Quattro band davvero hardcore di cui non privarvi mai più

P38, Golpe, Definite e Da4th. Stili e suoni diversi (dalla trap al death metal), la stessa attitudine, rabbia e fastidio. Vi raccontiamo quattro nuove potenti realtà discretamente incazzate: ascoltateli, o sarà peggio per voi

I Da4th al CBC Fest
I Da4th al CBC Fest

In principio era il Caos. Da quello nacquero prima la Notte, Erebo ed Eros. Soltanto dopo vennero il Giorno, l'aria tersa ed Etere, partoriti dal primo e secondo con lo zampino del terzo. In questo modo recita il testo pagano del saggio beota che sull'Elicona vide le muse, mica Dio, qualcosa come 2800 anni fa. L'origine del cosmo è quindi avvolta nel caos e nell'oscurità, e dalle tenebre viene quel che oggi chiamiamo richiamo ancestrale verso l'abisso cui il cuore umano non sa resistere.

Creatura forgiata da menti titaniche, con giusto un po' di luce a ravvivare o meglio animare il tutto, l'uomo per questo cammina sulla terra dondolandosi nell'incertezza: lasciarsi cadere o cercare in cielo qualche confortante segno di predestinazione? Per i romantici l'artista è colui che sente più intensamente lo scarto tra queste due antipodiche ma coincidenti disposizioni. Le scienze mediche parlerebbero di disturbi psicotici. Per Platone, invece, questo si chiama soltanto “fare arte”. Ed è proprio ciò che hanno dimostrato di sapere fare, anche se in modi diversi tra loro, quattro realtà che quasi certamente vi siete persi tra un regalo e una fetta di pandoro ma di cui ci sentiamo di farvi un recap per il futuro.

Con la P38, alla fine della fiera, si tratta ancora una volta di andare a cercare qualcosa che è (più o meno) recentemente scomparso. Miti pochissimo o per nulla documentati legati a quell'era pre-internet in cui esser fanatici costava un sacco di soldi soprattutto in francobolli, mail order, demotape e vinili che si sperava arrivassero intonsi. Si arriva con l'intenzione di fare da testimoni; di nutrire un'autenticità che forse, andando a ritroso, non è mai esistita. Ma è un'illusione che immaginiamo estremamente difficile da conquistare in una città qualunque, dove anche vivere in antitesi ha riti prestabiliti. Ci si muove di garage in garage, occhi bassi, luna storta, assai distanti dal Copertino-pop dei Negramaro e dal delirio alt-rap di Molfetta fin troppo facili da disprezzare o da emulare.

P38
P38

In questa romantica decostruzione e ricostruzione DIY, la gang della P38 si ritrova con la mente nella provincia bolognese di fine anni '80, dove almeno un migliaio di band sguazzavano (per la maggior parte) catalogabili e mediocri. Tutte meno una: i Disciplinatha. Lo scrivo e mi ripeto in continuazione che (assai probabile) Astore, Papà Dimitri, Jimmy Pentothal e Yung Stalin non sappiano di cosa sto parlando, e questo me li rende istantaneamente ancora più apprezzabili. La fine degli anni '80, del resto, sono stati anni del dubbio, esattamente come quelli che ci ospitano.

In uno stato di cose estremamente precario, tra muri che cadono e altri ideologici e contorti che si creano, governi ambigui oltre ogni lecito, un'intera classe politica che promette e non mantiene, nemici che non sembrano più tali e amici che si rivelano infine infimi e doppiogiochisti, rapporti umani oramai estremamente compromessi da falsità e invidia, fra la sfiducia, la rassegnazione che ora dominano e danno via libera a qualche demagogo che in nome di un orgoglio male inteso ricrea steccati e divisioni anche interne al medesimo gruppo sociale, la sensazione che si prova di più è l'incertezza.

