MonzaRock 2000 - Monza (MI) Live report, 09/07/2000

02/09/2000 di



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A Prato sale Sixth.

Impeccabile nel suo stile anglo-fiorentino. E’ lui a trovare lo scompartimento. E me.

Milano. Centrale. Appuntamento con la Roby. Baci e abbracci. Ci si sposta a staz. Garibaldi. Panino e birra. Distribuzione dei Pass. x il festival. C’è scritto in caratteri cubitali PRESS e sotto lo spazio x aggiungerci FIZ e WWW.ROCKIT.IT col pennarello nero. Eseguo. Poi me lo metto al collo, come quelli veri. Se mi vedessi ora! Treno, direzione Monza. E poi pullman. Dire che sono stanco sarebbe un eufemismo. La stanchezza è tornata come un boomerang e mi sta tagliando le gambe. MA non avrai mica intenzione di cedere vero?

MonzaRock Festival.

Una valangata di gente e sole a picco. Ad Arezzo si friggeva dal caldo, qui ci si carbonizza. Dalla padella alla brace. Ci rifugiamo alla Sala Stampa dell’autodromo. E’ qui che i mass-media cucineranno l’evento Monzarock x servirlo come bolo già digerito nelle ingenue tavole di quei polli d’allevamento che sono gli spettatori. Proprio qui. Aria condizionata, sedie girevoli blu imbottite e postazioni superaccessoriate: ognuna con la sua bella e efficiente presa della corrente e telefonica. Televisori a circuito chiuso in presa diretta sui 2 palchi, così i vecchi babbioni non devono nemmeno sprecarsi di uscire x vedersi il concerto e scrivere il pezzo. Al banco reception acqua e qualche panino. Speravo nelle birre ma evidentemente non si usa, che i giornalisti devono restare sobri. Già. Io giornalista non lo sono di certo. Dovreste vedere che brutte facce girano qui dentro. Fiz come ci sei finito qui? C’è pure quel fesso di Luzzato Fegiz. Rockit come il Corriere Della Sera. Fuori allora!! Fuori!!! A vedere quanto va di moda x quest’estate tra le ragazze l’accoppiata pantalone-top del costume. Quanta pelle da leccare sprecata…

Sole. Sole. Sole.

Il palco è a dir poco gigantesco. Diviso in 2 x ridurre a zero i tempi del cambio tra un artista e l’altro. Palco Blu e Palco Rosso. Imponente si staglia contro l’orizzonte elevando un canto tubolare all’ingegno dell’uomo capace di traguardi sempre più arditi e mirabolanti (tiè, descrizione da cartolina anni’20)

Pieno pomeriggio, le 4 in punto. Sul palco rosso. Max Gazzè , visibilmente soddisfatto e in tshirt arancione, regala uno spettacolo proprio delizioso. Il pubblico mostra di gradire, non lasciandosi sfuggire l’occasione di sottolineare il proprio apprezzamento con battimani a mani alzate e saltelli x tutta la durata del live, senza cedimenti. Ogni canzone è mandata a memoria. La scaletta è paracula e impeccabile. Bella partenza Colloquium Vitae, poi tocca alla sanremese (?) Il timido ubriaco con l’entusiasmo che cresce a vista d’occhio, mi permetto di sottolineare: “potranno mai le mie parole esserti da rosa”. E’ il turno di L’uomo più furbo , e non aggiungo altro se non la mia candida emozione (Jul dice che è la mia canzone). Poi vengono in accoppiata vincente La favola di Adamo ed Eva e Valentina. La gente si diverte, canta a squarciagola e non si risparmia sotto il sole. Il pop di Max Gazze è fresco, gradevolissimo, intelligente “il tempo non fa il suo dovere, a volte peggiora le cose”. Chiude fra gli applausi Una musica può fare . Che quando era tormentone radiofonico non potevo sentire, mentre adesso mi scopro a canticchiare. Fate voi. Tanti applausi. Tanti che se li merita tutti.

