Palazzetto dello Sport - Caramagna Piemonte (CN) Live report, 18/06/2010

18/07/2010 di

(Le foto di Clorinda Pascale)

Nato come semplice festa tra amici dove i gruppi si davano il cambio tra chi stava sul palco e chi serviva al bar, pian piano l'OK fest è cresciuto e questa può dirsi la sua edizione più importante. La cuneese Canalese Noise Records, quindi, è ora orgogliosa di presentare un festival con 20 band, 48 ore di musica e di presobenismo. Sandro Giorello racconta.



Conosco gli organizzatori dell'OK Fest, la Canalese Noise Records, da quando erano adolescenti. Posso assicurarvi che questa edizione rappresenta molto: è gente cresciuta a pane, Touch'n'Go e Karate e ora ha un festival con in cartellone Uzeda e Geoff Farina. Per non parlare dell'esborso economico forte o dell'aver aumentato notevolmente il numero delle band scegliendo anche nomi diversi, fuori dalla ristretta cerchia del noise rock – mi riferisco a Tying Tiffany – dimostrando di voler un evento vario, che piacesse a più persone possibili. Negli anni si sono inventati un'immaginario – il presobenismo e il suo testimonial: l'omino OK - e creato un pubblico. Adesso alcuni gruppi poco più che quindicenni iniziano a suonare con in testa gli Shellac e non gli Africa Unite come capitava anni fa. E ogni tanto su qualche regionale diretto ad Alba mi è capitato di vedere ragazzine con la maglietta dei Fuh. Hanno lasciato un segno, minuscolo certo, ma importante dal momento che è dalla fine degli anni 90 che il cuneese sembra sprovvisto di qualcuno che rimetta in circolo nuove idee. Che poi va detto: gli OK party non piacciono a tutti, le mie amiche della zona si sono stancate di andare all'ennesima serata Canalese, mi dicono, e preferirebbero qualche concerto reggae in più. A ribadire che non è mai facile/utile definire cosa sia una scena e il reale impatto che questa possa avere all'infuori della solita tribù di appassionati. Ma a mio avviso è anche il bello/brutto della provincia: tante piccole cose sentite, richieste con urgenza, e vere. Probabilmente non avranno mai una risonanza nazionale, ma per chi le ha volute e ottenute sono la dimostrazione che tutto è possibile, anche in un grappolo di paesi da poche migliaia di abitanti ciascuno. Vi racconto i concerti.



(Ruggine)




(Aucan)


Venerdì arrivo per i Cani Sciorrì. Non li trovo proprio in forma, non si sente benissimo e loro sono un po' fiacchi. Seguono i Gandhi's Gunn e mi scivolano addosso e se ne vanno: urlati il giusto, pesanti il giusto, precisi con tutti i riff che marciano all'unisono. Una band stoner con gli attributi ma che non riesce a catturarmi in nessun modo. Brani, nel complesso, tutti uguali: un tappeto di rumore gonfio che dopo un po' smetti di ascoltare. I Ruggine sono incendiari. La loro migliore qualità è di avere una voce urlata in italiano a metà tra i Massimo Volume e i Negazione, appoggiata su intricate sferragliate noise ed esplosioni grasse e psichedeliche. Mentre sei schiaffeggiato dalle parole rimani ipnotizzato dalla musica, e vi assicuro che l'effetto è disarmante. Gli Aucan suonano da Dio. Siamo in un parcheggio perso nel nulla, non ci sono problemi nell'alzare il volume. Quando i tre partono la botta sonora è da rimanere sordi, ogni synth, ogni colpo di batteria, ogni distorsione è perfettamente equilibrata. Sorrido al chitarrista dei Fuh e lui mi risponde "Ci credo" e mi indica le 8 colonne dell'impianto pagato chissà quanto. Fanno parecchi pezzi nuovi, un paio con campioni di voci pitchate che ben si inseriscono nel magma dub/math/step. Non fanno "Dna", la mia preferita, peccato.



(Tying Tiffany)

Tying Tiffany fa un bel set. Scuro e plasticoso, a metà tra le cose più decadenti dei Depeche Mode e roba anni 80 leggermente più allegra. Ha quell'anima fredda alla Sick Tamburo sicuramente affascinante, i primi 10 minuti, i restanti 40 proprio non la sopporti. Parte il dj set: sul palco De Niro, Mc Kwality (voce degli LNRipley) e il collettivo Aritmia. Bravo il primo, impeccabile il secondo, forse con così eccellenti e ancora grezzi i terzi. Iniziano in sordina con pezzi piuttosto lineari, De Niro si distingue subito per cose leggermente più raffinate, gli altri scivolano su un paio di passaggi. Kwality riempie i vuoti a dovere. Poi si incattiviscono, finiscono nella dubstep stoppata e aritmica, adesso si balla bene. Degenerano in quella più ignorante, come è giusto che sia. Un paio di dischi dopo è il turno Ramadanman, che parte in maniera sbalorditiva con un rap storto e duro che fa piazza pulita di ogni pensiero e ti fa sintonizzare con la giusta attenzione. Ma passa da questo estremo ad una house quasi da cocktail bar che mi lascia un attimo stranito. Ora, tra chi balla ci sono persone decisamente esperte di elettronica di cui mi sono sempre fidato, hanno espressione di chi ha visto un miracolo e quando gli chiedo mi rispondono con un netto "Troppo avanti per le cose che ascolti di solito". Annuisco. Ho freddo, siamo a Giugno ma qui ci vorrebbe almeno una maglia e un giacca in più, lui è inglese e non sono obbligato a seguirlo. Me ne vado a casa.

