La mia prima volta (al MEI)

15/12/2004 di



Preview
Tre giorni, due notti, un sabato pieno zeppo di Mei. Alla fine ci sono riuscito. Era diventato quasi un incubo, una fissazione. La paranoia del Mei mi si era appiccata da mesi. Forse perché negli anni passati (troppo piccolo prima, poi troppo pigro, infine senza soldi) il meeting m’era sfuggito davvero tante volte. Forse perché la pressione che sale sin dall’estate e scoppia nell’ultimo fine settimana di novembre la senti pesante e piena di attese anche solo leggendo i messaggi della mailing list di rockit che ti inondano la casella postale, con gli altri collaboratori che si organizzano, con chi deve andare e non sa dove dormire, con chi vuole a tutti costi quel disco, con chi si promette botte, con chi neanche si conosce. L’ultimo caso è il mio: prima volta. La mia prima volta al Mei. Direttamente da Roma (anzi, da Monterotondo, dignitosa ma sterile cintura romana). Quattrocento chilometri secchi da Faenza. Per uno che non ama sbucciarsi la frutta, un’enormità. Partenza decisa negli ultimi giorni: aggregato ad un’agenzia musicale della zona e, soprattutto, ad un amico rapper che deve smazzare decine e decine di demo. Una ragione fondamentale e semplice a muovermi: rompere il muro cibernetico che da quattro anni – forse più – mi separa (va) dall’universo-rockit. Che è, certo, un universo che vive e vegeta nel web, ma è animato e messo in moto da gente in carne ed ossa. Mi ero rotto le scatole di avere come punti di riferimento dei nick-name. O meglio: volevo verificare se dietro a quei nick-name ci fossero quella carne e quelle ossa. E poi anche per scoprire, tutta insieme, la gente che crede in una musica vicina a sé stessa, una musica che prima che al packaging pensa all’anima.

Anche se ho trovato tanto packaging. Pure troppo.

Vasco, Raffaella e la città lisoformica
Arrivo alle otto di sera di venerdì 26. Mi ritrovo in ‘qualcosa’ che assomiglia ad un agriturismo disperso nella cintura faentina. Un delirio. Una specie di girone infernale. Tanto per ricordarmi che sono nella città del Mei il gestore (lui direbbe che il Mei lo paga alla posta, come l’Ici) mi (ci) fa presente che quella stessa sera, proprio al piano di sotto, al ristorante, ci sarà un evento. L’agriturismo dista diversi chilometri dal centro abitato: “se non organizza qualcosa gli ospiti si impiccano”, penso, tutto sommato comprendendo l’idea. Ma aggiunge che ci sarà un suo amico “che mi fa uno spettacolino. E’ un trasformista e canterà tutti i successi di Vasco Rossi”. Che detta così fa paura. Davvero. La frase non ha significato e, per giunta, c’è di mezzo Vasco Rossi. Infatti scappo subito. Diretto al teatro Masini. C’è l’anteprima del Mei: Silvestri, Avion Travel, Roy Paci e tante altre belle persone. Arrivo mezz’ora in ritardo: niente da fare, si sono rivenduti gli accrediti. Manco fosse Napoli. Invece è Faenza: un’antinomia di città. Lugubre e al contempo serena. Pulita ma di quella nettezza quasi da finzione, da lisoformio. Almeno questo è quel che penso mentre passeggio, di notte, per le vie e piazze della città. Deserte. Assolutamente prive di vita. Dopo una complessa ricerca e sempre seguito dall’amico e dai suoi tre conoscenti dell’agenzia musicale (una specie di sinistro trenino delle tenebre), mi infilo in un pub. La situazione interna, come in un gioco osmotico, rispecchia quella esterna: anche qui il nulla ci insegue. “Saranno tutti al Masini” rifletto, da pivello delle trasferte indipendenti. Bevo, mangio e ritorno come una freccia all’agriturismo per sfuggire ad un duo assoldato dal pub che propone il repertorio di Simon&Garfunkel accompagnato da una drum-machine dell’ ‘86 (!): ignaro del mio futuro serale, non sapevo che il peggio doveva ancora venire. Avevo dimenticato “il trasformista”: rientro a mezzanotte passata. E al ristorante – collocato esattamente sotto il mio cuscino – rimango allibito di fronte ad una situazione che è una via di mezzo fra un club privé alle cinque di mattina, un concerto di Bugo e una classe di primo liceo che gioca al gioco della bottiglia. Gente che salta e balla sui tavoli, camerieri impazziti, signore di mezza età (ma ancora prorompenti) che ammiccano e si privano pian piano dei loro vestiti, vetusti romagnoli con tanto di ‘panzetta’ che si danno da fare perché sentono che la serata profuma: e a guidare il carrozzone, lui, il Vasco Rossi di Faenza. Privo di dignità inibitoria, urla come un ossesso non so più neanche quale pezzo di Rossi, imitato dalla folla che s’è ammassata al ristorante. Fino all’una. Di notte. A.m. Insomma, ditelo come volete. E dopo: chill-out post-party con Raffaella Carrà ed i suoi più grandi successi.