A Max Gazzè segue il suo amichetto “medusa morta in testa” Niccolò Fabi . Beh, quanto il primo è stato una compressa di fosforo sciolta in un bicchiere di leggerezza, il qui presente sul palco è un sonnifero in dose doppia… la Sala Stampa è così fresca e le poltroncine così invitanti…

La mia frastagliata tensione. L’ansia di trovarmi di fronte allo specchio. Chiedersi lo specchio è ancora capace di riflettermi? Non. Solo. Apprensione. E’ paura. Di trovarlo rotto quello specchio. E non riconoscersi più. 2 anni in un minuto, a rimbalzare tra le corde che ha tra le mani. Chi? Giocare coi fili con grazia e profondità. E’ possibile descriverlo? Alcune canzoni sono così, ti vengono a cercare.

Un’autentica ovazione accoglie Carmen Consoli sul palco blu del MonzaRock Festival, alle 17.30. Un vestitino viola leggero leggero con 2 strabilianti spacchi laterali (sticazzi!!). Capelli tagliati corti e neri neri come i suoi occhi. Non una parola. E’ incantevole. Parte con Bambina impertinente, dall’ultimo cd. “Trattami come se fossi una dea”. Sei tu solo tu. Segue come da ordine su cd Stato di necessità . “divorami straziami studiami a fondo”. Deglutisco. Mi devo distrarre o precipito. Carmen che scarpe hai? Non vedo cazzo!… da qui non vedo. Mi alzo sulle punte…non saranno mica ciabattine da geisha eh? Un salvifico bagliore di professionalità mi fa annotare che la band non sembra molto convinta e che ci devono essere seri problemi coi volumi sul palco. Poi torno sotto la torbida tempesta emotiva, a inzupparmi i sensi. Arriva Mediamente isterica e poi Fino all’ultimo, che gela il sangue -la platea trattiene il fiato- mentre cresce d’intensità fino all’esplosione “MI HAI SOLTANTO STRAPPATO UN PO’ DI SILENZIO!” . L’inno femminista Venere, in cui ogni ragazza non fa certo fatica a riconoscersi, è un fiume di mani alzate a battere il tempo di quelle 1000 uscite squallide con uomini squallidi capaci di lasciare addosso solo “il fumo delle parole”, ovviamente squallide. Viola e violini sul palco per Narciso. Attesa dall’inizio del concerto e ora cantata come un salmo. Migliaia di cellulari al vento “cara, stai sentendo? E’ x te…”. Mavaffanculo! Per fortuna l’atmosfera dilatata e sfuocata di L’ultimo bacio mi riporta lassù, lontano da tutta questa mediocrità. Una battuta di Carmen al termine del pezzo: “Siamo quasi agli sgoccioli” . Nel senso che i maschietti hanno ormai quasi finito di versare tutto quello che dovevano? Chissà. Bianco e nero , dall’ultimo Sanremo e poi Sangue Infetto e poi l’ovvia Confusa e felice a chiudere. Applausi applausi applausi. Carmen è bellissima. Alcune sue canzoni anche di più.

Fischi e monete e bottigliette e dita medie alzate accolgono i Litfiba . Pienamente giustificati (i fischi, non i Litfiba). Questi pagliacci non sono più nemmeno la scoreggia di quello che furono. E il bello è che sembrano non vergognarsene affato. Puah! Fanno cagare. E infatti. Ne approfitto x seguire il suggerimento. I cessi della sala stampa sono pulitissimi.

