"È stato come un stupro". Sotto i portici del sagrato della Chiesa di San Francesco, a Schio, queste parole spezzano il silenzio. A pronunciarle è Giorgia Pietribiasi, aka Lamante (già annunciata nella lineup del prossimo MI AMI), che poi è anche il motivo per cui ci troviamo in quel profondo Veneto senza traffico - fatta eccezione per un memorabile camion con la copertina di Unknown Pleasures disegnata sul retro - dove il cielo è limpido. E in effetti, quel sole pomeridiano che illumina il porticato riporta a una calma irreale rispetto all'esperienza che abbiamo appena vissuto. Siamo lì, un gruppetto di neanche 10 persone, incapaci di rimettere in fila i pensieri dopo l'ascolto del nuovo album di Lamante, il secondo dopo l'esordio del 2024 In memoria di. E di cui è intanto è uscito un primo singolo, intitolato Un canto nuovo, che ben racchiude lo spirito del disco.
Non è imbarazzo, quanto uno shock. Lo è per Giorgia, che si trova per la prima volta a condividere il frutto del suo lavoro, ma lo è anche per noi lì a riceverlo, travolti dai flutti emotivi di una cantautrice che non fa trasparire alcun tipo di leggerezza nella propria musica, anzi, è proprio un processo per elaborare i traumi più violenti. E questo Giorgia lo mette in chiaro fin dal momento del nostro ingresso in chiesa, quando ci spiega che il motore del disco è un lutto che ha subito nei mesi precedenti.

"Questo però è un disco pieno di vita", spiega, prima di mettere play. E non può essere altrimenti: questa spinta vitale, quasi selvaggia, l'abbiamo ritrovata in Lamante fin dal primo giorno in cui l'abbiamo incontrata, con tutta l'impressione di avere di fronte qualcuno che lotta e sanguina per sopravvivere ogni giorno. Ed è forse per questo riconoscersi che siamo stati tra i pochissimi fortunati a cui è stato concesso di entrare in questo suo nuovo capitolo discografico prima degli altri.
All'arrivo a Schio, Giorgia ci accoglie quasi come una guida turistica. Ci mostra il Monumento al Tessitore, prima statua dedicata agli operai in Italia, sottolineando con ironia una della frasi incise alla base: "Eguali dinnanzi al telaio come dinnanzi a Dio". Ci porta poi all'osteria a pochi passi da lì, alle Due Spade, con una targa che ricorda il soggiorno nella locanda di Hemingway. "Lui ha detto che Schio è uno dei più bei posti della terra", dice fieramente Lamante. Per essere una che fino a due anni fa faceva fatica a trovare un posto da chiamare casa, dimostra un affetto non da poco per la propria terra.

È forse questo clima rilassato generale che mi fa abbassare decisamente la guardia prima dell'arrivo alla chiesa. Il posto stesso è incredibile: alla base della salita dove è posta la chiesa si trova una statua di Santa Bakhita, suora di origine africana che ha passato gran parte della propria vita a Schio, nell'atto di liberare un gruppo di schiavi. In cima, la chiesa di San Francesco svetta con un'aura inquietante, ammantata come da un luogo da horror vittoriano, più che da luogo di culto nella provincia vicentina.
Ad aggiungere un ulteriore tocco lugubre ci pensa un aneddoto raccontato Giorgia, che in questa chiesa ha passato diversi giorni a registrare e di cui ha le chiavi. Al suo interno c'è una sorta di centro polifunzionale, con tanto di vecchio chiostro abbandonato a se stesso e una serie di stanze di proprietà del comune, che ha permesso a Lamante e al suo staff di utilizzare per le session di registrazione del disco. Nel corridoio tra le camere c'è una macchia di un colore tra il rosso e il marrone. "Take se n'è voluto andare dopo averla vista, mi ha chiamato nel cuore della notte dicendo che fosse l'impronta insanguinata della mano di un bambino", racconta Giorgia.

