Cronache da un negozio di dischi: il bilancio di fine anno, da Frank Ocean ad Alan Sorrenti

Frank Ocean, foto via dailydot.com - Frank OceanFrank Ocean, foto via dailydot.com - Frank Ocean
05/01/2017 di Alessio Cruschelli - Slow Records

Il Bilancio, immancabile.
Oddio, preferisco il concetto di flusso continuo piuttosto che guardarmi indietro, ma è necessario per proiettarsi nell’anno successivo con le idee più chiare e cercare di averne qualcuna in più, che non bastano mai. È semplice: con Dicembre si raccoglie quel che si è seminato durante l’anno, cicala e formica, si cade sempre lì. La parte economica è diretta conseguenza del sangue che hai sputato durante i 12 mesi, ed è quindi necessario gestire in maniera analitica anche il periodo più florido. Ci sono ancora migliaia di dischi meravigliosi là fuori da scovare.

Lo so, molti di voi sono abbattuti, abbiamo alle spalle tanta morte, necrologi amorevoli e funerali solenni (you will be missed guys), ma davanti ancora la certezza che l’umana creatività e aspirazione al bello siano inarrestabili. E troveremo così nuove icone da amare, nuove canzoni con cui commuoverci e scopare, nuove correnti e stili da accogliere o rifuggere, e continueremo a sorprenderci di come non riusciremo mai ad abituarci a tutto questo e forse, non contenti, ci malediremo.

("Views", Drake)

Detto questo, una ragazzina si è presa "Views" di Drake e "Untitled Unmastered" di Kendrick Lamar. È un ottimo segnale, viene naturale pensare che anche molti colleghi non attendessero altro: i nuovi lavori di due artisti ascesi in era post digitale e facilmente reperibili in mp3, acquistati in formato vinilico ad inizio collecta da una sedicenne. Dai dischi dei genitori a una scelta molto personale, che riflette il nostro tempo e il cambio dei riferimenti socioculturali che determinano l’identità di una generazione.

Conosciamo tutti la frontcover di "Rubber Soul". Il desiderio di possederlo in vinile, formato in cui si è diffuso in tutto il mondo e con cui ha costruito il proprio mito, è naturale, una diretta conseguenza del nostro retaggio. Drake e Kendrick Lamar appartengono invece ai 2.0 cresciuti senza giradischi, con musica ovunque, ma intangibile. C’è di che essere allegri. Tra le richieste di questa signorina dall’orecchio attento c’era anche "Blonde" di Frank Ocean, quello che per me è il disco dell’anno, se consideriamo "Awaken! My love" di Gambino il primo grande album del 2017, essendo uscito a fine dicembre. Avrei voluto stringerle la mano e partire con il consueto pippone ma è stata salvata dalle amiche.




Frank Ocean, tanta roba. È un uomo e un artista di spessore generazionale, 28enne gay di colore da Long Beach, considerando l’approccio spesso omofobo e sessista che storicamente appartiene a certa black music destinata alle classifiche, e analizzando il rivoluzionario stile minimalista che splende per sottrazione e senso di spazio, una patch regalmente asettica, che suscita nell’ascoltatore malinconia e desolazione. Imprimere alla soul music queste caratteristiche è da fuoriclasse, e probabilmente solo con l’ultimo Marvin Gaye (drum machine e tonnellate di sofferenza) riusciamo ad avere un riferimento.
"Nikes", "Pink + White" con Pharell al bancone, "Solo", "Self Control", "Endless": siamo di fronte a un'epifania che è destinata a cambiare profondamente il suono e le traiettorie di molta della musica che conosciamo, processo inziato con la comparsa del venerabile James Blake, avvistato lo scorso febbraio con "The colour in anything", e diffuso anche a un pubblico indie rock (che pare apprezzare) dal buon Bon Iver con "22a million", per cui molti hanno gridato al miracolo. Nì, io sto con "For Emma". Sia Blake che Justin Vernon hanno partecipato alle session di "Blonde". Li immagino appesi in una camera iperbarica a smanettare, con una luce bianchissima. Tutto ok ragazzi, ma andiamoci piano con pitch e vocoder, in generale.
Si dica lo stesso di "Blackstar", ultimo Bowie. Il testamento del Duca Bianco racchiude l’essenza dell’artista visionario che abbiamo conosciuto, mai banale e sempre in estremo contatto con lo spirito del proprio tempo, tanto da precederlo o assecondarlo con assoluta maestria ed eleganza. IDM, ballate acustiche, jazz, blues e noise, a 70 anni suonati, sul punto di morire, con altri nonni, seppur irresistibili, a sfornare album dimenticabili per pagarsi il panfilo con le puttane. Nient’altro da aggiungere.



C’è poi la questione Anderson Paak. Neo soul/funk elettronico condito di hip hop, il tutto finemente coeso attraverso una band di quattro elementi. Non fosse per la componente sociale del nostro "Blonde", "Malibù" sarebbe il disco dell’anno. Paak, la cui lista di skillz farebbe impallidire anche Prince, ha fatto un botto così fragoroso da essere in pratica ovunque, facendo bene ovunque. Prezzemolino rinascimentale, ha avuto il tempo di coprodurre "Compton" di Dre e uscire in coppia con il vate Knxwledge nel progetto NxWorries, su Stones Throw. Attenti a quei due, ma adesso calmati Paak altrimenti finisci le cartucce.

