o di una nicchia artistica), ma con lo Spirito di un'associazione che ha come obiettivo quello di unire le persone.

Meno ghetti, più traghetti = > Condividere, non dividere.

E' questo il naturale approdo dell'Esercito del Do It Yourself.

Se non c'è nessuno che lo fa per te, fallo tu. "Dipende tutto da me", cantavano gli Altro. DIY non vuol dire fatti i cazzi tuoi. Noi lo facciamo per farlo assieme.

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