Marlene Kuntz - Palazzetto - Andria (Ba) Live report, 14/03/2003

17/03/2003 di Carolina Capria



Ogni vibrazione provata ieri vanta dei diritti su questo foglio illibato e so che solo ad alcune di esse potrò dare voce. Faccio ordine e comincio.

Marlene leggera, celeste come il cielo.

Le sue mani scelgono di toccare il pubblico che la osserva con timida invadenza: è la cadenza cedevole a sofisticata di "Danza" che apre il sipario.

La suddetta e la seguente ("Schiele, lei ,me") vivono in una forma più terrena, meno rarefatte che su disco, forse meno definite e laccate, si mescolano con il passato che, da queste, appare lontano e rendono evidente il loro far parte di un percorso non caratterizzato da violente inversioni di rotta, un cammino in cui a imperare è la continuità.

Il mio sguardo è lo sguardo di chi ha trovato in "Senza Peso" gemme di abbacinante bellezza e la cura di sempre, ma, senza innocenza, ho anche temuto che quella raffinatezza potesse (o dovesse!) rimanere chiusa nella sua confezione. Mi sbagliavo. Il mio errore nasceva da incapacità immaginifica, quelle canzoni per me dovevano adagiarsi su un piano che consentisse loro di distendersi senza confuse e ruvide intrusioni, un luogo di pigra solitudine e afonia; così non è, dal vivo scopri che respirano anche fuori dal quadro che gli hai spennellato intorno e che i loro lineamenti sono più imprecisi ma più reali.

Sorpresa è "Sacrosanta verità". L'ho ascoltata tanto e non sono mai riuscita a trovare nelle sue sembianze grazia ed eleganza, pur rimanendo dello stesso avviso qualcosa nel modo in cui il suo testo è stato scandito sul palco me l'ha fatta osservare da altra prospettiva, l'ho vista chiedere attenzione, dispensando didattiche e lucide riflessioni con ironia.

Il concerto è lungo, più di due ore di salti nel tempo, con una dedizione inaspettata verso ciò che credevo, ormai, venisse trascurato.

"L'agguato" e "Retrattile", storia più lucente per alcuni, per me preludio dei bagliori contemporanei, arrivano dopo una prima parte dedicata alla levità del presente. Non sperdono nulla, il loro bello è inviolato, sono quello che sono state: urgenti, intense, suadenti.

"Nuotando nell'aria" me la aspettavo, sapevo pure che mi avrebbe rapito come sempre, ma presumevo anche di aver la forza per impedire che i miei occhi si immobilizzassero, vitrei e vacui, su particolari ignoti di luoghi sconosciuti, ma mi sopravvalutavo.

Marlene è sempre scoperta, non importa quanto quell'ascolto abiti nel quotidiano e quanto sia intrappolato in attimi da fotografia; le chitarre morbide come il velluto, la quiete illusoria e la dolente passionalità, infrangono ogni immagine pacificata che la mente abbia anagrammato negli anni, lasciando spazio solo ad una gioia puerile, alla meraviglia.

Sono così davanti a "Sonica", una ragazzina con un bisogno più grande di lei di guardare e ascoltare per la prima volta, con ancora intatta la capacità di provare stupore e di nutrirsi di palpiti e fremiti.

Non arriva sola, legata all'ultima Spora che ha visto la luce, e conduce all' epilogo; un 'ultimo episodio dilatato, che sembra arrivare al termine non per intenzione ma perchè le note si sgretolano e il buio si ingrandisce.

Placidi sorrisi sono sigillo.

Ci sono posti splendidi da visitare e imparare ad amare e altri già familiari in cui lasceresti i tuoi segreti, in cui voci care anticipano e portano poeticamente a conclusione i tuoi pensieri. Io ogni volta sono a casa.



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