A Milano chiude il Serraglio: "Ma la crisi dei live inizia ben prima del Covid"

Dopo l'Ohibò, la città perde un altro luogo simbolo della musica dal vivo. Roberto Esposito, (ex) presidente del locale, spiega quanto siano più datati e profondi i mali del settore, e perché è urgente ripensare da capo al sistema musica in Italia
29/06/2020 16:46

La notizia della chiusura del Serraglio, ormai ex circolo ACSI di via Gualdo Priorato 5 in zona Ortica a Milano, è stata l’ennesima prova della profondità della crisi in atto. Dopo il Circolo Ohibò, Milano perde un altro piccolo grande centro della vita musicale e artistica della città.

Un colpo al cuore per tutti coloro che il Serraglio lo frequentavano: un posto unico nella scena milanese, controcorrente e underground, dove palco e backstage si confondevano e dove le persone creavano un'atmosfera rilassata, amichevole, casalinga, creativa, positiva come pochi altri luoghi della città.

Il Serraglio - foto di Luca RandazzoIl Serraglio - foto di Luca Randazzo

Il Serraglio comincia la sua avventura nel novembre del 2014 e continua la sua attività fino al 22 febbraio di quest’anno, poi la chiusura forzata. Davvero tanti durante questi anni sono saliti sul palco di questo luogo, tra più belli di Milano per la musica dal vivo. Gazzelle, CanovaMahmood, Silvestri, Baustelle, I Camillas, La Rappresentante di Lista, Andrea Laszlo De Simone, Eugenio in via di gioia, Willie Peyote, GiorgienessEx Otago, Giorgio Poi.

La chiusura del Serraglio, purtroppo, fa pensare già a chi sarà la prossima vittima. E riflettere ancora più seriamente dell'urgenza di rivedere l’assetto di un settore – quello della musica e della musica live –, che vacillava già prima del coronavirus.

Ne abbiamo parlato con Roberto Esposito, fondatore della Casa 139, luogo storico dell'underground milanese, ed (ex) presidente del Serraglio. Lasciamo dire a lui tutto quello che c’è da dire: "Questa è un momento drammatico. Sapevamo che avremmo dovuto chiudere da tempo, ma solo ora è uscita la notizia ufficiale. Sto male perché mi dispiace che tutto questo sia collegato automaticamente al coronavirus, quando in realtà non è così: le persone non capiscono che o si va avanti tutti nella stessa direzione o non sarà più fattibile fare musica. Il coronavirus ha solo svelato dei problemi che esistono da tempo".

Poi prosegue. "Abbiamo chiuso per un riflesso dovuto dalla situazione attuale, certo, cioè l'impossibilità pratica di creare assembramenti nei luoghi di socializzazione. Il Serraglio non era una birreria, ma era uno spazio eventi dove venivano organizzati djset e concerti. Oggi non c'è alcun modo per riuscire a portarlo avanti. La nostra sfortuna è stata di aver trovato una proprietà dello stabile con una visione incapace di capire che non potevamo più affrontare i costi che avevamo in precedenza, pre coronavirus. Non abbiamo più la possibilità di gestire questo luogo: se devi affrontare gli stessi costi con un terzo delle persone all’interno e con tutte le limitazioni del caso, sfido chiunque a sopravvivere".

Il Serraglio, spiega Esposito "era un pesce talmente piccolo nello spazio così grande di Milano che la città non perde direttamente con la chiusura di questo locale". Ma Milano "perde da qualche anno per la difficoltà oggettiva di organizzare musica dal vivo. Il coronavirus è stato un evento eccezionale che ha solo dato la mazzata finale, ma la difficoltà è la musica live in sé e il settore in sé".

Baustelle al SerraglioBaustelle al Serraglio

Oggi è difficile organizzare eventi, perché devi sempre andare a sparare su nomi conosciuti. "Non era il nostro caso, perchè non siamo mai stati promoter, ma portare delle band con un certo nome in uno spazio medio piccolo risultava sempre più difficile".

Poi un po' di memoria storica. "Una volta non era così. Non parlo da vecchio, ma da uno che ha iniziato a lavorare nella musica dal vivo nel 2000. Sono fondatore della Casa 139, punto di riferimento per anni per i tour di tante band italiane. Faccio questo mestiere da anni e questa situazione vorrei che fosse presa da un punto di vista lontano dal coronavirus: la musica dal vivo a Milano non poteva andare avanti in ogni caso. Ormai è diventata una guerra fratricida e i risultati sono questi: i locali cominciano a morire. Noi avevamo messo altre date e avremmo potuto andare avanti senza coronavirus, ma era comunque diventato molto difficile".