Ammetterete che come prima serata trascorsa a Faenza – la patria della musica indipendente da otto anni - c’è di che andare a dormire incazzati.

Saturday looks good to me
Mi piace essere puntuale, anche se questo mi fa restare spesso solo”. Disraeli, statista inglese. L’ho copiato, ovviamente, non tengo a mente gli aforismi degli statisti di tutto il mondo.

Bene: questo sono io. Decisamente.

Mai in giro con le ragazze. Mai. Chiunque esse siano: amiche, conoscenti, fidanzate, madri, nonne, zie, cognate, figlie. Le ragazze trovatele “sul posto”. Meglio autoctone: hanno casa, cibo, posti letto, automunite, occupano poco spazio e possono essere dimenticate nel giro di una nottata pur rimanendo comunque punti di riferimento per una successiva gita fuori porta. La mattina del 27, sabato, sono piuttosto vispo: dopo tre, quattro anni di falsi progetti, passerò finalmente l’ingresso del Mei. Ma devo aspettare ancora: appuntamento alla macchina per le nove e mezzo. Si partirà solo alle dieci passate. Causa: le ragazze al seguito (vedi consiglio introduttivo). Che da quel momento, in pratica, non rivedrò più per l’intera giornata. Ne rivedrò molte altre, però. Davvero una gran parata di bambole e bamboline – tutt’altro che di pezza - questo Mei (mai lo avrei creduto). Stando alle profonde osservazioni del buon Carlo Pastore: “Questanno cè un gran giro, sicuramente più dello scorso anno”. La stima, suppongo, è statistica. O frutto di sperimentazioni dirette.

Prendo il pass (autoesaltazione da onnipotenza al livello massimo) assistendo ad un esborso non proprio “alternativo” dei miei amici per pagare l’ingresso. E già la bambolina all’ingresso mi dice di farci quel che voglio: “Compilalo come ti pare sussurra dallaltra parte del vetro-. Tanto non ti controlla nessuno”. Ma che bell’atmosfera. Subito nel clima. Alla fine sarà più la gente con il pass che quella che ha pagato (con relativo effetto sull’autoesatazione di cui sopra). La sorpresa, tuttavia, non c’è: entrando trovo quel che mi aspettavo (anche perché come vuoi che sia fatta la fiera di una città?) ed anzi forse qualcosa di meno. Non per fare il romanocentrico, però arrivo applicando come metro di paragone la fiera di Roma. Parliamoci chiaro: non è che potessi avere chissà quale sensazione di immensità, a Faenza.

Ma il contenuto è quel che mi interessa. Quel che c’è dentro, alla fiera di Faenza. E la mattina di sabato 27, manca ancora parecchia roba, dentro. Tanti stand ancora in allestimento, tanti che non saranno mai montati Ma allestirli la sera prima, no?. Insomma, un certo work in progress che mi lascia un po’ stranito (e come me diversi altri visitatori). Tuttavia nel giro di un paio d’ore gli stand sono (quasi) tutti in piedi. E c’è tanto, davvero. Anche se c’è tanto “dello stesso”. E c’è pure tanto ‘casino’, tanto caos. Non una pianta degli stand, non un programma delle attività nei singoli stand. Ho visto gente cercare per ore una certa etichetta e lasciar perdere. Forse l’organizzazione avrebbe potuto pensarci: è naturale chiedersi dove sia piazzato lo stand di una certa etichetta, una tale rivista, quel gruppo specifico. Ma non voglio scocciare subito con l’organizzazione.

