Musica W - Castellina Marittima (PI) Live report, 15/08/2004

13/09/2004 di



Castellina Marittima è un posto strano.

Un posto dove al Circolo ARCI Caccia prendi due schiaccine, due bottigliette di the freddo, un caffè ed un succo di frutta e paghi cinque euro (giuro!). Prezzi da fallimento. Un posto dove, dopo il primo giorno, si fa amicizia con Tonino, il nano del paese, che ti saluta come fossi amico di lunga data. Un posto dove, quando Bettini vince l’oro olimpico di ciclismo, senti che da davanti alla televisione c’è chi urla vai Bettini!, con l’accento giusto. Un posto dove è possibile vedere la banda suonare al funerale del suo maestro, e allora ci si toglie il cappello, e ci si commuove perché siamo tutti uomini, ed in questi momenti è come se fosse l’Umanità a dettare i comportamenti. Un posto dove i bambini di sei anni urlano “Viva la topa!”, perdipiù incitati dal padre. Poi chiedi ad Appino degli Zen Circus perché, e capisci di non essere toscano, perché si sa che la topa non è solo la topa, ma la topa è sentimento, è emozione. La Topa è Amore per la Vita.

A Castellina Marittima ci si può arrivare solo attraverso una strada piena di curve, immersa nelle dolci rotondità delle colline, dentro ad un verde bosco spezzato dal giallo qua e là. Colori intensi e paesaggi bellissimi, che sfiorano poi verso Livorno, dove al territorio invece è preferibile il centro storico, che è bello sì, seppure molto fascista (come stile, s’intende).

A Castellina Marittima ogni estate, nella settimana di ferragosto, si tiene un festival chiamato “Musica W”. L’anno scorso teneva con sé anche la dicitura “indie”. Quest’anno non più.

Bene. Il festival “Musica W” è anche un concorso, che dovrebbe poi portare una band a suonare al MEI di Faenza. Ogni concorso che si rispetti ha una sua giuria. Io, quest’anno così come l’anno scorso, appartenevo a questa giuria. Insieme a Ugo Mazzia, Barbara Santi di Rumore e Marina Pierri di Radio Città del Capo. Che bella famiglia.

Dicevamo dell’ogni concorso che si rispetti. Ecco, ogni concorso che si rispetti, dopo aver fatto esibire i suoi concorrenti, solitamente pone in chiusura un headliner, che serve a fare da faro per il pubblico, e traghettarlo verso questi lidi e questi luoghi, permettendo così alle band più giovani di avere anch’esse qualche dignitosa anima sotto o intorno al palco, disposta ad ascoltare. A Castellina Marittima, quest’anno, gli headliners sono stati vari ed eventuali.

Vari i generi. Si parte lunedi dal rock rugginoso e abrasivo di Giorgio Canali, che live, a mio avviso, pur scavandosi l’anima con grinta e passione, non conquista come su disco, perdendo in comunicatività (difficile comprendere i testi, che nella musica di Canali hanno un buon 50% di importanza). Si passa poi, mercoledì, agli Yuppie Flu - ora con un nuovo batterista (Gianluca Schiavon, già con Santo Niente e One Dimensional Man) e con un chitarrista-tastierista in meno, ma con in mano una manciata di nuove bellissime canzoni (“Our Nature” su tutte) – che tra malinconia e trasognatezza sfornano un live più rock e meno sfumato, diverso rispetto a quanto fatto in passato. E si arriva, infìne, ai Vallanzaska - che fra le piramidi di cheope sono miope, che ska, che core – mettono in modalità ballo la platea, al solito mezza piena e mezza vuota al contempo (forse più mezza vuota, ma quest’anno è crisi per tutti).

Eventuali, invece, sono gli Eldritch, che eventualmente potrebbero piacere a qualche sventurato nuovo ascoltatore metal, qualora il cantante dovesse eventualmente azzeccare qualche nota e loro dovessero nel complesso eventualmente scrivere una canzone interessante. Altre eventuali, invece, sono le Bambole di Pezza, che io personalmente non odio né amo come la maggior parte dei gruppi punk, che trovo tragicamente naif nella loro sempliciotta ideologia, e ancor di più banali nella loro estetica noiosissima. Le Bambole sono pop-punk e sono colorate, di riot c’è solo il proferire verbo e la maggior parte delle canzoni sono francamente insignificanti. Ma va bene così, perché tutto sommato sono genuine.

Dopodichè, sarà bene parlare dell’emergenza di questo festival: la mediocrità imperante. L’insignificanza. Li vedi passare tra le corde di gente come gli Sparkit Powerhead, tra le corde inesistenti di un cantante macchietta e quelle frigide dell’ennesimo chitarrista che copia i riffoni. Li vedi passare tra i virtuosismi sterili, malati e morenti degli Astras e dei Sun in a Box, i primi l’ennesima deriva impersonale e noiosa degli Iron Maiden (solo un po’ più stucchevoli e prog), i secondi gli autori delle b-side di un gruppo già di per sé derivativo nei confronti dei Deftones, però con code strumentali dal dubbio gusto ma che ci alleviano dal peso di una voce che semplicemente non ce la fa.

