Milano-Roma costiera 130 all'ora

04/04/2006 di

Foto di Viviana Martucci

Ok. E' sempre la solita cosa un po' depressa e un po' contenta. Tipo la crisi post-parto. Ok. E' vero. Ma è stata una cosa bella, eh? Carlo Pastore lo racconta, gli altri che ci sono stati possono confermare. Rockit si fa Milano-Roma in andata e poi ritorno, per festeggiare e condividere. E, poi, racconta. Fra intimismo ed entusiasmo, fra silenzio e boato, fra l'inverno e la primavera. Ch'è arrivata, finalmente



Il lavoro debilita l’uomo peggio di una merda. Non tanto dal punto di vista della soddisfazione, chè lavorare cancella i buchi neri dello stomaco. Quanto dal punto di vista psico-intellettuale. Vorrei scrivere, dire cose interessanti, tirare fuori idee dal cilindro. Invece pigio tasti come pestare cagate di cane sul marciapiede. E oltretutto mi sembra veramente idiota cercare di inventarmi cose belle descrivendo quanto in questo periodo abbia scritto cose di merda. Ma tanto è un periodo di merda, quindi è giusto che metta in chiaro un paio di cose, per poi ritornare a bombardarmi di impegni, appuntamenti, telefonate, incontri, planning e altre rastrellate del genere. Oppure, visto che Milano in settimana sarà invasa da orde di studentesse straniere e vagonate d’alcol tutte da mungere, via di gin tonic, negroni e birre in ordine sparso. Così almeno evito di vivere. E conservo le parole giuste per te.

Che volete vi dica? A Milano abbiamo spaccato il mondo e come una noce di cocco ne è sceso il latte. 1300 persone. Il meglio della musica italiana attualmente in circolazione, di cui purtroppo non ho visto niente. Ho sceso e salito scale, ho cercato free drink, li ho smistati, ho fatto chiacchiere veloci, le ho velocemente dimenticate, ho sudato, ho rischiato di scivolare, ho cercato sguardi che non ho trovato e che comunque non potevo conoscere. Tutto come in un vortice sopraffino al quale era impossibile resistere. Fuori a cercare la moneta per i resti. Fuori a pagare il ristorante. Fuori a pagare l’albergo. Fuori a risolvere una piccola baruffa. Dentro a cercare il ghiaccio per gli artisti. Dentro a cercare Fiz per la fattura. Dentro a cercare di guardare qualche concerto. Dentro c’era tanta gente. Poi, ad un certo punto, tutto è finito. Un paio di foto. Un paio di drink assassini a gola. E a letto a russare, assieme al trio piemontese di fotografi e colleghi. Gente giusta, compagni che sono contento d’aver trovato. Perchè il senso di queste feste è stato riscoprire la Causa che ci tiene assieme. Da quando in 7 eravamo una Nazione ad oggi, che siamo un po’ di più, senza però essere tanti (e forse è meglio così).

Compatti siamo stati compatti, ed è questo che rende la cifra dell’evento. Organizzare cose significa stare assieme, anche se si parte sempre e comunque con il diesel. Max Collini l’ha visto, sgamandoci mentre litigavamo per inutili accorgimenti all’entrata dal locale prima dell’apertura. Intimidito, fa: “mi spiace aver disturbato quest’assemblea plenaria di Rockit”. Abbiamo riso e ha sciolto la tensione, poi siamo ripartiti a spingere. Dal silenzio delle porte chiuse all’umana invasione delle 21 sono passati pochi minuti. La gente in fila. Fausto e Acty cassieri per un giorno. Fiz tesoriere per una notte. Camillo banchettaro dell’avvenire ed Elena british. Marco e Andrea e Sandro e Giulio e Daniele e Benedetto (dall’Inghilterra!) in rotazione come nelle partite di calcetto a strappare biglietti (il fiato, si sa, non sempre c’è). E Giulia e Ivan e Marco e Davide a fotografare e prendere questa serata così importante, per noi. Attenzione massima, concentrazione al 100%, bracciate nel fiume adrenalinico. Poi, nella saletta produzione, a scoprire che eravamo in pari. Sotto Babalot infuoca la platea con Alberto Motta. Un abbraccio che significa ce l’abbiamo fatta. E poi di nuovo a lavorare, fra sigarette, parole insensate, acqua. Il boato parte su “Felicità” di Albano e Romina esposto al cielo dagli Offlaga Disco Pax. Arrivano mio padre e la mia sorellina, da Veruno per salutarmi: eccolo qui Pa’, ecco ciò che faccio. Per i Baustelle è follia collettiva in un Rainbow che da tanto non vedevo così pieno. Poi Peppuccio, e io che salgo sul palco e vedo la platea che balla cose di un’altra epoca. Roba da matti, hai detto bene, e tu Toto non ti preoccupare, che anche se non mettiamo i Franz Ferdinand la gente capisce. E balla. Mentre io tocco le nuvole. E mentre l’ambulanza accende le sirene, non capisco come e sono in Via Custodi. Cinque piani che non si sentono. Il raffreddore che si fa sentire, soprattutto per i compagni di stanza.