La storia è finita, andate in pace. Già Zamboni se n’è andato e con lui non solo la melodia. Chi sarà il prossimo? Cosa resterà? Spazi vuoti, sul palco e dentro ognuno di noi. E’ straziante vedere i CSI così. Le ferite sono aperte e sanguinano. Il dolore evidente. Un concerto praticamente acustico, non sussurrato ma legato. Trattenuto. Come se a lasciarsi andare il velo squarciandosi avesse potuto definitivamente uccidere. Vi ricordate cosa disse Ferretti del live In Quiete su Videomusic? “non so come ho fatto ad accettare. Ma non sentite? quella è la voce di un moribondo” . Così ora. Giovanni e Ginevra, immobili, a centro palco, stanno seduti (seduti!) x tutto il concerto. Come 2 sagge comari che cantano nenie ai bambini. Voce inarrivabile lei, voce dall’inferno lui. L’impressione di una stanchezza che pesa sugli animi è palpabile. La scaletta ne è la conferma. L’ingresso sotto le note oltraggiate dai Datura di A tratti/ Remix è quantomeno singolare. Il pubblico è raggelato. Inizia Cupe vampe. Religioso silenzio, ma non è di quelli che scalda il cuore, sembra piuttosto una rispettosa e muta partecipazione al dramma. Ginevra vocalizza sempre più presente, sempre più insistente. Brava, applausi, ma… vabbeh. Maroccolo gigioneggia. Canali è il re della scazzataggine. Magnelli quasi non si vede tanto è nascosto. Ferretti è tutt’altro che ieratico, non sono stato l’unico ad aver avuto l’impressione che ha tutt’altri cazzi x la testa che cantare. Il palco sembra immenso, i CSI così piccolini…Come non venir travolti dai ricordi di tutti i concerti passati? (3 anni fa a Jesolo avevano iniziato con “Emilia Paranoica” e davvero non sarebbero bastate 100 piazze x contenere tutta quell’energia!!!) Perdo il contatto, infossato nelle sabbie mobili della malinconia. Arrivano le parole di Finstère , da Ko de Mondo (come mi suggeriscono). Quant’è diverso sentirle ora? Ecco appunto. Che le cose non dovrebbero mai cambiare solo gli stolti possono pensarlo. Immutabili nel tempo. “Muore tutto, l’unica cosa che vive sei tu”. Si sa che ogni cosa ha un inizio e una fine. Volevo solo sottolineare il mio e credo di tutti profondo rammarico. Profondo rammarico per ciò che è stato e non è più. Profondo rammarico nel vedere che i brani di Tabula Rasa Elettrificata suonano davvero stonatissimi. Trascinati. Che viene voglia di gridare basta! xchè portarseli dietro ancora? Non serve più. Fatevene, facciamocene una ragione. Profondo rammarico e commozione e stop. e comunque un sospiro di sollievo nel vedere tanta determinazione e comunque eleganza nel saper non gettare nel fango la propria dignità (come invece hanno fatto i Litfibia ad esempio). Lo spessore di un gruppo lo si misura anche da questo. Così, ad esempio, il riproporre Ederzely di Bregovic&Kaja è graditissima cosa. Aria fresca in stanze chiuse. E il concerto continua. Giovanni e Ginevra sempre seduti, abbandonati su quegli sgabelli. Arriva Irata sulla cui coda qualche verso di In quiete. Il groppo che ho alla gola si stringe. poi Brace . Dolori alla schiena. poi Accade. Sento le vene gonfiarsi, il sangue farsi denso. “appare la bellezza quando è l’ora”. Non era l’Ora. Tutto qui, forse. Linea Gotica . Pensieri che perdono limpidezza, un ruscello di montagna in piena che trascina detriti e infanga. E a chiusura della funzione liturgica il salmo Annarella , e chi deve capire capisce.


fine

fine?


applausi

La messa è finita, andate in pace. Nei secoli dei secoli dei secoli dei secoli. Amen.


E poi quello che resta è solo un palco vuoto da fissare.

che questo passaggio di millennio è stato uno stillicidio.



Puoi scaricare tutto il raccontone: 12 pagine in formato rtf con tutto il resoconto di Arezzo Wave e del Monza Festival:
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Pagine: Carmen Consoli Consorzio Suonatori Indipendenti (CSI) Max Gazzè Litfiba Niccolò Fabi

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