Intanto – e questa è la sensazione più pregnante – percepisco di “star dentro” ad un evento. Sento che, comunque vada a finire la giornata, era da fare. C’era da venire. Perché è un po’ come ritrovarsi dopo un anno passato a bloggare, linkare, scrivere e spedire mail. Perché pensi che tutta la musica che sentirai ti tirerà fuori dalle tue farraginose disquisizioni mentali, che porti avanti ogni giorno con te stesso, dandoti l’idea di un mondo che non ne vuole sapere di produrre su misura e che forse Adorno ed Horkheimer avevano ragione.

Perché pensi che, se non fosse partita per Madrid per restarci sei mesi, ci saresti venuto con Lei, al Mei di Faenza. E invece Lei non c’è. Sta a Madrid. Non sta a Faenza.

Il muro cibernetico si rompe. Arriva precipitosamente buona parte del clan-rockit. Carlo Pastore col suo stile “indie-dandy” anni ’80. Poi tutti gli altri: il ‘capo’ Pons, Fiz, Acty, Camillo, Daniele e via ad elencare. Non c’è Faustiko, col quale il rapporto e-mail è sempre stato fitto. Mi spiace. Davvero. Alcuni di sfuggita e in misura assai limitata, altri più a lungo ed in maniera più profonda: tutti mi dicono qualcosa di cui – spesso - aspettavo solo una conferma pisco-somatica. Solo un paio, forse, mi spiazzano. Rockit è un arcipelago composto da personaggi multiformi, il contrario di quel che si potrebbe pensare “on-line”: e soprattutto è un mosaico di gente che progetta, realizza e non rinuncia neanche un po’ a sognare. Sta qui la sua forza, la forza di un lavoro che (per ora) si regge al 99% su tempo/voglia/passione/cuore di chi, in proporzioni diverse ma ugualmente significative, “ci sta dentro”, vi prende parte: unire la ‘sostanza’ – magari indirizzata a certi progetti e non ad altri, a certi piani e non ad altri, faticosa ma di livello – ad una ‘forma’ cui aspirare ogni giorno di più. C’è quanto basta per trarne un giudizio rassicurante e di stima: fare sognando. O sognare facendo. Thats rockit!