 

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La voglia di uscire dal gregge è forte, ma la maggior parte delle vie di fuga sono vigilate dalla pandemia: così c'è chi si ubriaca ogni sera, chi si droga, chi si fa Onlyfans o gioca la parte dello scopatore seriale, chi esce a picchiarsi in gruppo, chi si veste in un certo modo, chi si tatua in faccia, credendosi ribelle ma candendo in realtà nell'ennesima trappola. Poi c'è chi mette su un gruppo. E proprio così, quando pensavate che la musica fosse solo “sesso, droga e trap'n'roll”, eccovi servito Nuove BR (Sudest Records, 2021) della P38. Anzi, al netto del citazionismo a volte anche troppo enciclopedico e altre troppo a grana grossa, un po' Carlo Lucarelli e un po' I Bellissimi a Mano Armata, l'impressione è che la musica della P38 non sia neanche l'aspetto principale, subordinata com'è alla cura dello stile con cui coordinare, redigere e infine lanciare strali di invettive, nello stile grafico e nei suoni, nel creare un insieme compatto a metà tra programmatico calcolo, improvvisazione e teatralità che, oggi come oggi, in Italia non ha eguali o comunque non si vedeva da almeno dieci o quindici anni.

 

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Okay, fanno perlopiù rap e trap, ma il “Collettivo Musicale Artistico Insurrezionale”, come loro si definiscono, potrebbero benissimo aprire un concerto dei Moscow Death Brigate senza che nessuno batta ciglio, perché entrambi sono sperimentatori sistematici delle forme sonore realmente devianti e alternative. La P38 può offendere, provocare, stupire, ammaliare o disgustare; come chiunque ricorra a un impatto violento oltremisura, fatto di beat che attingono al punk, alla musica industriale, ai vari campionamenti, scomponendo un'altra volta il trap-game per riassemblarlo a loro modo e in modo politico, accoppiando un'immagine che sfrutta e denuncia il malcontento dilagante quanto le contraddizioni della destra e della sinistra parlamentare, mutuandone provocatoriamente segni, forme e linguaggio dei loro più celebri antagonisti. Speriamo durino ed evolvano ancora.

Definite -
Definite -

Se distogliamo però per un momento lo sguardo dal baratro, per farlo planare verso l'orizzonte di una città cantiere e in lenta ma costante espansione, in una stanza, in cui la luce filtra obliqua dai lucernai, dormivano il sonno dei giusti i friulani Definite, da Gorizia. L'antidoto alla tristezza e alla istituzionalizzazione (alla Suicidal). Devoti seguaci dello “Skateboarding is not a crime” (tanto da averci montato su un intero videoclip diretto da Jaka “The Cat” Curlic con molte facce della JZA Crew, del Mostovna e del Gorizia Hardcore) i quattro ragazzi incarnano in sé tutto ciò che al non-artista la vita ha negato, nel bene e nel male.

Non c'è pietas ne Patria nel loro thrash-core zuccherosamente denso di skate-punk ma c'è profondo senso di ciurma e di fratellanza. Perfino il buon Dio sembra venir preso a pugni dalla carica di Giangi, il cantante. Che leggerezza! Grazie poi al gusto di Diego per le Dean Guitars, il suono viene catapultato nell'assolata California dei RKL, filtrata dalle distorsioni del povero Dimebag Darrell a cui siam tutti un po' semper fidelis. Un ultimo estratto e ultima traccia dell'ultimo Exist To Persist si chiama It's The End ed è un minuto e mezzo di musica fulminante che ti asfalta.

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Mentre mi accorgo che ci siamo persi per strada una doverosa disamina de Il Fuoco non si è Spento (Demons Run Amok, 2021) dei torinesi Bull Brigate,  forse uno dei dischi punk italiani più belli degli ultimi dieci anni, più in là sgambetta scoordinato Golpe da Milano. Non è di certo una novità affermare che negli anni '90 l'HC punk meneghino sia stato tra i principali della scena italiana. Una presenza certificata in Disconnection (Tsunami Edizioni), la (relativamente) recente panoramica proprio su quegli anni là, scritta da Giangiacomo De Stefano e Andrea Ferraris, dove la memoria può essere rinfrescata leggendo di Death Before Work, Bella Lì, Corrosione, You Suck!, Nervi, Thrash Brigade, FDM (Forse Domani Muori), Skruingners, eccetera.