E la mattina ti sveglia Sandro Giorello: “Carlo, tu devi andare a Roma”.

Busso alle porte della novanta per farmi aprire Piazza Lodi senza avere nemmeno degli occhiali da sole. La stanchezza l’ho lasciata nella valigia che non mi porto. Meeting previsto per un’ora a cui tutti ritardano. Non fa niente. Volevamo un furgone bianco e scassato e pieno di adesivi; non trovandolo abbiamo affittato un modesto FIAT, nuovo, Lapo docet. Prendiamo la strada per Roma mentre il sole ci bacia le occhiaie. Mangiamo il paesaggio e non stiamo zitti un attimo. Elena ha il cervello che le esplode, Valentina una materna attenzione, Acty il panino con il salame e Fiz i suoi fogli excel (delle fotocopie uscite male, usate nel retro: a Rockit si risparmia anche sulla carta). Daniele da là dietro ogni tanto se ne esce con questioni da uomini. Se non sapete cosa vuole dire “mannerfreundschaft” mandategli una mail: (sono contento fosse con noi, da Berlino, ci mancava: rimane un toscanaccio paura). Ci facciamo la pianura padana abbandonando il sole. Il traffico è scarso e questo ci fa piacere. Passiamo poi proprio dalla Toscana, raccogliendo suggestioni. L’attorno muta e i nostri occhi raccolgono, incantati. Arriviamo in Umbria e Fiz dice “oh, ma è bella l’Umbria”, ed è vero. E’ bella. Siamo una lama che attraversa un quadro naturalista. Il Lazio è vicino, Roma pure, Acty si esalta. Suona il clacson e inizia a parlare in maniera incomprensibile, in un linguaggio dove tutto è fregno. Per tutta risposta, al telefono con Mark Daretti Re Di Roma offendo la Crusca parlando di vibra e ottima situescion (se c’è qualche zio che vuole fare il ganassa, che mi venga sotto che lo sbrandello con lo sbaragnaus). Entriamo a Roma e l’ovatta che circonda la nostra macchina si scioglie a fianco alla sede operativa della Rai, si sgretola di fianco alla maison tertulliana di Claudione Baglioni, si annulla poi in zona Renatone Zero (e qui, allo stupore generale per la vicinanza delle case dei due, Daniele afferma: "se lo buttano anche!"). Montemario è qui, manicomio sulla sinistra, l’Acty-dimora sulla destra. Appoggiamo le nostre cose in casa, ci ripuliamo un attimo, ci vestiamo per la festa. Vorremmo essere riposati, ma la realtà è differente. Usciamo di casa e ci stiamo dentro, ripartiamo per la Casilina sotto il cielo di Roma, Roma capoccia splendida al tramonto. Improvvisamente piomba il tormento di chi come me pattina da sempre sul ghiacchio, senza radici, ma è solo un solito moto d’invidia per chi riesce a sentirsi a casa per davvero, per chi riesce a sentire un territorio come proprio. Scaccio tutto pensando a quanto sia bello poter essere qui, in questo momento, hic et nunc al 100%. Arriviamo al Circolo arrancando nel traffico di questa città che può permettersi i giardini di fianco alle case. Adrenalina come formocolio in piedi in cui il sangue gira velocissimo. Conosciamo Raniero, Valentina, lo staff tutto. Montiamo lo striscione, mettiamo i ROCKIT’mag in giro, aspettiamo tutti. C’è febbre nell’aria, io voglio conoscere i nostri collaboratori.

