Musicalbox 2004

14/09/2004 di



Urbino: una città che trasuda storia ed arte da ogni mattone. Qui nel XV secolo nacque il celebre pittore Raffaello e qui il Rinascimento trovò un principe (Federico da Montefeltro) che incarnò l’ideale di umanista-governatore.

Dalla Fortezza Albornoz si vede tutto: il palazzo, la città monocroma, il tracciato urbano tortuoso costretto all’interno della cinta muraria ed il palco della IV edizione del MusicalBox.

Fabrizio, delizioso maestro di cerimonia nonché direttore artistico dell’evento, si sposta dal tavolo dei giurati al mixer, dal gazebo dell’organizzazione alle tende/camerini degli artisti, assicurandosi che ogni cosa vada bene e che ogni persona sia a proprio agio.

Il sole regala splendide vedute di Urbino con colori che cambiano da minuto in minuto man mano che il tramonto si avvicina.

Chiudo gli occhi e mi sbizzarrisco in fantasiosi anacronismi: e se il principe ci vedesse? E se fosse affacciato ad una delle finestre del palazzo ed anche lui aspettasse la fine del sound check per gustarsi una serata totalmente dedicata alla musica indie? Sì, sì… c’è! Intravedo il nobile naso del curioso! Scommetto che anche dame, signori, servi e popolani si stanno affrettando nelle loro occupazioni per sentire i Mandragora.

Mi appare un’affascinante figura femminile dai capelli lunghi e dagli occhi vivi e ribelli che sanno di dolcezza e di forza. Anche la musica ha le sue donne: la sentono dentro, la partoriscono, la curano, la osservano crescere. Silvia è una di loro e, dopo aver contribuito all’organizzazione del festival, viene a sedersi tra noi giurati tenendo ancora un occhio all’amministrazione di cui è responsabile.

Mandragora: eccoli! Non appena i tre nisseni iniziano a suonare, la vocalist, mimetizzata fino ad un secondo prima tra il pubblico, getta nelle mani dei giurati e di pochi altri il volantino coi testi e corre sul palco per il primo cantato. I brani che ci propongono non possiedono la freschezza e l’originalità necessarie per attrarre ulteriormente la mia attenzione; le canzoni della band sicula passano senza che nulla colpisca e si fermi nella mente.

Ora è il turno delle cinque band selezionate. Si presentano al pubblico ed alla giuria con tre brani sperando di salire al gradino più alto del podio per assicurarsi vetrina e cospicuo premio.

Franzo è un cantautore marchigiano, giovane, pieno di energie, voce degna di un palco per farsi ascoltare e per crescere. La sua proposta consta di pezzi in italiano, appartenenti al rock fatto di chitarra elettrica e di melodia, orecchiabili e canticchiabili con un pizzico di funky. Il suo gruppo è compatto e lo supporta bene, benchè un po’ troppo statico durante l’esecuzione, ad eccezione del bassista che è a proprio agio e lo trasmette al pubblico.

I Pelican Milk sono un quartetto un po’ anomalo per questa serata a causa della loro forte influenza esterofila. Sono preparati tecnicamente; si esibiscono con una disposizione particolare: il bassista suona nascosto per metà dal chitarrista seduto; all’ angolo opposto si trova il tastierista mentre la batteria è sovrana, al centro del palco. I ragazzi iniziano a snocciolare pezzi in inglese di non facile ascolto che tradiscono un background di rock americano e di jazz (quest’ultimo soprattutto nei suoni della tastiera). Concentrati nell’atto di suonare, eseguono perfette suite strumentistiche in cui talvolta la voce fa capolino come accompagnamento.

I Damien* (mi raccomando: notate che è scritto con l’asterisco!) sono tre ventenni che con chitarra, basso, batteria e voce riescono a creare un flusso sonoro compatto e potente. La loro formula è mutuata dal grunge e dal post rock sia nella musica sia nel loro stile. Si esibiscono senza contatto col pubblico da bravi shoegazer, ognuno rapito dal proprio strumento, sferrando tre pezzi pieni di un’energia che si avviluppa e si contorce su se stessa senza liberarsi in urli catartici. Peccato che la loro musica si perda tra i troppo numerosi spartiti che affollano il genere.

Mono:Fi sono una band che proviene da Ravenna; originariamente duo hanno accolto da poco al basso la ex leader dei Pitch. La musica che ci propongono può ricordare i Tiromancino de La descrizione di un attimo e i lavori dei Bluvertigo. Usano l’elettronica per creare atmosfere rarefatte in cui una voce intona testi intimisti creando un mix di classe; ma il suono appena accennato del basso non riesce a sostenere le trame. La cura degli elementi scenici, dall’abbigliamento ai movimenti che sottolineano il cantato, fanno sì che il clima creato dai Mono:Fi coinvolga il pubblico e trascini le menti in territori malinconici, ricchi di incisività e di forza, dove il gioco con il corpo e con il linguaggio è cercato come parte integrante dell’espressione.

I Museo Kabikoff arrivano da Milano dove già sono conosciuti tra i cultori dell’indie. Il gruppo movimenta il palco con la sua vivacità, con abiti colorati, con giochi di stili musicali diversi che si intrecciano senza lasciare mai riposo agli ascoltatori costretti a passare da un giro di chitarra blues ad un riff pop attraverso schitarrate heavy all’interno dello stesso pezzo. Il curioso crossover è arricchito da testi demenziali e divertenti che completano l’originale miscela Museo Kabikoff.

Intanto che gli Zen Circus si danno da fare sul palco allestito per loro con la doppia batteria, noi giurati ci riuniamo nella nostra tenda, dove Benvegnù ogni tanto fa capolino per prenderci amabilmente in giro.

Podio deciso: primi i Museo Kabikoff, a seguire Damien* e Mono:Fi.

Non riesco a seguire i concerti degli headliner perché il vizio dei Rockittari è di buttarsi tra i minori: anch’io ne sono clamorosamente vittima ritrovandomi a chiacchierare con le giovani band protagoniste del MusicalBox. La nottata si conclude con l’attraversata del bosco buio: una strada tortuosa e spettrale è l’unico modo per arrivare alle nostre stanze. La imbocchiamo io ed Alessandro Besselva Averame (Il Mucchio), Fantastico compagno di ventura ed Intrigante esperto di mondo. Sicuramente il Principe è a letto e con lui l’Umanesimo Rinascimentale; girano invece lupi che ululano alla luna piena e giornalisti musicali che sparano cavolate moltiplicando le fantasie su mondi improbabili regolati da logiche altre. I cipressi, austeri testimoni della nostra passeggiata, sono sotto giuramento e non potranno mai raccontare quali pensieri fantastici sono nati dalle nostre menti in questa notte metafisica....



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