The Bluebeaters - Palamartino (Ex Gil) - Bari Live report, 18/11/2005

17/12/2005 di



Mezza sera. Finisco il mio modesto programma in radio, soddisfatto e sazio come ogni buon dj radiofonico fiero di esserlo. Avrei dovuto calcare quasi 50 chilometri di asfalto per poter arrivare al concerto dei Bluebeaters. Venerdi 18 novembre. Mi concedo anche un salto a casa, nonostante il lieve ritardo, saluto Lady, il mio cane, mangio qualcosa in fretta come quando si ammassano gli antipasti di un buffet “fai da te”. Dopo due minuti sono già verso Bari. Nella mia piccola e disagiata macchina. Solo. Lì avrei incontrato degli amici, ma al concerto ci arrivo da solo. Mi infastidisce l’idea di dover giustificare con lo sguardo, alle persone che mi avrebbero visto entrare in solitudine, che degli amici ce li ho, son dentro, non in carcere, dentro il teatro.

Arrivo con molta facilità all’Ex Gil, ci ero già stato a vedere i Kings of Convenience. Entro, fila da solo, birra da solo, incontro e saluto gli amici di Bass Culture che hanno organizzato il concerto, riconosco anche dei conoscenti, ma ormai son così preso dalla seducente sensazione di poter “degustare” un concerto in piena solitudine che non mi sforzo più di tanto nella difficoltosa ricerca e mi apparto nel punto opposto al palcoscenico. Di fronte.

Giuliano non è sul palco, i Bluebeaters si. E’ davvero un ‘king’, il sig. Palma. I miei occhi seguono i tasti del mixer centrale, posizione che consiglio a tutti per un buon ascolto di un live. Mi convinco che oltre alla band sul palco, c’è sempre un musicista in più in ogni concerto e cioè il “mago dei canali del mixer”. Una professione che potrebbe benissimo rientrare nella sezione “maghi”, ma di quelli che fanno musica. Presentano il “King” che arriva accelerato, vestito interamente di nero, con occhiali estivi scuri. I Bluebeaters sono un ibrido di Casino Royale, Africa Unite con un pizzico di Reggae National Tickets. Il concerto inizia, e io piacevolmente solo a contatto con il suono ska che in un secondo si diffonde nell’aria e con gli occhi attratti dal logo dei Bluebeaters che riprende esplicitamente la linea grafica delle cartine Rizzla blu.

Stranamente l’ambiente non puzza. Per quasi metà concerto, la differenza la fa lo stesso Giuliano. La band suona, suona bene, ma suona quasi sempre uguale. Invece lui. Canta, anima, e si spinge in movimenti irregolari di una danza parecchio ruvida e atipica. Balla come un volatile oppure vola come un ballerino. Per me diventa Giuliano Palma “il Gabbiano del blues”. Rocksteady, blues e ska soprattutto, ma con degli ottimi accenti soul, e c’è da aspettarselo dall’autore di una delle più belle canzoni soul italiane di sempre: “Parla piano” con La pina. Ai tempi si parlava anche di una storia tra loro, ma non mi frega!

Arrivano pure le cover più note, “See you tonite” di Gene Simmons e il tributo allo ska-foundation con “World's Fair" degli Skatalites, poi anche “Wonderful Life” di Black e potete immaginare il caos fino all’esplosione totale con “Che cosa c’è” ricordando la maestria di Gino Paoli e immergendo la mia mente in un acido conto Siae nelle stesse tasche del cantauore anziano. Però non è la fine, anzi. La seconda parte del live diventa leggermente più rock. Rock and roll vecchia scuola con “Jump” dei Van Halen che secondo me funziona, fa muovere parecchio la testa, sia per l’importanza che questa canzone ha e sia per la capacità dei Bluebeaters di riportarla al presente.

Ci sono anche i Clash e i Queen nell’anima che canta di Giuliano Palma. Molto spesso si priva anche dell’aria egocentrica che ogni frontman deve avere, presentando da perfetto bluesman gli altri musicisti. Quando il concerto finisce, allora riesco più facilmente a cercare i miei amici. Il pubblico chiede un bis, un ritorno sul palco, ma muoio dal ridere quando l’ entusiasmo delle migliaia di persone al richiamo del gruppo si trasforma in un coro da stadio che intona “Seven Nation Army” dei White Stripes. Cazzo c’entra! Il bis c’è, e poi saluti definitivi e tutti a casa. Anzi no, all’after-party.

Afterparty Con molta facilità trovo il mio amico e scambiamo pareri istantanei sul concerto come due telecronisti sportivi durante una partita di calcio. Aspettiamo Bunna che sarebbe venuto con noi alla festa. In quella mia compassionevole macchina con cui avevo reciprocamente scambiato compagnia, solitudine e tenerezze prima di arrivare siamo io, Cosimo il mio amico, Bunna e Peter Truffa pianista dei Bluebeaters che ha un passato nella New York Ska Jazz Ensemble. Arriviamo ad una inadeguata dancehall suonata malissimo da gente del posto, che conosco pure, ma che sembra non avere voglia di divertire il dancefloor. Beviamo cocktails. Poi fortunatamente il suono si fa più invitante. Alcool e ganja fanno sembrare la vita come un disco di Barrington Levy, sempre piacevole e soddisfacente. Ci si diverte. Si balla I-Wayne, Richie Spice, Red Rat, John Holt, Chaka Demus ecc. ecc. Accompagniamo i due bluebeaters all’albergo che eran le 5. E torno solo, con la mia amica “macchina limitata”, percorro i 50 chilometri senza ascoltare musica. Se il silenzio suona allora o sei ubriaco o riesci a cogliere ogni aspetto della vita superando la superficialità delle note!



Una lunga notte in levare sopra il cielo di Bari. Michele Caporosso racconta la storia di una lunga serata passata assieme ai Bluebeaters e -come direbbero gli inglesi - "other stuff"

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