Sabato c'è un cielo nero e mezzora prima dell'inizio dei concerti si mette a piovere fitto. Spostano l'impianto all'interno della palestra lì vicino, stendono dei tappeti, montano il mixer e sinceramente non mi capacito di come siano riusciti a farlo così in fretta. Purtroppo qualche gruppo deve saltare. I primi che vedo sono gli ETB: power trio giovanissimo, sui venti, fanno una musica simile a quella dei primi Dillinger Escape Plan ma con la voce più urlata e grind. Non sono male, manca un po' di bravura tecnica, manca il tiro, e, in sostanza, un po' di esperienza. I Juda deludono parecchio, tolto un intro tirato e potente il resto del concerto procede monocorde, senza tutte quelle sfumature malinconiche che rendono il loro esordio un gran bel disco. Certo non non è facile suonare davanti a trenta persone, ma, ad eccezione della sempre bella "La terra trema", fanno una figura da un gruppo cover dei verdena qualsiasi. Poi c'è Bob Corn, chiede ad un ragazzino sullo skate se può smettere di andare sulla rampa durante la sua esibizione, si aggiusta il microfono e ferma il tempo: l'intero palazzetto è in completo silenzio, lui inanella una perla dopo l'altra e tutti i presenti ormai sono con la schiena a terra contenti, come se nessuno gli avesse mai cantato una ninna nanna prima. Poi dice che vuole fare una cover in italiano, che all'estero vogliono sempre che canti in italiano e che oggi gli va di farlo anche se nessuno l'ha richiesto ufficialmente. Sceglie un gruppo del suo paese, San Martino Spino in provincia di Modena, gli ha anche organizzato un concerto una volta, dice. Fa "Utopia" dei Nomadi. L'ultima canzone la suona in mezzo al pubblico, al termine la gente non si osa nemmeno ad applaudire. Deian e Lorsoglabro non mi piace su disco e tanto meno dal vivo. Il chitarrista dei Fuh, sdraiato a fianco a me, dice che non so apprezzare la sua ironia, che è geniale, Non riesco a capire come, gli rispondo io. Geoff Farina e Chris Brokaw non sono poi così esaltanti, con questo progetto propongono dei classici del blues e della musica folk americana, tolta la bellezza indiscutibile delle due voci, il resto non mi emoziona.



(Fuh)

I Fuh sono formidabili. Praticamente non dormono da due giorni, hanno le facce piatte e gli occhi ridotti a fessure sottili ma sfoderano una furia che poche volte gli ho visto tirare fuori dal vivo. Non una sbavatura o una distorsione protratta oltre il limite della pazienza di chi ascolta.
Aggiungono anche un paio di pezzi vecchi, a ribadire che giocano in casa e possono permetterselo, e finiscono tra gli applausi esagitati. Tocca agli Uzeda. All'inizio non è una bella immagine vederli prepararsi su un palco inesistente – praticamente suonano a terra, solo la batteria è rialzata – e davanti un semicerchio di poche centinaia di persone. Ma alla prima nota ci si ricorda che lo spessore qualitativo di una band c'entra poco con l'estetica, e i cinquanta minuti che seguono sono una vera e propria lezione di poetica del rumore. Ogni battuta è calibrata, mai eccessiva eppure assolutamente necessaria. Agostino Tilotta fa le sue solite smorfie assurde, come se seguisse con la bocca cosa sta suonando con la chitarra, Raffaele Gulisano e Davide Oliveri - rispettivamente basso e batteria – invece sono due tranquilloni, sembra che non si impegnino nemmeno, ma il muro di suono è impressionante, non raggiungibile da nessun live de Il Teatro degli Orrori, Red Worms' Farm, o chi volete. Sono di un'altra epoca, e non è la solita parabola fugaziana del gruppo che sale sul palco senza aver fatto sound check, accende gli amplificatori e spacca l'impossibile, è proprio una questione di radici, sono radicalmente diversi da chiunque. E probabilmente è perché erano presenti quando questa musica è nata, hanno condiviso il palco e collaborato insieme a chi, vent'anni fa, ha partorito il noise rock – Steve Albini, i Don Caballero, eccetera eccetera - ogni paragone con band attuali non è plausibile.



(Bob Corn dopo il live degli Uzeda)

Il festival, tenendo conto del numero di ingressi, non è andato così bene. A mio modesto parere per due motivi: a) non è stata considerata la concorrenza, oltre al No Fest di Torino nel raggio di poche decine di chilometri suonavano: Il Teatro Degli Orrori, Alpha Blondy, Tre Allegri Ragazzi Morti, Zu, Meg e Linea 77; b) tutta la manifestazione è stata organizzata nel parcheggio di un complesso sportivo, è stato scelto perché il posto non aveva coprifuoco e problemi di vicinato, ma in un parcheggio non puoi resistere per le 48 ore di musica indicate sulla locandina. So, però, che un paio di giorni dopo Agostino Tilotta ha scritto una mail di ringraziamento dove esortava i ragazzi a continuare, di non perdere la fiducia e che l'OK fest ha tutte le qualità per diventare un punto di riferimento oltre i confini regionali. Chiudo il report dicendo che sono d'accordo con lui, quelle qualità – una buona organizzazione dello staff tecnico, del servizio bar, una bella area campeggio, i prezzi economici, tanti volontari, in sostanza: grande passione applicata e pratica - le ho viste anche io. Sarebbe un peccato che tutto questo rumore andasse perso.


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