Londra vuole eleggere un "sindaco della notte". E se lo facesse anche Milano?

A Londra il primo sindaco della notte e se lo facesse anche milanoA Londra il primo sindaco della notte e se lo facesse anche milano
30/10/2015 di Chiara Papaccio

Il sindaco di Londra Boris Johnson ha tenuto a battesimo un piano ambizioso - il secondo - per salvare la scena live della megalopoli inglese, e in particolare i locali più piccoli, minacciati dalla crisi ma ancora di più dall’espansione edilizia e dalla temibile gentrificazione che cambia i connotati delle città occidentali passando sopra a qualunque forma di memoria dei luoghi. Così come succede per le botteghe storiche qui da noi, il cosiddetto “Grassroots Music Venues Rescue Plan” si impegna a tutelare i mini-palchi già al centro del Live Music Act, la legge “anti-burocrazia” per i club - che fu il primo passo di Johnson in materia di politiche musicali - approvata tre anni fa esatti e che ebbe un po’ di attenzione anche in Italia con il progetto Più Musica Live dell’ex assessore alla Cultura di Milano Stefano Boeri.

Non è che Johnson, anche parlamentare, si sia mosso spinto solo dalla nobiltà d’animo: due conti in tasca se li è fatti ed è appellandosi a un’altra parolina di gran moda, l’indotto, che ha appoggiato l’intera operazione. Nonostante infatti la spinta anti-stranieri della società e della politica inglese, Boris sa che intorno alla scena live si muovono interessi economici fortissimi, e che turisti esteri (così come locali) spendono volentieri per vedere band dal vivo a prezzi più contenuti di quanto accada in spazi come la Roundhouse di Camden o l’Hammersmith Apollo e in location ritenute più “autentiche” rispetto ad arene come la O2 o Wembley. Non di sola bigliettazione vive questo segmento del mercato: Johnson e la sua giunta vedono masse di appassionati musicali che viaggiano verso Londra, ci soggiornano, ci consumano, e spendono, spendono, spendono: oltre sei milioni e mezzo di persone nel 2014, e ora il sindaco guarda con preoccupazione a quel 35% di locali chiusi dal 2007, anno precedente al suo primo insediamento: senza una scena live attenta anche agli emergenti, molto del valore del comparto musicale britannico andrebbe in fumo.



Nel dettaglio, il Grassroots Music Venues Rescue Plan (per adesso solo un rapporto dettagliato e molto allarmato) prevede, se approvato, di istituire un comitato (il “Music Development Board”) per la protezione dei locali preesistenti in zone dove siano stati approvati progetti di espansione urbanistica. Allo stesso momento chiarisce che se una nuova iniziativa edilizia contempla la vicinanza con un club o una struttura “musicalmente rumorosa”, starà ai costruttori investire per evitare conflitti tra residenti nuovi e vecchi, con misure per mitigare eventuali problemi come insonorizzazioni o modifiche ai progetti originali: succede nella centralissima Denmark Street, fra i simboli dell’industria discografica inglese, dove il cantiere per la linea ferroviaria Crossrail e gli abbattimenti delle strutture preesistenti avrebbero potuto mettere in pericolo un luogo storico come il 12 Bar: che non solo sarà salvato, ma al quale verrà abbinato un nuovo spazio per concerti, sotterraneo e quindi a prova di proteste. Viceversa, starà ai proprietari di eventuali nuove strutture per musica dal vivo dotarsi di tutti quegli strumenti per garantire tranquillità a chi già vive nel quartiere: il principio si chiama Agent of Change, lo ha adottato anche l’Australia, e in tempi recenti ha permesso allo storico Ministry of Sound di rimanere aperto.

L’elemento più interessante del Grassroots Music Venues Rescue Plan, tuttavia, è un altro ancora: sulla scia di quanto accade in Olanda, gli autori del progetto inglese vorrebbero anche a Londra un “nachtburgemeester”, un “sindaco della notte”. Si tratta di una figura alternativa di raccordo tra politica e cittadini, il cui ruolo è appunto quello di garantire il buon andamento della vita notturna limando i conflitti con la popolazione, organizzando iniziative di reciproca conoscenza, dibattiti, eventi. Ma noi non abbiamo già i nostri assessorati alla Cultura per tutto questo? Fra 23 e 24 ottobre, a Milano si è svolta la due giorni di convegno nazionale MusicaViva, e abbiamo chiesto a qualche voce autorevole di esprimersi: un sindaco della notte sarebbe fattibile in Italia, e proprio a cominciare da una città come Milano? I piccoli locali hanno bisogno di essere salvati da una proposta di legge? E come siamo messi a livello di burocrazia, ora che della campagna di Boeri nessuno parla più?



