Un piccolo tentativo di immaginare la musica del futuro

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19/02/2016 di

Eric Harvey, sulle pagine di Pitchfork, ha commentato gli anni 2000 come “il primo decennio di musica pop ricordato nella storia per la tecnologia musicale più che per la musica”. In effetti, guardando all’ultimo ventennio, le parole che usiamo per riferire i grandi cambiamenti musicali sono mp3, streaming, p2p, internet, iPod, Spotify, YouTube, Soundcloud (e molte altre), molto più che nomi di artisti particolari o di movimenti generazionali. Sembra insomma si stia vivendo l’apoteosi della celebre teoria del sociologo canadese Marshall McLuhan, “il medium è il messaggio”, per cui i mezzi di comunicazione condizionano la percezione del messaggio comunicato molto più del messaggio stesso. Per questo, il ruolo centrale per immaginare il futuro della musica non lo ha la musica, ma i mezzi con cui la ascoltiamo e diffondiamo.

Senza analizzare le implicazioni economiche di questa rivoluzione tecnologica chiamata streaming, è comunque importante notare che il concetto stesso di album sia per molti versi messo in scacco da un ascolto più liquido, se vogliamo più schizofrenico, tipico di quell’atteggiamento che la musica ha ereditato, suo malgrado, dalla televisione: lo zapping. Questo ovviamente non vuol dire che l'album sia ormai un formato morto, ma che è probabile che per adattarsi alla fruizione della musica in streaming, nel futuro si configurerà sempre più come un concept. Questa forma, soprattutto, potrebbe stimolare un modo di comunicare fatto non solo di musica, ma di immagini, video, app, marketing e spettacolo che unirà più forme di creatività in unico progetto.

Dall'altro lato, un’altra faccia della riconfigurazione dell’album potrebbe tradursi nella diffusione sempre maggiore di EP, singoli, mixtape e playlist. Proprio per la loro intrinseca natura di banchi di prova, o al massimo di presentazione o anticipazione, risultano formule meno impegnative di un album, e perciò più fruibili e versatili.

Ovviamente il concept album, gli ep, i singoli e pure le playlist non sono affatto novità nel mercato odierno. Tuttavia la loro centralità nel discorso sulla musica del futuro è immediatamente comprensibile se si tiene conto che nel mare magnum di internet diventano armi indispensabili per raggiungere una diffusione musicale che l’album da solo necessariamente fatica a raggiungere. Una diffusione cruciale soprattutto per gli esordienti, che siano artisti o pure etichette: realizzare piccole pubblicazioni che non richiamino il supporto fisico (come invece avviene per l’album), è e sempre sarà più conveniente di realizzare una sola grossa pubblicazione, che tuttavia, rimanendo un lavoro più complesso e completo, terrà il pregio di fissare un concept, un’idea.

Parliamo di pubblicazioni accessibili a chiunque, e che vanno ad ingrossare l'ondata di materiale prodotta da piccoli artisti e piccole etichette indipendenti sparse in tutto il mondo: ognuna di queste realtà sarà sempre una goccia che non potrà competere con i grandi player internazionali, ma l’insieme potrebbe creare un oceano di piccoli mercati così importante da spostare l'asse del panorama complessivo: le icone pop e le major non verranno mai detronizzate, ma potrebbero essere relativizzate dalla diffusione di nuovi e altri centri musicali.

In un articolo su Wired Magazine del 2004, Chris Anderson elaborò un’utile analisi di mercato nella cosiddetta teoria della “coda lunga”. Nel contesto discografico, la coda lunga sarebbe quella porzione di mercato che conta un gran numero di soggetti per un esiguo numero di ascolti (cioè quella fetta di pubblicazioni indipendenti e poco popolari), che costituisce appunto la “coda” di quella fetta di mercato che conta un esiguo numero di soggetti per un gran numero di ascolti. L'immagine della coda lunga è piuttosto efficace per descrivere il decentramento del mercato musicale (già in corso, del resto) e la moltiplicazione dinamica di piccoli mercati.

Internet è una fitta rete che lega non solo l’artista al pubblico, ma anche una realtà con un’altra realtà localizzata altrove, una piattaforma di scambio alla pari. Tornando a Marshall McLuhan, l’espressione da lui coniata di “villaggio globale” rende giustizia allo scambio vorticoso che attraversa il mondo, ma rischia di far scivolare l’immagine della musica del futuro in un mero discorso di uniformità internazionale: in realtà, tale scambio, proprio perché alla pari (potremmo dire “naturale”) tende a confrontare più località, più identità e più scene senza però creare un linguaggio globale univoco.

In epoca pre-internet la maggior parte della musica italiana non poteva prescindere dalla musica internazionale: il punk dei CCCP derivò dall'ondata londinese, l’alternative rock dal grunge di Seattle, per non parlare degli anni '60, del beat e del cantautorato che guardava oltralpe. Si tratta pur sempre di comunicazione tra più località particolari, ma è chiaro quanto certe influenze fossero pesantemente mediate da un successo internazionale (e quindi commerciale). Al contrario, oggi le direzioni della comunicazione musicale online prescindono dalle mode internazionali e creano improbabili incontri fra culture diverse, un processo che sta timidamente scavando il suo spazio anche in Italia (basti citare i nomi di Clap! Clap!, Populous e Go Dugong per farsi un'idea di massima).

Pensando in termini di “incontri” e di “comunicazione” è facile immaginare una proliferazione di scene, di linguaggi, di artisti, di etichette e di località che interferiscono fra di loro, ma in questo rimane completamente fuori posto l’ormai annosa e stantia questione della tendenza al passatismo musicale: per immaginare la musica del futuro insomma non dovremo chiederci se è più futuristico un computer o una chitarra acustica, pensare a Lorenzo Senni in alternativa ai Black Keys, ma alle infinite combinazioni possibili tra due camerette ai poli opposti del pianeta.

Tag: opinioni

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