Mulligans - Firenze Live report, 13/02/2005

28/02/2005 di



Febbraio. Una domenica 13 che in realtà sembra un 17, se uno credesse un minimo alle superstizioni. Sembra. Perché invece quei bastardelli dei virus non ce l’hanno fatta ad accopparmi. E dopo giorni di attentati influenzali alla mia persona, evitati con piroette medicinali che nemmeno la pubblicità dell’Actigrip, ecco che finalmente domenica esco. Direzione Mulligans’, colline toscane e notte di luna. Il nostro Rockit aveva annunciato l’evento così:
“Per la prima volta in Toscana, due dei gruppi rivelazione di quest’anno arriveranno a Montespertoli , domenica 13 febbraio, per due concerti assolutamente imperdibili… Un consiglio, lasciatevi conquistare.” E lasciamoci conquistare. Da circa un mese mi erano capitati sottomano, per i miei ascolti notturni, Artemoltobuffa e Non voglio che Clara. Gruppi che hanno in comune il lavorio non banale fatto per creare testi che hanno, in certi casi, dignità letteraria e capacità autonoma di vita. La curiosità, dunque, di vederli dal vivo c’è. E saperli insieme, in un unico evento, non troppo lontani dalle mie lande solletica ancor più l’interesse. Così, con poca voce, nasetto irritato stile clown e molta volontà, varco le soglie (non più fumose) del locale. Alla porta, un foglio avverte di quanto accadrà. Dentro, il surrealismo di un ambiente senza fumo. Da quando le sigarette sono bandite, inizi a notare cose mai viste prima. Manifesti, bandiere, gadgests. Facce. Sì, le facce dei clienti e dei baristi. Ci si guarda reciprocamente come fossimo novità. Ma in fondo era bello, per tutti, restare misteriosi e sfumati nelle nebbie di nicotina del passato. Riuscivo, in effetti, a fregare più persone sull’estetica...

Scelgo la postazione, prendo una Harp piccola e mi appollaio sullo sgabello. Mi piace osservare le cose, i gesti e le attese prima di un concerto. Specie in un contesto raccolto e minimale come quello, in cui chi sta per esibirsi si mescola, parla e passa il tempo insieme a chi è venuto ad ascoltarlo o invece è lì solo per caso. E’ ciò che preferisco: l’arte torna ad essere ciò che è, condivisione, lontana da menate e filtri di notorietà. E l’artista non è il figo-oracolo che si cala dall’alto per fare un favore a te, spettatore-supplice.

Così, in mezzo ad inflessioni nordiche mischiate a cadenze toscane aspirate, Fabio De Min, voce, chitarra e piano dei Non voglio che Clara sta parlando in giro, bevendosi una birra. Birra che riuscirà miracolosamente a non versarsi mai durante il concerto, pur restando per terra in bilico tra piedi che tengono il ritmo, aste e custodie di strumenti. Attorno alle 23 e qualcosa quel Fabio si alza dal tavolo e si sposta sul mini-palco. Lo seguono Matteo Visigalli, basso, Stefano Scariot, chitarre e Fabio Tesser, batteria. Lucette blu in vortice si accendono. Non voglio che Clara apre le danze. Intanto noto che, ad un tavolo vicino a me, un tipo ascolta attento e concentrato. Non so perché. Ma in preda ad una specie d’illuminazione, mi avvicino. “Tu sei Alberto, Alberto Muffato?”. Lui si gira e mi osserva tra il basito ed il sospettoso. Credo sia per la mia faccia ammalata, la voce che, mancando, crea un effetto da trans e la troppa convinzione che ho messo nel fargli la domanda. Comunque risponde. “Sì, ciao” e scambiamo qualche parola. Poi mi dice: “Noi faremo qualche pezzo in meno del previsto, perché il batterista ha l’influenza.” Eh sì. Perché “c’è un virus nell’aria”. E questa frase rimbalzerà per il resto della serata tra palco e pubblico, in un simpatico tormentone.

