Nato Sette Volte, il nuovo romanzo di Tito Faraci (ambientato al MI AMI)

Illustrazione di Alessandro Baronciani - Illustrazione di Alessandro Baronciani -
09/12/2014 di

È uscito il 19 novembre per Indiana (collana Tracce) "Nato sette volte", il nuovo libro di Tito Faraci, tra i più importanti sceneggiatori italiani di fumetti. Racconta la storia di una oscura band degli anni '80 e l'epilogo si svolge al MI AMI. Abbiamo parlato con Tito Faraci, che ci ha anche regalato un estratto del romanzo.

 

Riassumendo in due righe, quella di “Nato sette volte” è la storia di un gruppo di nessun successo - i Litania - e della sempreverde teoria secondo la quale sono nati più gruppi per motivi di rimorchio che per motivi artistici. Confermi?
Be', in effetti è il tema conduttore della parte del libro ambientata negli anni Ottanta. Poi c'è quella che si svolge oggi, dove si racconta dell'ex tastierista dei Litania, diventato uno sceneggiatore di fumetti (guarda caso), che decide di punto in bianco di rimettere assieme il gruppo, per farci un solo concerto. A ogni modo, alla "sempreverde teoria" ci abbiamo creduto tutti. Ma ho una brutta notizia, ragazzi, nel caso non lo abbiate già scoperto da soli: funziona solamente per i cantanti, e non sempre. Riguardo ai Litania, una precisazione fondamentale: è esistita davvero una band con quel nome, in cui suonavo le tastiere. Ma quei Litania erano diversi da quelli che ho inventato in "Nato sette volte". Erano migliori, in particolare come persone.  

Tu e Matteo B. Bianchi (curatore della collana "Tracce" per Indiana) avete realizzato una fanzine chiamata Anestesia Totale, a cui Matteo ha dedicato il libro “Sotto Anestesia” e a cui tu hai dedicato molte pagine di “Nato sette volte”. È stata così formativa come esperienza? Qual è la cosa che più ti è rimasta dentro? È qualcosa di ripetibile oggi con un blog?
Premetto che "Nato sette volte" nasce dalla grande amicizia che mi lega a Matteo. Lui ha raccontato la storia vera di Anestesia totale. Io l'ho reinventata, scomponendola e ricomponendola a fini narrativi. A ogni modo, fare quella fanzine assieme, da ragazzii, ha cambiato le nostre esistenze per sempre. È stato un punto di partenza che ci ha portati, oggi, a essere ciò che siamo. Ad avere vite in cui qualcuno ci paga per fare qualcosa che pagheremmo per fare. Con pochi mezzi, scroccando fotocopie e duplicazioni di cassette, siamo riusciti a creare qualcosa che, a distanza di quasi trent'anni, ancora qualcuno ricorda. Eravamo sfacciati, irresponsabili ed eroici, non necessariamente in questo ordine. Abbiamo imparato a tuffarci prima di imparare a nuotare. Oggi è più facile, per un ragazzo, aprire un blog o fondare una webzine. E questo è un bene. Il male può essere soltanto una maggiore difficoltà a fare sentire la propria voce, in mezzo a una miriade di altre.  


Foto di Rossella Rasulo

Il finale del libro è ambientato al MI AMI, perché questa scelta?
Perché ai fini della narrazione era il posto perfetto. Se oggi una band italiana indipendente dovesse scegliere dove fare un solo concerto, quello sarebbe il festival. E poi l'ho frequentato io stesso. Quando scrivi di qualcosa che conosci di persona, hai una marcia in più. Già che ci sono, ringrazio anche qui Massimo "Dietnam" Fiorio, che mi ha spiegato come funziona il MI AMI dietro alle quinte.

Seppur per un brevissimo periodo, hai vissuto da organizzatore la scena musicale di trent’anni fa: qual è la differenza più grossa che vedi rispetto a oggi?
Difficile rispondere, perché non so bene come funzioni oggi. Di sicuro, negli anni Ottanta giravano più soldi. Perfino i Litania tiravano su qualche lira, per pagarsi vizi e strumentazione. Allo stesso tempo, però, per una band di un certo successo (non i Litania, quindi) fare tanti concerti era meno vitale, rispetto ad adesso. Perché all'epoca si vendevano ancora tanti dischi. 

Se dovessi indicare un equivalente dei Litania realmente esistito, che nome faresti?
Strano, a pensarci. In quel periodo c'erano un mucchio di gruppi che si rifacevano ai Litfiba di "Desaparecido" e "17 Re". Eppure non riesco a ricordarmi i nomi. Non hanno lasciato nulla di memorabile, evidentemente. La band più simile ai Litania di "Nato sette volte" sono stati... i veri Litania.