Sarebbe però riduttivo parlare di sola musica timbrata 2016, tra le mani è passato gran bel materiale. "Big inner" di Matthew E. White, ad esempio, è due anni che invade le mie giornate con i suoi arrangiamenti dolce vita luccicanti. Tra i nuovi interpreti che si misurano con il concetto di songwriting classico è attualmente tra i migliori in circolazione.



Inatteso l’arrivo di Claudio Rocchi "Volo Magico n. 1", in una sontuosa original press su Ariston, 1971. È un incredibile flusso prog-folk-hard rock, tra dodici corde acustiche, mellotron, cori, organi e pianoforti. Tra i turnisti c'è anche Alberto Camerini capellone e semi irriconoscibile. Fetish come Alan Sorrenti ("Come un vecchio incensiere..."), nientemeno che su Harvest. Presente "Figli delle stelle"? Dimenticatela. Nel '73 l’amico sperimentava con sintetizzatori e suite da 23 minuti. Ancora prog, esatto.
"Songs of faith and devotion live", su Mute, splendida UK press del 1993 dei Depeche Mode. Sì, è quel Devotional Tour che solo a nominarlo incute timore: due anni in giro per il mondo con il megastage di straordinario rigore e minimalismo architettonico, strutturato su due livelli, pensato e disegnato da Anton Corbjin. Di fatto è un mezzo suicido per Gahan, sotterrato dall'eroina, e per la band, che alla fine si ritrova senza Alan Wilder, il musicista di maggior talento tra i quattro, scappato come un ladro. Ma di fatto è anche la testimonianza di una band in stato di grazia, al massimo della sua potenza e capacità espressiva. Beware: costa un cenone di Capodanno per 4.



I Talk Talk. Adoro i Talk Talk. Avrebbero potuto essere come quegli ensamble '80 da calci nei coglioni stile Toto: tecnica da infarto al servizio di una struttura pop innocua, zuccherosa, per babbi sorridenti con il mullet. Avrebbero portato a casa il risultato facilmente, e già con "Such a shame" c'erano riusciti. Poi però hanno deciso di essere se stessi e destrutturare il pop-rock contemporaneo come nessuno prima di loro. Da "Colour of Spring" in poi ogni album è da avere senza se, così come quelli solisti di Mark Hollis. Dalla genesi del post rock alle glitter ball.

Rick James era un uomo dal carattere impossibile, un freak e un tossico, leggenda dei club americani. Ma anche un musicista dal grande talento, troppo spesso sottovalutato. "Garden of Love" è un disco fantastico, che vien via con tre palanche, ed è quindi un acquisto intelligente tra aperture sinfoniche alla Bobbi Humphries e il funk patinato di casa Madlib. Sì, è passato anche il "Beat Konducta". Da Oxnard, area metropolitana di Los Angeles, fino in India, alla ricerca dell'ultimo sample, ma come Babbo Natale è riuscito a farci visita. Con lui il fido Freddie Gibbs e Pinata, semplicemente il concept di classic hip hop più credibile degli ultimi due lustri. Un giovane professore di letteratura e storia afroamericana, nel 2040, in una piccola università pubblica del sud degli Stati Uniti, terrà una lezione sulla Ghetto Poetry degli anni 10, no welfare e poliziotti che ti accoppano perché porti una felpa col cappuccio nel tuo quartiere, come Trayvon Martin, e analizzerà "Broken", una delle gemme, con i suoi studenti.



Il contatto con Anthony & The Johnson ("I'm a bird now"), è stato speciale. Questo album è talmente delicato che è fatto di cristallo, talmente personale che è scritto col sangue, talmente bello che è uno dei dischi essenziali degli anni. La storia la sappiamo: Lou Reed che bazzica i fondali del Greenwich e una notte si ritrova davanti questa Drag dal talento multicolore. Mi sono occupato per un certo periodo della storia di personaggi minori del grande jazz, musicisti fenomenali offuscati dalla scarsa visibilità e dalla cattiva percezione del loro strumento. Ne prendo due in un solo colpo e penso a Cal Tjader, vibrafonista di St. Louis, e Airto, percussionista, da Italopolis, Brasile. Insieme diedero alla luce un album, "Amazonas", di Afro-Cuban-jazz -fusion semplicemente delizioso.
Dal latin flava al frac con Francesco Tristano, compositore e pianista classico lussemburghese classe '81, dal talento sopraffino. "Not for piano" è il suo esordio, 2007, su Infinè, ed è il laboratorio in cui tutte le suggestioni stilistiche accumulate in anni di studio prendono forma. I ricami jazz, il lirismo classico in piano solo e le reinterpretazioni di classici della musica elettronica contemporanea, tra Autechre, Jeff Mills, Strings of life rendono il tutto vergognosamente imperdibile.
Ancora in stock, riecheggia ciclicamente una copia di "Remedios" di Gabriella Ferri, mi ha colpito al cuore con la sua grandezza distante, malinconica, misteriosa e inimitabile. Uscito pochi giorni fa, sicuramente un regalo galante: ottima scelta, avrei fatto lo stesso. 

Tag: classifica vinili storie negozio dischi

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