Spesso (anzi: sempre) nelle situazioni caotiche, quando sono immerso nei fluidi umani delle feste, dei meeting, dei concerti (ma basta anche essere in compagnia di una manciata di amici) mi appaiono in mente riflessioni e concetti sui quali, in situazioni di stabilità relazionale, non mi sarei mai neanche sognato di addentrarmi. Suppongo sia un sentire comune, non so. Ma a me capita così: ed ogni volta è una tempesta. Di sudore, di emozioni, di pensieri, di unghie mozzicate e pelli strappate, di sguardi fissi e all’apparenza privi di obiettivo: così anche nel bel mezzo della fiera di Faenza, al Mei. Quelle farraginose disquisizioni mentali di cui dicevo, non scompaiono in questi contesti. Anzi: tornano più devastanti che mai. Mi succede mentre – secondo un copione che sarebbe rimasto più o meno lo stesso per tutto il sabato - faccio la spola fra lo stand di rockit ed i tendoni sotto i quali si suona. E si suonerà così tanto da far rischiare a tutti uno shock musico-armonico. Alla fine non riuscirò ad ascoltare molti gruppi. Probabilmente anche a causa del fatto che non trovo programmi aggiornati, sul posto, dei gruppi previsti: e quello che mi ero stampato da casa risulta piuttosto lacunoso (spostamenti, defaillances, buchi). Gli Slivoviz, giovanissima band napoletana, prendono il premio Toast per la miglior proposta strumentale del 2004: rodati, davvero. I migliori fra quelli che ho ascoltato. Dicono come un pezzo strumentale possa costruire, in ogni caso, un vero “testo”: di significati, di riflessioni, di energia. Partono dai Quintorigo, come ispirazione, ma sono ben più affacciati al versante fusion. Soprattutto: originali. Ne avessi beccato un altro di gruppo simile. C’è poco jazz nella scena indipendente italiana. Sarà già i jazzisti famosi fanno la fame, figurarsi la categoria “jazzisti emergenti” in che condizioni dovrebbe vivere – laddove esistesse. Prima degli Slivoviz avevo sentito i superbi Cappello a Cilindro: impeccabili, lunari, sognatori: possono dare una bella spinta ad una scena folk-rock spesso fotocopia di se stessa. E poi mi ricordano Lei. Perché Lei è loro compaesana: e mi aveva fatto una testa grossa così con i loro pezzi, prima di andarsene. Curioso, strambo personaggio – un po’ per maniera, un po’ per natura probabilmente - è Cecco: con un nome del genere, ho pensato alla presentazione, dovrebbe andare a suonare alla sagra della pecora. E invece ho dovuto ricredermi: niente di divino, intendiamoci. Però il suo pop-rock modaiolo, un po’ naif e un po’ intellettualoide, mette allegria e porta alla mente personaggi che “fanno i leggeri” partendo dal profondo. E poi sogno un gruppo al femminile interamente composto da cloni della sua chitarrista – che, oltre a suonare in maniera assai precisa e senza sbavature, è veramente una fenomenale forza feromonale. Ancora: cerco di resistere ai Posh, ma ne ho abbastanza per le mie orecchie ormai prossime all’inattività. Sarà per l’anno prossimo.

Fra una spilletta genialmente griffata “Acty mi odia” – oramai esaurita e peccato per chi non ce l’ha – ed una mezza litrata (formula marcatamente romanesca) di vini proveniente dalle più disparate località italiche, mi viene in mente che tutto sommato cantare, suonare, sentire le vibrazioni dei bassi che ti salgono su per la cassa toracica altro non è che testimonianza di vita, ‘volontà di vivere’ come avrebbe detto Nietzsche.

E che chi ti impedisce di farlo, ti uccide.

Torno dentro. Ai tendoni, intendo. “Vedo” i Venerea – ancora (e basta!) grunge tendente allo sfilacciamento cavalcante di significati e motivazioni-. Anche i Chakra, della Blond record di Enrico Capuano. Li avevo pure recensiti: molto più convincenti su disco. La voce c’è tutta, piena ed impostata, ma basso/batteria/chitarra sembrano slegati. E comunque il genere è davvero ‘vecchio’, senza prospettive. Un po’ di brio arriva pure dai La mamma – anche loro giovanissimi – che scimmiottano Cesare Cremonini. Tristi e scoppiettanti al contempo. Forse più tristi. Però suonano meglio dei Chakra (che avranno avuto almeno 20 anni di più a testa).

Intanto, qualche ora prima, avevo pranzato con Pons (nel senso: in compagnia di Pons). Personaggio curioso, allegro. Ma di un’allegria riflessiva, quasi malinconica. Discussione costruttiva. Piacevole. Fluida.