Tratto da "Nato Sette Volte" di Tito Faraci (Indiana Editore)

Per quello che Luca riesce a ricordare, fuori faceva un freddo rabbioso, con tanto di nebbia ad allungarsi fra le vie di Pavia.
«Non verrà nessuno» aveva borbottato per tutto il giorno e anche, contro l’evidenza, quando la gente aveva cominciato ad arrivare nel locale con un’ora di anticipo, mentre i Litania facevano quello che, a tirarsela un po’, avrebbero definito il soundcheck. L’impianto voce riusciva a malapena a supportare il microfono di Alex e il synth di Luca (un DX7 comprato usato, a rate: una mazzetta di bollettini postali da pagare, lasciata ai genitori). Per chitarra e basso, sarebbero bastati gli amplificatori. E la batteria, al solito, doveva bastare a se stessa. Addirittura, trattenersi un po’. Come essere in sala prove. Con la differenza che qualcuno – secondo Luca, nessuno – avrebbe sganciato cinquemila lire per bere una birra e ascoltare il secondo concerto dei Litania. O forse era il terzo? E come si chiamava il locale? Insomnia, forse.
Certo, Luca ricorda ancora bene lo stupore e la gioia nel vedere il pubblico crescere, riempire tutti i posti ai tavoli e poi accalcarsi in fondo. A volte è bello ammettere di avere avuto torto.
I Litania finirono alla svelta il soundcheck, se proprio vogliamo chiamarlo così, perché la faccenda si stava facendo imbarazzante. Qualcuno pensava che fosse già il concerto e applaudiva pure agli un, due, tre… prova. Non che i testi dei Litania avessero significati molto più profondi.
Luca osservò tutta quella folla. Molti amici, abituali frequentatori della sala prove. Ma anche e soprattutto gente sconosciuta, almeno per lui.
Gente di Pavia, città che lo aveva appena accolto regalandogli una nuova vita. La prima veramente sua. E qui e là tipiche facce da studenti fuori sede, che Luca ormai sapeva identificare al volo. Lui stesso era uno di loro, anche se si considerava diverso. Portatore di una spavalda diversità fatta di vestiti neri e capelli tirati su con il sapone. Una diversità contraddittoria, che gli permetteva di sentirsi uguale in mezzo ai diversi.
Matteo non era così. Non c’era nulla di esteriore nella sua diversità, di cui all’epoca Luca non aveva ancora afferrato i contorni. Ne aveva soltanto un sospetto timoroso, inespresso anche a se stesso. Qualcosa di troppo grosso per un ragazzo che già considerava il trasferimento a Pavia come una fuga dalla provincia. Qualunque punto dell’universo come lo conosciamo sarebbe parso a Luca meno provinciale di Gallarate. Non aveva ancora capito che la provincia è qualcosa che bisognerebbe fare uscire da sé, e non viceversa, con le stesse possibilità di successo di un trapianto integrale di scheletro.
Matteo quella sera non sarebbe venuto. Il giorno dopo, avrebbe raccontato a Luca di avere avuto un impegno. E avrebbe esultato sentendo che il concerto era stato un trionfo.
Quella sera, però, Luca non soffrì per l’assenza di Matteo. Prima pensò che fosse soltanto in ritardo, poi non ci fece più caso. Era troppo incantato da quell’inatteso pienone.
«Però! Ne avete di parenti stretti…» fece Luca al resto del gruppo.
«C’è solo un mio cugino» protestò Stefano, che sapeva comprendere l’ironia quanto una lingua parecchio morta.
«Te lo avevo detto che avremmo riempito il posto» intervenne il Cele (con l’articolo determinativo d’obbligo). «A Pavia non succede mai un cazzo. Noi siamo una novità. E poi i manifestini che avete fatto tu e Matteo…»
I Litania si erano radunati al banco del bar. Cercavano di assumere pose da rocker maledetti, mentre bevevano il secondo giro di birre gratis.
Luca tornò a una riflessione di alcuni giorni prima. Una band è come un team di supereroi dei fumetti della Corno, su cui si era formato un grosso pezzo del suo immaginario. C’è il leader bello e carismatico, che di solito è il cantante. E infatti, nei Litania, Alex era perfetto per la parte. Poi c’è il braccio destro, silenzioso e affidabile, qual era tutto sommato il chitarrista Stefano (il meno dark del gruppo, con un’imperdonabile venerazione per Eddie Van Halen di cui risentivano gli assoli). Rudy era quello simpatico e alla mano, tipo la Torcia Umana dei Fantastici Quattro. Al Cele, come a ogni batterista dal primo tamburo suonato in una foresta preistorica, toccava il ruolo della bestia. Che non si meritava del tutto, perché sotto sotto era un tipo sensibile e romantico, per quanto mangiasse e bevesse come se ogni pasto fosse l’ultimo.
E lui, Luca? Quale posto gli era rimasto? Guardò la propria immagine rifessa nello specchio dietro al bancone. Se la risposta era lì, non gli piaceva. Ora ha un ricordo, spietato nella sua nitidezza, di quanto si sentì ridicolo conciato in quel modo. O, più precisamente, quanto ebbe paura di scoprirsi ridicolo. Di guardarsi con gli occhi di un padre.
«Eccola, è arrivata» gli disse in quel momento Alex.