Poi ci sono gli insipidi. Ovvero quelli che piacerebbero ai vegetariani, non essendo né carne né pesce. Tipi come i Jolly Rogers, che fanno rock italiano(ao) con la dignità di un cantante che sa cantare una musica che – però – è oggettivamente derivativa. Oppure i Mandragora, sui quali se mi permetti vorrei fare una riflessione. Chi ha ascoltato una certa no wave e ne è rimasto intrigato nutre una profonda voglia di cercare una forma di espressività anch’essa n(u)o(va). Inevitabili dunque sono gli sperimentalismi, le grattugie, i parlati, i mugugni e via dicendo. I Mandragora sono così. Declamano la biografia dei Sonic Youth su un tappeto sonoro convulso, ma non si capisce francamente niente: è tutto un lungo sospiro cacofonico che si spegne in gridolini sterili… Buona l’idea, ma scarsi i risultati. Infatti qui non si discute l’idea. Si discutono i risultati. Stesso discorso vale anche per i Pulp_Ito, che sul palco si portano due poltrone, si muovono in strane maniere e si vestono in maniera siderale. Ma la sostanza? Le canzoni arrancano, la pretenziosità sembra dominare. Di fronte a tutto questo, che Iddio ci preservi dal nuovo. Meglio la semplicità.

Sembra che questa lezione l’abbiano capita gli Inorganica, la band di casa, un dato – questo - che serve a farci capire quanto da queste parti l’onda lunga della Firenze anni ottanta irradi ancora le nuove proposte musicali. Dark-wave anni ottanta, debitrice a quei Litfiba che fecero grande il rock italiano con “17 Re”. Peccato che i suoni siano assolutamente vecchi. Un altro che pare abbia capito la lezione è Massimo Morselli, che sale sul palco domenica (la serata qualitativamente più alta) da solo, chitarra e voce, e propone una manciata di pezzi in bilico fra De Andrè e Marco Parente. La proposta ha un suo respiro che muore però nella immaturità delle sue canzoni, che andrebbero riviste suonate con una band. Non male neanche i First Class Mob, alfieri di un powerful rock assolutamente girl-oriented sul quale troneggia la voce di Missmob. PJ Harvey, soprattutto. Ma le canzoni sono derivative e gli arrangiamenti assolutamente poco personali. Però l’anima c’è, e non è poco.

Infine ci sono i Masoko. I Vincitori. Già dalle note del soundcheck si capisce che siamo di fronte ad una band con una marcia in più. La formazione è semplice: chitarra – basso – batteria – voce (e qualche effettino). Il genere, pure: pop beat dalle chiare influenze new wave. Groove tirati, una voce istrionica QB (ovvero Quanto Basta), un chitarrista favoloso, eccentrico e originale, e un paio di canzoni che farebbero morire le radio per overdose. Mi faccio dare il loro demo per gustarmelo a casa e capire se – anche su disco – questi ragazzi ci sappiano fare. E diciamo che la risposta è moderatamente positiva, ma il demo risale al 2002, e oggi ci si appropinqua al 2005.

Detto questo, e quando un festival finisce, si traggono le conclusioni. Agli organizzatori dico di capire che cosa vogliano fare da grandi: se essere una festa di paese dove si mangia e si balla il liscio, o essere anche un festival in cui la musica abbia importanza. Dico di pensare prima a ciò che serve per far suonare una band, perché mettere sullo stesso palco 5 gruppi in una stessa serata e dare loro un mixer a 24 canali è una follia. Pura follia. Ma agli organizzatori dico anche bravi!, perché - nonostante tutto - a Castellina Marittima ci si trova sempre dannatamente bene.

Un po’ come quel lunedi mattina. Erano le sette, ma per noi era ancora domenica notte. Il sole stava sorgendo e i colori erano bellissimi: arancionerossosole con mille sfumature. Ci si faceva l’ultimo cannone e Ugo diceva un sacco di idiozie. Raccontava dei pugliesi quando vanno al mare, che si portano tutto il frigo e questi due cocomeri enormi, che lasciano in mano a due bambini obesi. Marina rideva: lei, pugliese trapiantata a Bologna. Ridevamo tutti. Che si va a dormire?



Pagine: Giorgio Canali & Rossofuoco Vallanzaska Yuppie Flu Pulp_ito (Pulpito) Mandragora First Class Mob Masoko Massimo Morselli Sparklit Powerhead

Commenti (2)

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  • dario brunetti 17/12/2008 ore 19:08 @felix

    LEI è UNO SCRITTORE DI GRANDE QUALITà!!!

    IO CONDIVIDO LE SUE IDEE!!

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