A rapire dal vivo, nei Non voglio che Clara, è la cadenza lieve di note che sostengono parole come fossero aquiloni. Un umore intimista vestito da cadenza melodica e pop senza artifici. C’è una voce che sceglie di non esplodere, forse per non tradire l’intimità che racconta. C’è un sapore d’indolenza borghese che sale dal palco, l’aria spettinata di mattini invernali che non diventeranno sole. Eppure, di fondo, una non-tristezza, se per tristezza intendi resa passiva agli eventi ed un rifugiarsi nel passato. Semmai, la ripresa di un gusto retrò argutamente reinventato senza esagerazioni. E dal vivo, in questo senso, mi cattura “I piani per il sabato sera”, nel quale i Non voglio che Clara tratteggiano verità devastanti con la semplicità di un soffio. Si sente che amano il buon cantautorato italiano, si sente l’intelligenza di sguardi alla Paolo Conte quando osservano il quotidiano. Si passa, tra le altre, dalla notevole cover di Mina “L’ultima occasione” a “Se chiami rendi tutto più facile”, fino alla bellissima “Quello con la telecamera” . Ed oltre ai loro brani, sorpresa, la cover di “Festa no. 4” di Babalot, che trascina nel suo incedere finale di piano che tormenta.

Applauso.

Loro salutano, ringraziano e scendono dal palco. Ed i ruoli si scambiano. Ora è il turno di Artemoltobuffa. Amo molto il suo “Stanotte/stamattina” (Aiuola, 2004). Amo quel suo quasi essere finto-distratto, artista che fa della semplicità la più raffinata delle elaborazioni. Filtra ed asciuga la realtà con la voce pseudo stonata di un cantastorie. Incatena con parole-freccia, dritte al bersaglio della rivelazione. Si diverte, quando siede davanti al pubblico. Si diverte senza ridere, o al massimo con l’accenno di un sorriso. In particolare, mi crea un loop mentale “Pomeriggio d’asma”. Dopo il primo ascolto, ricordo che misi il repeat al lettore fino a traboccarne. Quindi appena gliela sento intonare, mi ritrovo a cantare a squarciagola. Peccato però che io sia senza voce. Così il tutto si traduce in un raglio gutturale. Bello. Molto femminile, direi. Lascio perdere e canto solo movendo le labbra, perché proprio non mi so trattenere. Artemoltobuffa regala, in questa sua formazione live ridotta (con Alberto Montesarchio alla tastiera e Massimiliano Bredariol alla chitarra… perché, non scordiamocelo, “c’è un virus nell’aria”), anche altri brani che mi toccano nel profondo. La stessa title track “Stanotte/stamattina”, “Scarpe nuove”, “La scena patetica”, la bellissima “Hulk nella montagna” coi suoi voli di vertigine, “C.E.Gadda e l’estate” (“nata –ci dice- quando stavo scrivendo la tesi”). Ma anche una cover dei Northpole (“L’amore è un demonio”) e due brani nuovi: “Le rughe sulla fronte”, col suo splendido testo di prati notturni e bellezze da inventare, e “L’aria misteriosa”, regalataci in extremis. Intanto mi volto e, sullo sgabello accanto al mio, Fabio De Min sta ascoltando con attenzione. Riesco a parlare anche con lui. Parlare… Gorgogliare, semmai. Ma lui, evidentemente, è buono e gentile e fa finta di nulla.

Poi finisce. Alberto ringrazia e la serata termina con un abbraccio globale tra tutti presenti.

Finito. Troppo presto. Cioè, è tardi per me che l’indomani lavoro, non ho voci e mi sento di nuovo la febbre, che mi fa le guance tipo Heidi. Ma è presto per l’anima. Solo che è sempre così quando la musica vale la pena. Ti lascia quel senso vago di fame insoddisfatta, quella voglia di “di più” che provi a colmare risalendo in auto e proseguendo, in modo differito, quel che dal vivo ti ha appena nutrito. No, non mi basta. Ed allora tornerò a vederli presto live.



Scaletta Non voglio che Clara:

- L'oriunda
- L'ultima occasione (cover di Mina)
- Se chiami rendi tutto più facile
- se ti senti sola
- Le paure
- hotel tivoli
- nei tuoi giorni di panico
- i piani per il sabato sera
- il nastro rosa
- porno
- quello con la telecamera
- questo lasciatelo dire
- festa no. 4 (cover di Babalot)

Scaletta Artemoltobuffa:

-le rughe sulla fronte
-stanotte/stamattina
-in canale: intrico d'alghe
-la scena patetica
-pomeriggio d'asma
-l'amore è un demonio (brano dei northpole)
-scarpe nuove
-c.e. gadda e l'estate
-hulk nella montagna
-l'aria misteriosa (brano nuovo)

Pagine: Non Voglio che Clara Alberto Muffato (artemoltobuffa)

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