Nicolò Zaganelli, A&R e manager discografico ad ArteVoxMusica nonché co-fondatore di Exploding Bands, che studia strategie social per etichette, band e organizzatori di concerti, intanto plaude ai risultati di MusicaViva: “Per la prima volta in tanti anni ho visto molta concretezza, la presenza del ministro dei Beni e delle Attività culturali Dario Franceschini è stata importantissima, e anche girando fra i tavoli di lavoro che si sono svolti fra gli operatori ho trovato un atteggiamento propositivo del tipo ‘Capiamo quali sono i problemi, quali le esigenze, facciamone un elenco e stiliamo un documento con le possibili soluzioni’. Non credo che questo potrà diventare una legge, vista la complessità dell’iter parlamentare, ma con delle modifiche questo documento andrà a intervenire sulla singola normativa a livello tecnico, e in quel caso credo che basti il lavoro della Commissione Cultura per snellire regolamenti e burocrazia di chi si occupa di musica dal vivo in Italia”.

Per Zaganelli l’idea del “sindaco della notte” potrebbe essere una bella novità, se declinata sul contesto italiano: “Utile potrebbe essere di sicuro, ma non esattamente necessario… Con un altro nome basterebbe una figura così inserita negli assessorati per avere dei risultati. Qui a Milano la presente amministrazione e specialmente il presente assessorato hanno fatto già degli enormi passi in avanti in termini di considerazione della musica live. Un abisso rispetto alla precedente, che faceva i raid nei locali alla ricerca di infrazioni per poterli multare - la chiusura di un club storico come La Casa 139 dipende da quel tipo di politica. Il Comune ora ha smesso di mettere i bastoni tra le ruote, ma quando fra sei mesi ci saranno le elezioni per il nuovo sindaco, il loro risultato sarà determinante per capire se sarà possibile continuare questo percorso virtuoso intrapreso dalla giunta Pisapia”.
E le tutele ai locali più piccoli, la salute dei quali preoccupa i politici londinesi? “Totalmente d’accordo. Milano vive al momento un periodo fertile, con l’apertura di molti posti nuovi. La realtà è che ci sono molti nuovi circoli ARCI, e bisognerebbe riflettere sul fatto, certo, che associarsi a quel circuito sia percepita come l’unica maniera di avere un po’ di sollievo a livello di tasse pagate… Sarebbe da prevedere il trattamento dei live club come dei poli culturali per permettere una tassazione e un prelievo fiscale agevolati”. Zaganelli infine ragiona sui rapporti tesi fra cittadini e locali “rumorosi”: “A Milano si è sviluppata una certa etica di rispetto nei confronti del vicinato, forse proprio per il terrorismo che è stato fatto negli anni scorsi. Ormai tutti i locali avvertono in maniera non equivocabile di rispettare il riposo dei vicini, e pensa che il proprietario del Circolo ARCI Cicco Simonetta è famoso perché passa le serata a fare ”Shhh!“ a chi alza troppo la voce fuori in strada…”.

Nina Selvini è la press agent italiana delle serate acustiche e “salottiere” Sofar Sounds (inutile girarci attorno: la moda dei concerti casalinghi degli scorsi anni è nata anche e soprattutto per la mancanza di club a misura di scena acustica), ed è la co-fondatrice di Astarte Agency, oltre che una deejay. Quindi ha l’invidiabile vantaggio di avere il punto di vista dell’operatore del settore ma anche dell’artista. La sua opinione sulla tolleranza e sull’accettazione nei confronti dei club insiste su un punto già toccato da Zaganelli: “C’è un’enorme livello di intolleranza a livello sociale in Italia. Oltre a una grande ignoranza. Come è stato sottolineato a Londra nel presentare questo progetto di salvataggio, le venue di un certo tipo possono valorizzare la città, anche e proprio per i concerti che sono in grado di ospitare. Ci sono festival in Italia, come A Night Like This, o il fu Balla coi Cinghiali che, anche per via della location molto suggestiva, portano nel nostro paese e nei paesini dimenticati da Dio anche stranieri. Ma allo stesso tempo portano tre giorni di musica e rumore. E se la gente manifesta il suo dissenso, spesso le autorità non possono fare altro che prendere atto delle lamentele, quasi sempre seguite da denunce. Questa estate abbiamo seguito il BigBang Music Fest, a Nerviano e mi sono fischiate le orecchie a un festival, cosa che non capita spesso! I volumi alti erano giustificati sì dagli artisti in scena e dalla presenza massiccia degli spettatori - oltre ottomila persone solo nella serata con Crookers/Dargen D’Amico - ma anche dall’impegno che gli organizzatori del festival hanno messo, per un anno intero, nelle comunicazioni con forze dell’ordine, comune, “vicini di casa”. In questo caso ha funzionato cercare di spiegare che non si fa rumore, si fa cultura e aggregazione”.