Il Serraglio

Secondo Esposito il problema è che "si è perso lo spirito della musica live e l'unica soluzione è rimettere mano a tutto il sistema. Noi non compravamo le band, ma per chi lo faceva era arrivato il punto in cui il cachet che dovevi dare a una band era il sold out del locale, solo per andare in pari. Per un'attività questo è praticamente impossibile da gestire a lungo termine perché se, supponiamo, nell’arco di un mese questo sold out non si verifica, come si fa ad andare avanti?"

Ci sono altre questioni che ora vuole toccare. "Spesso ti vendevano la serata come sold out", aggiunge, "ma in realtà non lo era. Facile capire come sia impossibile per qualsiasi attività, perchè nessuno può lavorare in perdita. Quello che faceva il Serraglio e quello che faceva anche la Casa 139 era diverso, ma rischioso e spesso non compatibile con il funzionamento del sistema: noi rischiavamo il 50%, quindi 'tu ti tieni tutti i biglietti io mi tengo tutto il bar', in linea con un'intesa di collaborazione".

Prosegue il ragionamento. "Se il promoter sostiene che l’artista abbia un valore e se il Serraglio decide di mettere a disposizione il luogo, perfetto: ti prendi tutti i biglietti che entrano e io mi tengo il bar, ma se tu con la tua band sai che puoi fare determinati numeri, perché devo investire io solo perché tu non te la vuoi rischiare? Non può funzionare per sempre così: non può essere che a investire sia il locale o la venue, perché poi i locali a un certo punto non ce la fanno più".

Un ipotetico scenario risolutivo dei problemi? "Innanzitutto, che le band – soprattutto quelle alle prime armi – si rimettano in gioco, come è sempre stato nel giro del rock'n'roll: mettersi sul palco con l’obiettivo di esprimere le proprie idee, il proprio talento, andare a suonare per farsi conoscere ed esprimere la propria musica".

esterno del Serraglioesterno del Serraglio

Si deve ricominciare dal piacere di fare musica, non dalla voglia di diventare famosi. "Il Serraglio", dice ancora Roberto Esposito "non era una pizzeria, non eravamo un pub, non avevamo una clientela. Eravamo una venue, uno spazio dedicato alla musica dal vivo e come tutti gli altri spazi di questo tipo non potevamo più permetterci di pagare qualcuno senza che fosse interessante per il pubblico".

Un ultimo pensiero a quello che doveva essere, e non sarà. "Erano uscite ufficialmente sulla pagina del Serraglio quattro date", conclude, "ma in realtà ce n’erano una quindicina in programma. Tutto svanito. Ora stiamo valutando molte opzioni, partendo dal presupposto che siamo vincolati dal momento. Se troviamo una proprietà in grado di attendere il tempo giusto per farci capire se il mondo continuerà o meno, perché no? Noi siamo pronti a metterci in gioco per vedere cosa uscirà fuori. Altrimenti, si cambierà mestiere".

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L'articolo A Milano chiude il Serraglio: "Ma la crisi dei live inizia ben prima del Covid" di Claudia Mazziotta è apparso su Rockit.it il 29/06/2020 16:46

Tag: live - music business

Commenti (1)
  • Duranoia 5 giorni fa

    La perdita del Serraglio mi rattrista, ci ho visto molti concerti (ultimo Le capre a sonagli) e lo frequentavo volentieri anche se solo saltuariamente. Il concetto di "pagare qualcuno solo se è interessante per il pubblico" però è lo stesso che ha portato a strapagare chi porta gente e a fare in modo che, come in un circolo vizioso, fossero gli unici a poter essere pagati per suonare. Pagare in visibilità le piccole band e poi spendere tutto il budget per i grossi gruppi non è la soluzione giusta, è ingiusto perché si premiano le logiche di mercato e non per forza la qualità: capisco le difficoltà dei locali, soprattutto di posti come il Serraglio che si trovavano in zone molto esterne (vittima simile, anni fa, è stato il fantastico Lo Fi, che aveva oltretutto una invidiabile e coerente direzione artistica), ma non pagare le band non è la soluzione. La vena rock'n'roll le band la devono tirare fuori non smettendo di chiedere un cachet, ma frequentando i locali anche quando suonano le altre band, perché proprio al Serraglio ho visto gli Eugenio in via di gioia chiedere a chi suonava fra il pubblico di alzare le mani e se ne sono alzate pochissime...ed era la serata finale di un concorso per band emergenti.

    > rispondi a @duranoia
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