Nico Arezzo arriva quando deve arrivare

Si chiama "Non c'è fretta" il secondo disco del cantautore siciliano, che fin dal titolo serve come promemoria a non farsi soffocare dalle incombenze a raffica della vita. In attesa di vederlo germogliare anche dal vivo, l'abbiamo intervistato

Nico Arezzo - foto stampa
Nico Arezzo - foto stampa

Ci sono alcuni dischi che parlano di tempo perché arrivano nel momento giusto. Non è scontato, ma alle volte accade. Non c’è fretta di Nico Arezzo è uno di quelli: un album che prova a rallentare mentre tutto intorno accelera, sapendo benissimo quanto sia difficile farlo davvero. E forse non è neppure importante lo si faccia sul serio. Non è un album-manifesto, non è una posa generazionale. Piuttosto ci troviamo di fronte ad una presa di coscienza, detta a bassa voce, mentre il mondo continua a correre.

"Viviamo tutti nella velocità", racconta Arezzo. "Anche quando nessuno ci chiede di correre, ci accorgiamo che stiamo correndo lo stesso". Il titolo del disco nasce proprio così: non come una dichiarazione di coerenza, ma come un promemoria, un appunto lasciato a se stesso. Un consiglio che l’artista dà prima di tutto a sé. Perché Non c’è fretta è stato scritto dentro una rapidità infinita, tra scadenze, pressioni, urgenze continue. Il paradosso non è un difetto collaterale, ma una condizione strutturale del fare musica oggi.

Il nuovo album arriva dopo Non c’è mare, un esordio che aveva già messo al centro la distanza, un’idea di nostalgia peculiare e il tentativo di ridefinire il concetto stesso di casa. Due titoli che si parlano, che si rispondono come capitoli consecutivi di uno stesso percorso. Se prima il tema era l’assenza, ora è il tempo che serve per abitare davvero ciò che resta. "L’evoluzione artistica segue inevitabilmente quella personale", dice Arezzo. Cambiano i pensieri, cresce il progetto, si allarga il gruppo di lavoro (con anche un musicista in più sul palco) ma perdura un filo continuo che tiene insieme tutto: il modo di scrivere, di raccontarsi, di stare dentro le canzoni senza maschere.

Anche musicalmente Non c’è fretta è un disco più compatto e consapevole. Non una raccolta di brani accumulati nel tempo, ma un lavoro pensato come un corpo unico, dove i pezzi dialogano tra loro. C’è una ricerca sonora più profonda, più tempo speso sugli arrangiamenti, una volontà precisa di mettere in relazione tradizione e contemporaneità. Strumenti antichi che convivono con 808 e synth, suoni che guardano al passato ma parlano il linguaggio di oggi. È un disco che nasce già con l’idea del palco addosso.

Il live, infatti, non è una conseguenza. È il punto di partenza. "Nascono con il palco", dice Arezzo parlando delle sue canzoni. “La scrittura resta un momento necessario e solitario, intenso fino allo sfinimento, ma ha senso solo se porta a quella dimensione collettiva, almeno per me”. Il garage del batterista dove fare le prove con la band, gli amici che diventano famiglia, il pubblico che restituisce le canzoni trasformandole. Il disco come semina, il tour come raccolto. E i fiori si vedranno presto. 

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Dentro questo percorso c’è anche il rapporto sempre più naturale con il dialetto siciliano. Se inNon c’è mare era comparso quasi per gioco, come un esperimento isolato, oggi diventa una presenza più stabile e consapevole. Non più nostalgia, ma rifugio. Non più distanza, ma forza. "Quando ti tranquillizzi rispetto a quello che sei, non hai più bisogno di giustificarti", racconta. Il siciliano entra così nei brani come una lingua che accelera la scrittura, che rende il racconto più fluido, più istintivo, più vero. Una lingua che non ha bisogno di spiegazioni, perché parla prima di tutto a chi la usa. “Se penso e scrivo in siciliano penso e scrivo non solo più in fretta, ma anche più visceralmente. Una canzone deve nascere anche da questo”.

Le collaborazioni seguono la stessa logica di tutto il disco. Nessuna strategia, nessun calcolo. Solo relazioni reali. Artisti e artiste scelti perché amici, prima ancora che nomi musicali. Persone con cui condividere storie, punti di vista, spazi fisici. Andare a casa loro a scrivere, entrare nel loro comfort, lasciare che le canzoni prendano forma senza forzature. Un modo di lavorare che rifiuta l’idea del featuring come ornamento. O come strategia di marketing.

C’è poi uno sguardo lucido, spesso ironico, sul sistema musicale e sulle sue dinamiche. Senza proclami e senza retorica militante. Piuttosto canzoni, personaggi, situazioni che raccontano quello che molti artisti vivono ogni giorno. "Non è una battaglia frontale", spiega Arezzo. "È continuare a farlo, in modo indipendente, e far vedere che le cose possono crescere lo stesso". Un’ironia che funziona come atto politico biologico potremmo dire, come modo per restare dentro il sistema senza farsi inghiottire del tutto.

Non c’è fretta non si prefigura di dare lezioni. È un lavoro che accetta le contraddizioni, che le attraversa senza risolverle. In un’industria che chiede continuamente di arrivare, di esporsi, di accelerare e performare, Nico Arezzo sceglie di restare. Di restare dentro le canzoni, dentro i rapporti, dentro il tempo che serve. E di farlo, almeno per questa volta, senza fretta.

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L'articolo Nico Arezzo arriva quando deve arrivare di Mattia Nesto è apparso su Rockit.it il 2026-02-10 16:32:00

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