Take è Taketo Gohara, il produttore del disco (e del precedente), e in effetti con noi non c'è. "Ci siamo fatti delle grandi litigate, sono volati diversi insulti", continua Giorgia. Non si fatica a immaginarlo: non tanto per una questione di carattere dei due, quanto per il contenuto del disco stesso. Quando ci si mette così a nudo, a squarciarsi il petto per entrare negli angoli più oscuri di noi stessi, è inevitabile che quella fragilità si traduca anche in un impeto di rabbia nel processo di verbalizzazione (o, in questo caso, traduzione in musica) per farla comprendere a qualcun altro.
Allo stesso tempo, la sinergia tra Taketo e Giorgia è uno dei motivi per cui questa cantautrice abbia già fatto passi enormi nella propria carriera con il primo disco. È lui ad aver deciso che l'album andasse registrato in un luogo sacro: "Siamo andati a vedere varie chiese che avessero per noi un significato importante. Questa chiesa è estremamente legata alla mia famiglia, dalla mia bisnonna in poi si andava a pregare qua". La particolarità della chiesa si nota subito: una delle due navate laterali non c'è, permettendo, come ci spiega Giorgia, un riverbero di circa 3 secondi, rispetto ai 6 delle chiese normali. Non sarà, quindi, un disco che suona come gli altri. L'organo, invece, era spesso suonato dal prozio di Lamante, morto qualche mese prima della nostra trasferta a Schio.
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Sin dal momento in cui la musica parte dall'altare della chiesa mi trovo a vivere un momento di profonda dissociazione, per una delle esperienze d'ascolto più strane - se non la più strana in assoluto - che mi siano mai capitate. Ed è qua che si presenta un problema (più vostro che mio, in realtà). Non posso entrare nel dettaglio del disco, che uscirà tra mesi, quindi gli "spoiler" arriverebbero con troppo anticipo, senza contare che quello che abbiamo ascoltato non è ancora la sua forma finale.
E, soprattutto, ascoltare quest'album all'interno del luogo in cui è nato, che a sua volta è simbolo di morte e resurrezione, è qualcosa di troppo potente e spiazzante per restituirne un racconto distaccato. In un contesto così le canzoni aprono voragini emotive, dove ogni singolo pensiero viene risucchiato. Le urla di Giorgia, strazianti, sono la reazione più animalesca e primitiva di fronte al dolore che vivere comporta inevitabilmente, fiamme gonfiate dai mantici di un arrangiamento che picchia e consola, che ferisce e cura, che scarnifica e accudisce le nostre anime sparpagliate nel mondo. O in chiesa, nel caso specifico.
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I versi del brano però non si abbandonano al lutto: sanguinano vita e sfidano la morte stessa, come fanno anche gli oggetti che ornano l'altare. Ci sono croci formate da fototessere, un elmo da soldato di trincea e un altro da cavaliere medievale, una serie di libri di autori che vanno da Pessoa a Yourcenar, pochi elementi come lascito per chi resta, invece di accompagnare il viaggio di chi se ne va. E, al contempo, messi lì per attraversare a testa bassa i corpi di chi è lì, seduto sulle panche di un luogo di culto, rapito dalle parole di chi sa che la vita è prima di ogni altra cosa un campo di battaglia.
Lo smarrimento che affligge tutti alla fine dell'ascolto è evidente. Ci vuole qualche minuto di decompressione perché ciascuno riesca a ritrovarsi del tutto dopo essersi perso nei propri pensieri. La più in sé sembra paradossalmente Giorgia, forse perché non si aspettava di vedere questo sconvolgimento generale. E certo che sono canzoni sue, che parlano della sua storia, di un privato che in qualche modo stiamo invadendo, ma sono anche frutto di un'elaborazione e di un lavoro così totalizzanti che poi è chi lo ascolta per la prima volta a trovarsi sovrastato. E che mi porto ancora dentro, senza più aver riascoltato il disco, con un riverbero ben più lungo di quei 3 secondi di una singola navata protesa verso l'esterno.
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L'articolo Il nuovo testamento di Lamante di Vittorio Comand è apparso su Rockit.it il 2026-01-22 14:10:00

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