A night like this festival, Chiaverano (TO) Live report, 21/07/2012

Foto di Rossana Schirald - Foto di Rossana Schirald -
06/08/2012 di

Meritava andarci. Bella la  location (a due passi dal lago Sirio), ottimo il cast, più di un palco e, finalmente, band straniere (ché sembra che ormai nessuno le chiami più). Altro esempio di come in Italia si stia creando l'interesse per situazioni ben curate, dettaglio dopo dettaglio, e come non basti più mettere 6 gruppi in fila per chiamare festival una giornata di concerti. Non tutto è andato liscio e i margini di miglioramento sono ancora ampi,  ma l'A Night Like This rientra tra l'elenco di manifestazioni da tenere d'occhio per gli anni a venire. Fausto Murizzi ci racconta.

Una bella sfida quella che gli organizzatori di questo evento han deciso di affrontare: organizzare un festival di una sola giornata in un posto fino all'altroieri sconosciuto ai più e con una line-up che non è esattamente una garanzia a livello di riscontri numerici. Certo, se poi trovi un'amministrazione comunale lungimirante che ti ospita e mette a disposizione le sue strutture, hai già compiuto un bel passo avanti. In più, se coloro che si sono spinti fino a Chiaverano (un paesino sperduto nella zona del Canavese, ovvero la provincia più profonda che si possa immaginare, a due passi dal bellissimo lago Sirio) troveranno di fronte una location invidiabile dove si svolgeranno i concerti, viene quasi da pensare che forse forse un altro mondo è possibile. Insomma, lontani da qualsivoglia caos cittadino (il luogo più simile ad una città è la vicina Ivrea, a 15' di auto), appena giunti in the town la sensazione palpabile è di trovarsi completamente immersi nella natura, tanto che sembra quasi surreale pensare di assistere ad un concerto stesi su un bellissimo prato (quello del locale campo sportivo), scegliendo anche di rimirar le stelle nell'eventualità in cui si voglia prendere una pausa (notturna) dai concerti.

Concerti che iniziano alle 17 e si alterneranno su 3 palchi: quello dell'Esploratore (all'interno di una struttura di legno, chiusa su 3 lati), quello delle Colline (il palco principale) e quello del Quieto Vivere (praticamente un angolo ricavato sotto un gazebo). Da Milano arriviamo circa mezz'ora dopo l'inizio, quando ancora c'è il sole ma le nuvole, da lontano, minacciano pioggia (che comunque ci dicono aveva già fatto la sua comparsa appena aperta le porte, anche se molto lievemente). Persi quindi completamente i Somuch Akiss, sul palco dell'Esploratore troviamo gli Shivaracket, verdeniani quanto basta nello stile, anche se la cosa che gli riesce meglio è la cover di "Negative creep" dei Nirvana. Purtroppo, sia loro che gli altri gruppi, saranno penalizzati da un pessimo lavoro sui suoni: sarà lo spazio al chiuso, sarà l'inadeguatezza del fonico, ma da ascoltatore si percepisce solo un pastone indigesto. Tuttavia non desistiamo e rimaniamo nella struttura a seguire gli Starcontrol, ubriachissimi di new-wave ma ancora molto timidi e oggi lontanissimi dall'idea di poter pensare ad un sound personale: c'è qualche buona idea, però occorre andare oltre la fascinazione dei soliti nomi di quella scuola per ora mandata solo a memoria.

Giusto il tempo di traghettare verso il Palco delle Colline e The Remington aprono le danze. Il loro è un pop-rock classico, con sfumature più vicine agli standard USA, senza grandi sussulti. Sarà per i bassi volumi o, semplicemente, perchè non riescono a coinvolgermi, anche loro pescano il jolly solo in chiusura, quando propongono una cover dei Flaming Lips ("She Don't Use Jelly") in una versione più che accettabile. Di là, nel frattempo, sono già pronti i Pocket Chesnutt, il primo vero acuto della giornata; probabilmente, trattandosi di una band già rodata, riescono a superare, almeno in parte, i problemi legati ai suoni. Così, rispetto a quanto ascoltato in precedenza, la sensazione è completamente diversa: gran sound, con chitarre acustiche in primo piano e armonica a bocca. Siamo vicini agli standard del genere americana, ma è sorprendente vedere come il quartetto sia assolutamente a suo agio: c'è del mestiere, è evidente, ma anche tanta passione nella loro proposta. Sul Palco delle Colline, nel frattempo, vediamo prepararsi i Foxhound, inizialmente previsti nella struttura al coperto, e quindi promossi probabilmente a causa del forfait di The Piatcions. I quattro giovincelli non sembrano affatto preoccupati delle dimensioni del palco, quasi che ne cavalchino di simili oramai da anni; rispetto a quanto visto quest'anno al MI AMI e al WELCOME TO THE JINGLE, ormai sembrano super padroni della scena, al punto da permettersi una versione di "Bounce" dilatata nella parte centrale per non farci dimenticare, a noi che siamo di sotto, che loro son lì sopra per farci muovere almeno il piedino. Per il resto devono solo imparare a coinvolgere il pubblico con qualche trovata non necessariamente spettacolare, perché le canzoni ci sono e loro funzionano benissimo.