Ecco, minimo comune denominatore di almeno due di queste realtà è stato Tadzio Pederzolli, punx a 360° (batterista, chitarrista, bassista e cantante di band che vanno dal Oi! al powerviolence) e chef antagonista (“Per me cucinare è una forma di attivismo” dice e la copertina sta lì a dimostrarlo) e poi sviluppata nei duemila con i Sempre Peggio, Holy e infine nel suo progetto a tutti gli effetti solista, appunto i Golpe. Visto che, come mi dice Tadzio, “Tra poco arriva ristampa Lp dopo il sold-out di maggio poco dopo l’uscita!” forse è il caso di un ripasso. Già il titolo, La Colpa  è Solo Tua (Sorry State, 2021), incarna lo “spirito” del progetto, talvolta un po' ingenuo ma assai più spesso tagliente, lucido e non privo di una genialità di stampo vagamente situazionista, sfruttando l'assonanza con il Confiteor (“per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa”), ancora una volta ribadisce la critica feroce al cristianesimo considerato uno strumento repressivo e di controllo.

 

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Tutto in Golpe è pura militanza: due demotape usciti solo in cassetta, la copertina rosso-nera dall'immediata connotazione politica e che comunica l'idea di una autoproduzione orgogliosa e intransigente, l'anticapitalismo feroce e aggressivo, la dura disamina sociale e la lotta a fianco degli ultimi, dei lavoratori e degli animalisti. Queste le basi sulle quali Tadzio, punx da slalom gigante suburbano, tra anarchismo e antagonismo, rumorismo para-industriale e slogan da corteo di protesta, riesce a trovar un punto di equilibro. Voi intanto andate sul Bandcamp e non fatevi cogliere impreparati.

 

Golpe
Golpe

Più in là riusciamo a intravedere nel bagliore qualcosa di divino, dei biondi boccoli d'angelo e l'impressione che da lassù qualcuno ci guardi. Per par condicio, questa volta partiamo dalla Luce. Si scrive Da4th e esistono dal 2008, sono della combriccola CBC Records di Caserta e alla lunga distanza se ne sono usciti con la seconda parte dell'Ep God Bless Evil (CBC, 2019). La veste grafica (palesemente) ispirata ai Guns n' Roses di Use Your Illusion I & II (con la Creazione di Adamo di Michelangelo invece del dettaglio della Scuola di Atene di Raffaello) mi riporta alla mente Reiventing Axl Rose dei primi adorati Against Me! ma, premuto il tasto play, né  gli uni né tanto meno gli altri, i Da4th alla fin fine sono simili a loro stessi. Davvero difficile capire come non possa piacere questo quartetto, a meno che non si sia completamente allergici ai generi più irruenti ed energici del rock, come il punk, il metal, l'hardcore.

Difficile sottrarsi al crossover di questi casertani (che si uniscono ai conterranei Fulci, autori dell'enorme Exhumed Information nel luglio scorso, e dei redivivi Face The Enemy nella dirompente quanto eclatante title-track): i riff di chitarra sono stracolmi di adrenalina, i giri di basso sodi come il culo di un personal trainer, la batteria a mitraglia, la voce una sentenza. Le canzoni non sono unicamente canzoni, sono fino dai titoli inni, attacchi, incitazioni e proclami tesi e in battaglia che sembra non durino più di due minuti e mezzo, fatta eccezione per la conclusiva Open Wounds, più strutturata e metal ma lo stesso attanagliante.

 

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Rispetto al punto di vista strettamente musicale dei tre la proposta dei Da4th è forse quella che, seppure statica e adagiata su modelli presi a campione, si sforza di essere innovativa il giusto, risultando altresì importante al di là del risultato complessivo perché riporta la musica a un mash-up di stili e linguaggi (ampiamente intesi e che molto devono alla rap-culture, nonostante i vari  simpatici riferimenti alle grafiche metal che vanno dai Death ai Dismember) che ultimamente si va purtroppo sempre più spesso semplificando e appiattendo. So, onore al merito. E in tutto quanto questo se ha vinto Luce o Caos ora decidetelo voi stessi.

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L'articolo Quattro band davvero hardcore di cui non privarvi mai più di giorgiomoltisanti è apparso su Rockit.it il 2022-01-12 10:34:00

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