Vago come un disperato in cerca di un appiglio con i miei occhi che fanno un giro panoramico sulle mura grezze di questo locale esplosivo, oasi culturale e luogo soffice che invita ad esserci per poi tornare. Sulla porta vedo due ragazze e e sono Sara L. e Sara S., le nostre due collaboratrici romane. Mi presento, mastico un po’ di parole veloce, e le presento alla ciurma di Milano. Neanche il tempo di salutare Mikelewad, che rappresenta (già sai) e si esalta per lo stile e il flow eccetera, che l’andatura ancheggiante di Remo Remotti infiamma la serata. Gli vogliamo bene. Gli StudioDavoli però ancora non ci sono, dunque si manda tutti a mangiare e io me ne resto in solitaria a fumare sigarette ammazzando l’attesa. Chiacchiero. Saluto il Re Di Roma e lo mando a mangiare, sono contento di vedere comporre la schiera dei nostri. E’ ormai iniziata Juve-Roma, il match-mangia-pubblico. Fuori fa freschino. Io bevo una birra, vorrei mangiare. Poi arrivano, si monta la batteria e porto a mangiare gli altri gruppi. Si fa un saluto a Borracho e Cosimi con signorina. Ho la testa che esplode e vorrei dondolare su un altalena aspettando i concerti, ma non si può. Mi blocco sul lato palco a modulare gli interventi. I Davoli prolungano la coda, Remo è incontenibile, gli Yuppie esaltano la folla. Il Circolo si gonfia piano piano, aspettando la primavera che “Our Nature” annuncia con un boato. Noi facciamo i conti, 50 persone e saremmo stati più contenti. Fa niente, è il primo evento Rockit qui a Roma e c’era il match-mangia-pubblico. Siamo più che soddisfatti. E ci sediamo a bere una cosa, in tranquillità. Parliamo un po’, ci raggomitoliamo attorno ad un tavolino e fuori fa freschino Ho i piedi che fremono e corro a vedere Mark, il nostro in consolle, saluto Alessandro dei Masoko, che si è unito alla comitiva del dj set de’ noantri. Quando incomincio a sciogliere la tensione e a divertirmi incomincia a sentirsi la stanchezza, soprattutto nei miei compari ormai vecchiazzi. Non so che ora siano, andiamo a casa. Vorrei salutare tutti, starci ancora un po’, ma incasso i sorrisi di Raniero e degli Yuppie, e ci lasciamo affusolare dentro questa notte che ti invita.

La mattina sono le dodici e mezza. La sveglia è Daniele che mi chiede come ci organizziamo, e io che gli rispondo male. Faccio colazione con la mia bile per cancellare le cose belle di ieri sera, e mi addentro in un buio insensato.

Sarà che in fondo dentro questa nebbia
ci sto bene.

Sarà che questo pessimismo
troppo spesso mi conviene.

Saranno gli occhiali da sole,
sarà l’umidità.

Sarà che se canti la vie en rose
io ci vedo la mort en noir.

Certe volte vorrei tanto poter imputare questa solitudine a qualcuno.

Passeggio per Roma. Monte Mario. Esco di casa cercando suggestioni. Costeggio l’ennesima piazza Signora Nostra di qualcosa, ci sono dei ragazzetti di 14-15 anni che fumano sigarette mentre altri della loro cricca impennano col motorino. Lì a fianco alcune vecchiette stanno sedute su alcune panchine, e chiacchierano. Nessun presente fra i 15 e i 25 anni. Entro in un bar dove quattro sui 40 parlano di fica e boni mores, di quanto siano stupidi questi regazzetti moderni che non sanno più trombare come ai suoi tempi. Sorseggiano una Super Tennent’s, sono le 14. Mangio qualcosa, rubo un foglio al barista dove appunto queste quattro frasi, poi esco. Fa caldo, si sta bene, 23 gradi tondi e un sole che acceca. Cammino in questa città che trasuda sangue e politica ovunque, che non lascia un muro senza una frase, che non lascia una macchina senza volantino elettorale. Raccolgo frasi contro gli sbirri, motti ultras, lampi romantici. Incrocio la sede dell’Associazione Marco Furio Camillo, trapuntata di scudetti del Verona Campione D’Italia e piena di proclami aggressivi contro l’America e gli immigrati. Leggo con cura, chè Forza Nuova non si schifa ma si combatte. “Non ci piace lo Zio Sam e neanche lo Zio Tom”. Chiaro il concetto? Mi lascio ancora cullare da queste strade, poi mi ricongiungo ai compagni. Penso che vorrei essere una bussola per indicarmi la direzione. O il polo negativo che si congiunge con quello positivo. Intanto, guido. Verso Milano. Ripensando a chi non ho trovato. Riflettendo sull’Alice nel paese delle Meraviglie che ho sognato. Rimanendo ammutolito. Riuscendo solo a biascicare un Grazie A Tutti. Che non è abbastanza, ma spero renda l’idea.



I nostri contributi:

Milano-Roma costiera 130 all'ora, di Carlo Pastore

Puttane e superalcolici, di Sandro Giorello

Dal diario di Sara, di Sara Scheggia e Sara Loddo

Il 25 marzo ed io (e noi, e tu), di Margherita Di Fiore, Simone Cosimi e Andrea Borraccino

LA GALLERIA FOTOGRAFICA (di Marco Becker, Davide Bez, Ivan Rachieli, Giulia Bertelli, Viviana Martucci)

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