(L'orso, Edipo, Drink To Me)

Ci rifiondiamo di là a sentire le canzoni de L'Orso, incuriositi da ciò che scrisse il collega Sandro Giorello. Percepiamo subito il suono della tromba e del violino, che in questa formula fanno molto Belle & Sebastian. La gente gradisce e si prende bene, ascoltando attentamente ogni canzone, il cui tema ricorrente è la dimensione della vita di provincia. Piacevoli, questo sì, ma non abbastanza da seguirli con la giusta attenzione. Nel frattempo mi rendo conto di aver mancato in tutto e per tutto il Palco del Quieto Vivere, praticamente un gazebo in cui, vista l'amplificazione ridotta al minimo, saranno i suoni acustici il fulcro delle esibizioni. Mi riprometto di affacciarmi dopo cena, ma solo a fine serata mi accorgo che i buoni propositi non si sono mai realizzati. Infatti, quando iniziano The Telescopes è quasi buio e l'idea di perderli non mi sfiora neppure; la gente inizia ad accalcarsi anche sotto il palco, ma il prato è uno spazio decisamente troppo ampio per essere riempito. Sta di fatto che la formazione inglese fa proprio lo show che ti aspetti: per un'ora abbondante mischia psichedelia, shoegaze e feedback a volontà, come se non ci fosse un domani. Tutti contenti, ma quasi certamente di più i presenti che indossavano t-shirt celebrative di Stone Roses e My Bloody Valentine.

E fin qui tutto bene; peccato solo che, a cominciare dalla loro esibizione, le band dovranno affrontare il soundcheck - e non uno sbrigativo line-check! - prima di iniziare i rispettivi set. E a tutt'oggi rimane un mistero sul perchè tutto ciò non avvenisse durante l'alternanza dei live tra il palco principale e quello secondario. Sta di fatto che ci ributtiamo sul versante del Palco dell'Esploratore per sentire qualche pezzo di Edipo, più che altro per capirne la consistenza. Arriviamo in prossimità quando sta cantando "Idroscalo", il meta-pezzo sul MI AMI e rimaniamo nei paraggi fino alla fine, constatando che il cantautorato di Fausto Zanardelli è, al momento, un esperimento in divenire, in bilico tra suggestioni rap e canzoncine pop figlie di Babalot più che di Bugo. Finito questo live, accorriamo verso il prato, convinti che i Drink To Me siano quasi pronti; e invece ci tocca aspettare più di mezz'ora (!) di prove sui suoni, subendo praticamente il calvario più lungo della serata, per di più spezzando il ritmo quando ci si avviava verso il finale.

Ad ogni modo i 4 torinesi, visibilmente emozionati, ripagano la nostra attesa con uno show all'arrembaggio, che magari non rimarrà nella nostra memoria per la perfezione nell'esecuzione ma di certo lo ricorderemo per intensità. Suonare in questa cornice, e praticamente a due passi da casa, ai quattro sembra essere qualcosa di speciale; il pubblico comprende benissimo e risponde a dovere, soprattutto quando in scaletta è il momento di quei piccoli capolavori intitolati "Future days", "Picture days" e "Henry Miller". Persino i Summer Camp, a seguire in scaletta, ricorderanno più volte l'esibizione del quartetto, complimentandosi nel contempo, quasi increduli nel constatare che - nonostante si tratti di un prodotto 'made in Italy' - abbiamo anche noi delle proposte interessanti.

Purtroppo non sappiamo se il duo inglese abbia avuto modo di ascoltare anche coloro a cui spettava la chiusura della giornata sui rispettivi palchi. Avremmo infatti chiesto un parere su Be Forest e Aucan, entrambi superlativi (almeno per il sottoscritto): i primi per l'atmosfera che sono riusciti a creare, abili a rimodellare archetipi new-wave senza alcuna paura di suonare derivativi (sanno scrivere e interpretare canzoni con quel suono lì e oggi lo fanno splendidamente, scatenando brividi sulla schiena come pochi altri - cosa che non avrei mai immaginato), mente dei secondi rimane impressa nella mente la carica spettacolare nell'affrontare la scena, quasi proponendo una sfida a chi si trova davanti. E gli Aucan, saremmo ipocriti se lo negassimo, sono ormai - più che meritatamente! - delle superstar, con un suono impensabile fino a qualche anno fa. Oggi, più di ieri, non si tirano indietro ma picchiano come i dannati, al punto da trasformare persino "Blurred" in un incubo sonoro, senza lasciare margini di manovra a chi, lì sotto, ascolta inerme, quasi fossimo prigionieri in una delle scene clou di "Inception"

La degna chiusura di un festival che può solo crescere, migliorando alcuni aspetti a livello logistico-organizzativo (alcuni già evidenziati). Per  la prossima edizione confidiamo in una migliore risposta, quantitativamente parlando, del pubblico, sopratutto di quello milanese: arrivare fino a qui è facilissimo e lo splendido contesto naturale vi convincerà persino a ritornarci anche in situazioni diverse da quella festivaliera.

 

Pagine: Drink To Me Aucan Pocket Chestnut Be Forest Girless & The Orphan starcontrol Edipo le fric d'afrique L'Officina Della Camomilla Lavinia! L'orso lumen Foxhound The Remington croco

Commenti (2)

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  • Audrey83 08/08/2012 ore 13:42 @Audrey83

    Sarebbe anche più che accettabile scrivere il titolo corretto della cover dei Flaming Lips.

  • Faustiko Murizzi 08/08/2012 ore 15:32 @faustiko

    Hai ragione Audrey83! Era rimasto il titolo degli appunti... provvedo.

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