Valentina Dorme - Moma - Treviso Live report, 22/03/2007

29/03/2007 di

(I Valentina Dorme alla Moma - Foto di Maria Guzzon)

Un concerto in una libreria suona strano: c'è chi è in piedi alle pareti, chi è seduto a terra, chi è fermo subito oltre la soglia. I Valentina Dorme suonano alla Moma di Treviso, una libreria d'essai, piccola e raccolta. Il gruppo riduce all'osso i pezzi che diventano acustici e scarni ma non cantautorali. Le parole emergono belle ma taglienti, impossibile non emozionarsi. Un concerto intenso, Maria Guzzon racconta.



“Un concerto in una libreria” suona strano. Perché Treviso non è una città grande, e poi non si tratta del negozio di qualche grossa catena, ma di una libreria “d’essai”, due sole stanze, con scaffali non affollati, titoli scelti con accuratezza, qualche cuscino per terra e un albero con appese luci colorate. E anche “un concerto acustico dei Valentina Dorme”, e stringersi più possibile attorno a tre sedie, due chitarre e un basso, senza cavi né amplificatori, anche questo trascina in una dimensione insolita, da affrontare con silenzio e immobilità, chi in piedi alle pareti, chi seduto a terra, chi fermo subito oltre la soglia, perché nella saletta interna non c’è spazio sufficiente per tutti.

Quasi la metà dei pezzi riarrangiati è tratta dall’ultimo disco, si comincia con “Il tuffatore”, breve quasi come un haiku, chitarra e voce, non lascia il tempo di reagire. E non ci si rende conto subito, però man mano che scorrono via le quindici canzoni in scaletta si rimane sempre più inchiodati, come alla tavola di un lanciatore di coltelli, nonostante l’apparenza quasi dimessa di questa serata se si fa il confronto con i set elettrici. I suoni sono più aspri e affilati, ridotti all’essenziale, le dissonanze degli arpeggi si fanno più nette, ma soprattutto le parole tagliano, e non si può far finta di non sentire. Non ci sono appigli per la distrazione: come per ogni poesia, si è obbligati ad ascoltare, e forse si capisce meglio, più a fondo. È una dolcezza bella e disperata, viene su dalle corde di Scapin e Gentili e attraversa la voce di Mario Pigozzo Favero, che colma e riscalda il poco spazio attorno. E colpisce lo scarto tra l’aria pacata, quasi domestica, che si respira, e l’intensità del racconto. Perché una ferita incisa lentamente non fa meno male, anche se a fine brano ci si può guardare negli occhi e sdrammatizzare con una battuta. Passano “Canzone di lontananza”, “La mia unica attesa”, “Tredici”, passa la vita che accomuna e incanta e ha per tutti storie simili ma non uguali, passa attraverso la musica la possibilità di condividere emozioni. E questo i Valentina Dorme lo sanno fare bene, senza bisogno di grandi palchi, anche in un esperimento acustico che mette in risalto i testi ma non cede a sonorità cantautorali. Lo fanno in una stanza minuscola, in modo tanto scarno e diretto che quasi imbarazza.

Alla fine mi rialzo dal pavimento senza fretta, con le gambe un po’ doloranti, mi attardo volentieri nella prima sala della libreria, qualcuno stappa una bottiglia di vino rosso e ne offre in giro. Sul banco ci sono le copie del volume di poesie “Maledetti pettirossi” (il libro di poesie uscito in edizione limitata nel 2004, NdR), e di “Il coraggio dei piuma”. Per ingannare l’attesa, aspettando anche qualcosa di nuovo. Perché non credo sia vero, che “non c’è ancora granché da dire”.



Commenti (5)

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  • Maria Guzzon 29/03/2007 ore 12:45 @mariz

    han fatto anche quella, sì :)
    bravi loro!

  • JoeCatherine 29/03/2007 ore 15:40 @joecatherine

    Una meraviglia questo report :)

  • Sara Loddo 30/03/2007 ore 14:12 @sasara

    Bello bello.. mi è piaciuto proprio questo racconto..

  • Margherita 03/04/2007 ore 23:08 @margherita

    ...ma!!
    :)

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