Scovi davvero personaggi di ogni tipo, al Mei. Punk, post-punk, rapper, rocker, cocker, post-rocker, postini. E ancora: anonimi, volutamente anonimi, eclettici, disgustosi e disgustati. Nella tua “battuta” alterni sorrisi compiaciuti a sguardi inorriditi, ammiccamenti ed inviti rifiutati senza neanche parlare, tutto nell’aria ed attraverso di essa: ed è inutile che fingiamo di ignorarci. La vita, dice Goffman, è rappresentazione quotidiana. Q-u-o-t-i-d-i-a-n-a: ogni giorno rimettiamo in scena il nostro personaggio rischiando la faccia. E quindi ognuno, la faccia propria e degli altri, la scava, la scruta, la critica, la apprezza, la detesta (a me capita molto spesso, quest’ultima evenienza). Tende a distruggerla o ad esaltarla. E’ la dinamica sociale. E al Mei gli stimoli, in questo senso, arrivano ad ogni passo, all’ n-esima potenza per ogni metro quadrato. In particolare mi infastidisce, mentre sempre più frastornato “batto” i vari spazi del meeting, chi vuole da me solo e soltanto il riconoscimento della sua, di faccia. E mi irrita chi - come dicevo sopra – guarda al packaging senza guardare al prodotto impacchettato. Per carità: ‘alternativo’ o ‘indipendente’ non devono per nulla voler dire “barbone”, becero e/o casereccio. Ma spontaneo, essenziale, concentrato sul contenuto più che sul contenitore, questo sì. E invece viene fuori un sacco di mainstream anche al Mei. Un po’ per una certa ambiguità nel porsi e proporsi da parte di tanti gruppi, un po’ dal fatto che l’industria cultural-musicale ormai ha spaccato la mente anche ai più fervidi sostenitori dell’autonomia produttiva. Mi spiego meglio: non è tanto la pratica ad essere mainstream, quanto l’attitudine di diversi personaggi, artisti, partecipanti a vario titolo. Vedo gente “sfilare”, declamare, autoesaltarsi: ognuno può dire/fare/declamare quel che più ritiene opportuno. Però c’è una strada tracciata dalla quale in molti si affannano a prendere le distanze a parole, ma che nei gesti, nel modi, nelle modalità quotidiane ritorna ad essere stampo e calco dell’obiettivo unico ed inderogabile di far musica per far soldi. E non di far musica per lavorare di musica, per far della musica il proprio mestiere di una vita. Lamenti, osservazioni, giudizi, prodotti, attitudini: molto fumo biascicante. Molto. Per carità: anche tanto arrosto però.

Arriva la sera, saluto tutti (pensando che, forse, con qualcuno ti rivedrai quando la tua vita sarà cambiata di molto) e carico nel tascapane almeno una quindicina di dischi: aggiungo meno tempo ai miei impegni, per qualche settimana. Ho tempo per ascoltare i Succo marcio – che avevo definito inutili in qualche recensione, ma forse mi ero sbagliato: sono solo futili nel loro pop-punk revival caciarone da festino pomiciante – Freak Antoni – che presenta una specie di progetto in cui scimmiotta Paolo Rossi accompagnato da pregevoli tessuti sonori solo-pianoforte a cura di Alessandra Mostacci – ed attendo anche i Velvet, compaesani ed autori di un disco non originale ma tosto ed incazzato. Che ne stravolge l’inquadramento. Ma non ci sono, non arrivano, il programma passa oltre, agli squadrati e “cavalcanti” Go flamingo, che però dimentico sette minuti appresso.

Torno all’agriturismo. Col Mei, quest’anno, ho chiuso. La domenica non ci sarò. Anche per questa seconda serata il buon albergatore ha preparato una stupenda rimpatriata di folli sciolti da chissà dove che mi rallegreranno con i loro trenini al ritmo dei Village people. Un ultimo caffè – forte il più possibile - con gli amici. Ma forte per davvero. Doccia. Sonno.

Sunday morning
La mattina dopo penso molto. E’ un vizio. Avercene di questi vizi. Come tutti d’altronde: tutti pensiamo molto in macchina, quando sappiamo che non avremo nulla da fare per 400 chilometri.

Penso a Lei che non c’era e non ci sarà per chissà quanto tempo ancora. E che se ci fosse stata il Mei sarebbe stato l’apogeo. Penso ad un meeting in cui ho scovato una buona dose di approssimazione, tanta voglia di urlare qualcosa (anche se spesso senza sapere cosa), un clan rockit che è una realtà rodata e competente. Che funziona. E che è rispettato per questo. E, soprattutto, tante persone che col ‘suono’ che producono esprimono una secca volontà di esserci, di avere voce in capitolo (quale che esso sia). In una parola: producono volontà di vivere.

Per opporsi e controbilanciare le altrettante che, per loro volere, per costrizioni del mondo o per scherzi della vita, “esistono” solamente.

Senza poter/voler/dover sentire l’obbligo di vivere.



Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    È morta Dolores O' Riordan, la cantante dei Cranberries