Parla apertamente di “modello Milano”, e non a caso, Dino Lupelli, che oltre a essere giornalista è un organizzatore di eventi culturali che è stato il papà di Elettrowave ad Arezzo per poi fondare il festival Elita proprio in città: “Piuttosto che un ”sindaco della notte“, sarebbe bello se si ripensasse alla durata dell’esperimento legato allo Sportello Unico Manifestazioni, che è stato aperto un anno fa in vista dell’Expo e ha creato finalmente un solo referente per i soggetti che volevano organizzare spettacoli durante la durata dell’evento”. Una semplificazione burocratica non da poco in una nazione afflitta dalle documentazioni da presentare e dagli sportelli infiniti. “Speriamo che non venga abbandonato”, riflette Lupelli, “perché quello che potrebbe essere utile in termini di organizzazione non è tanto un sindaco della notte, che pure potrebbe essere utile come figura di raccordo, ma una realtà che ragioni sugli orari, che conceda deroghe. Per esempio: attualmente, per una cosa del genere, è necessario rivolgersi all’Assessorato per le Attività Produttive, con tutto quel che consegue a livello di rapporti con tecnici che a volte non fanno parte o non conoscono il mondo della cultura e della musica. Quello dello Sportello Unico, insieme al ricambio generazionale della classe politica, o al fatto che nel Fondo Unico per lo Spettacolo per la prima volta si possa accedere a finanziamenti se ci si occupa delle cosiddette ”musiche attuali“ sono dei segnali di novità che personalmente mi trovano ottimista”.

E c’è anche una posizione ufficiale proprio da parte dell’assessorato alla Cultura di Milano, quello sotto il quale un eventuale sindaco della notte potrebbe/dovrebbe operare. Idea folle o interessante? Rispondono Andrea Minetto e Silvia Tarassi, che dell’assessore Filippo Del Corno sono i più stretti (e giovani) collaboratori. Proprio loro ci confermano, per iniziare, che l’esperienza dello Sportello Unico continuerà oltre la data di scadenza di Expo: “Dopo la fine della fase di sperimentazione”, conferma Minetto, “c’è la volontà e c’è l’indicazione a proseguire il lavoro svolto fino a questo momento con entusiasmo e con apprezzamento da parte di cittadini e operatori”. Sia Minetto che Tarassi guardano proprio allo Sportello come alternativa al sindaco della notte: “Se lo strumento che serve è quello di facilitatore e di raccordo fra le parti, al di là del fatto che noi in assessorato alla Cultura facciamo esattamente questo, i funzionari che lavorano tutti i giorni allo Sportello ne rappresentano il lato umano. Non basta trasportare tout court una figura di sindaco della notte di qua dalle Alpi, perché i sistemi legislativi e i contesti sono completamente diversi”. Per esempio, insiste Minetto, “è successo così per Più Musica Live di Stefano Boeri: l’iniziativa ha portato con sé grandissima confusione e interpretazioni sbagliate di un concetto in realtà giusto perché non c’è stata contestualizzazione con il sistema normativo italiano”.



La palla passa a Tarassi, che da frequentatrice assidua di tante music conferences, conosce bene la figura del nachtburgemeester: “Quello olandese ha solo potere consultivo, viene scelto online da alcuni elettori, e non viene neanche pagato. Una figura così non avrebbe un reale potere. Troverei più utile la costituzione di un tavolo di lavoro che veda insieme le associazioni di cittadini insieme all’ARPA, l’assessorato alla Sicurezza e gli organizzatori di eventi dal vivo”. E insiste: “Il mondo degli operatori del settore dell’intrattenimento dovrebbe fare uno sforzo per avere una propria rappresentanza, in modo da poter essere un interlocutore costante per il mondo della politica. Allo stato attuale tutto è troppo spezzettato, manca coesione fra chi fa questo lavoro”. E arriva una bella riflessione di Minetto: “Dobbiamo smettere di pensare che la scena musicale sia ancora legata all’apertura di nuovi locali in città: gli scenari stanno cambiando, basti pensare a tutte quelle realtà che organizzano eventi in location diverse ogni volta: a Milano mi vengono in mente Music Priority, Savana o I Distratti. È vero che di quando in quando ci sono locali che chiudono perché non riescono più a sostenere i costi del business model, ma non mi sembra proprio che a questo corrisponda un impoverimento della scena musicale cittadina. Anzi”.

Le tutele per chi lavora nell’intrattenimento dal vivo passano anche dal riconoscimento di queste nuove realtà, che non si incastrano allo stato attuale con gli operatori già esistenti (“Questi soggetti ‘mobili’ vanno coinvolti assolutamente”, sottolinea Tarassi): “Dal convegno Musica Viva”, ci racconta Minetto, “è uscita la volontà di stralciare e cancellare completamente il regio decreto del 1931 (!) che regolava l’intrattenimento live come un problema di ordine pubblico. Nessun avanzamento è possibile in questo paese a livello culturale se non si parte da queste cose. Agevolare burocraticamente e fiscalmente i gestori e gli organizzatori è sicuramente necessario, ma in più proprio da Musica Viva è nata un’altra soluzione: lavorare sugli eventi per fasce di pubblico. Ovvero, non è più cruciale sapere cosa metterai in scena, se danza, musica o teatro, quanto piuttosto distinguere tra gli operatori di grandi eventi e chi si rivolge a un piccolo pubblico, perché non è possibile che vengano trattati, amministrativamente e normativamente, come lo stesso tipo di eventi. Questo è già un enorme passo in avanti”.

Tag: opinioni

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