«Chi è arrivata?» chiese Luca, grato al cantante che lo aveva salvato da quei pensieri.
Alex gli indicò il fondo della sala. «Ti ho parlato di Giada, no?»
«No, non me ne hai parlato» disse Luca, guardandola. Vedendo lei, per la prima volta. «E, se me ne hai parlato, significa che non avevo capito.»
«Be’, ti piacerà» disse Alex.
Luca lo contraddisse di nuovo: «Ti sbagli. Mi piace già».
Portava un cappottino nero che le si stringeva addosso come un abbraccio. Il rossetto esaltava il pallore lunare del volto. Riccioli neri spuntavano da sotto un colbacco che sarebbe stato buffo in testa a un’altra. Cercava qualcuno o qualcosa, con gli occhi. Trovò Luca. Andò verso di lui come un’onda.
«Lei è Giada… lui è Luca, il nostro tastierista» li presentò Alex.
«Ci provo» fece Luca.
Giada ammiccò: «Con me?».
«No, con le tastiere.»
«Peccato.»
Chissà se tutto questo è un ricordo autentico, si chiede ora, o una sceneggiatura mentale che si è perfezionata nel tempo. Una storia raccontata a se stesso così tante volte da convincersi che il primo incontro con Giada sia andato davvero in quel modo. Con tutte le battute giuste al posto giusto. Con quel gioco di primi piani, a montaggio alternato.
A farlo dubitare è la constatazione che, oltre lo sguardo di lei, nel ricordo c’è anche il suo. Come se il punto di vista fosse quello di un osservatore esterno. Di un narratore. Ma ogni storia, se la racconti, devi inventarla. La questione non è se, ma soltanto quanto.
Sarebbe bello aggiungere che alla fine del concerto Luca si portò a casa Giada e fecero del grandissimo sesso. Non andò così, però, anche se è quello che Luca raccontò il giorno dopo, badando a memorizzare bene i particolari per non rischiare di contraddirsi quando avrebbe ripetuto la storia.
In realtà, lui e Giada fecero un pezzo di strada assieme e, prima di salutarsi, si baciarono soltanto. Ma questo accadde dopo. Prima ci fu il glorioso concerto dei Litania. Tutto il loro repertorio di una decina di brani, alcuni dei quali ripetuti nel bis, più una cover di Bela Lugosi’s Dead dei Bauhaus, con Alex che si chinava verso il pubblico sbattendo le braccia come le ali di un pipistrello. «Si vede che prima era un bianco cavallo» aveva bisbigliato Luca rivolto a Rudy, che era scoppiato a ridere perdendo il tempo. Ma nessuno se n’era accorto nel pubblico. Né di quell’errore né di tutti gli altri, in immortali canzoni di cui adesso Luca fatica a ricordare i titoli per intero: Bianchi cavalli (forse con l’aggiunta di “alati”), Presenze (presumibilmente “oscure”), It’s a Rainy Day (di cui si è già detto) e la controversa Notti insonne, così come l'aveva annunciata Alex.
Già, quella canzone. In seguito, il cantante non si diede per vinto all’idea che il plurale di “insonne” fosse “insonni”, nemmeno quando Luca arrivò in sala prove armato di Devoto Oli. In teoria il titolo fu corretto, con quattro voti a favore e uno contro. Ma a ognuno dei successivi concerti, escluso quello al Rolling Stone, Alex cantò la canzone sostituendo quell’ultima vocale con un verso vago e sfumato, comunque più vicino a una “e” che a una “i”. Il grosso problema di quel testo, però, non era che non si capiva bene una parola, ma che si capivano tutte le altre.
Ma in quel secondo concerto ogni canzone sembrò meravigliosa, potente, importante: meglio di tanta roba che si sente in giro. Luca si ritrovò addirittura a suonare con tre dita: per i suoi parametri, un’allarmante svolta prog-rock. E a un certo punto, guardando gli altri e immaginando se stesso, Luca pensò che i Litania erano, sì, erano belli. Perché chi è felice, mentre sta facendo la cosa che gli piace, diventa anche bello. E così doveva vederlo anche Giada, che assisteva al concerto appoggiata al banco del bar, a fianco della bassa pedana che faceva da palco. Da quella posizione, lei poteva osservare bene Luca, mentre lui per guardarla doveva girarsi apposta di lato. Ma non per questo si era esentato dal farlo, anzi. E lo fece anche adesso, cercando riflesso e conferma della propria bellezza negli occhi di lei. Cercando ammirazione.
Il concerto finì solo quando il proprietario del locale lasciò intendere ai Litania che l’orario concordato era passato da un pezzo, staccando la presa dell’impianto.
Stordito da applausi e adrenalina, Luca scartò verso il bar per stordirsi anche di birra. E per Giada, per starle di nuovo vicino. «Allora, ti siamo piaciuti?» le chiese. Alle orecchie di Giada dovette suonare come un plurale maiestatis, considerata la risposta che diede a Luca, bisbigliandogli fra i capelli insaponati.
Qual è la differenza fra sogni e ricordi? Domanda su cui devono essersi incagliate torme di filosofi, senza riuscire a vedere il vantaggio di non trovare una risposta. Perché uno dovrebbe essere artefice del proprio futuro, quando è così comodo inventarsi un passato?

Copyright Indiana Editore 

Tag: libro

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