I Pashmak raccontano il loro assurdo tour in Russia

I Pashmark, foto di Giuliano Pascoe & Antonio PolidoroI Pashmark, foto di Giuliano Pascoe & Antonio Polidoro
05/12/2017 di Damon Arabsolgar

La domanda a cui abbiamo risposto più frequentemente nelle ultime due settimane è stata: “perché la Russia?” declinata nelle sue forme più specifiche quali: “perché Glazov? Perché Kirov?” che alle orecchie russe dovrebbe suonare circa come “perché Truccazzate sull’Adda? Perché Cantalupo in Sabina?”. Domande lecite la cui risposta si raffinava giorno per giorno e a cui ognuno di noi darebbe una risposta radicalmente diversa.

“perché è inesplorata”, Martin, violino.

“perché ci han chiesto di suonare”, Antonio, batteria.

“perché l’idea ci gasava” Giuliano, electronics.

“perché è surreale”, Damon, voce.

Ci troviamo però tutti d’accordo su una risposta comune e corale: “come perché, perché è grossa!” Cit.

La realtà è che c’è una donna di origini russe residente in Svezia che non abbiamo mai incontrato che a giugno ci ha proposto di suonare nei Balcani e reduci da quell’avventura a dir poco surreale e adrenalinica ci lanciò la bomba “Siberia a Novembre”. Fortunatamente in corso d’opera si è mostrata magnanima e ha deviato il corso verso lidi della Russia più temperata, spingendoci però fino a Yekaterinburg, negli Urali, sopra il Kazakistan.

Suonare in territori più o meno inesplorati da progetti simili al nostro riserva sempre delle sorprese e stimoli inattesi. Già di per sé, la semplice condizione del tour risveglia dinamiche interne al gruppo completamente distaccate da strutture di pensiero più quotidiane rotolando tutti insieme verso lo sconosciuto con la disposizione d’animo del branco; la condizione del musicista viaggiatore permette anche di creare nello spettatore una disposizione d’animo legata al mito e aperta alla ricezione dell’inatteso.
Se a questa condizione sommate il non aver mai sentito niente di simile dal vivo e in alcuni posti addirittura di non aver mai visto un sintetizzatore produrre certi suoni e frequenze gravi, la miscela alchemica è pronta per essere detonata.

Suonare in certi luoghi e condizioni ti costringe a fletterti drasticamente, ad essere permeabile e comprendere quali sono gli elementi davvero necessari e che tipo di effetto provochi o vuoi provocare davvero. Non c’è alcuna possibilità di nasconderti dietro ad un background comune tramite il quale il pubblico può comprendere un errore e “aggiustare” l’orecchio; un kosovaro di Prizren che ti vede per la prima volta, vede e sente esattamente quello che c’è in quel momento, come suona quello strumento in quella stanza, come ti comporti prima durante e dopo la performance, osserva con occhio di bambino ogni tua piccola azione per quello che davvero è, senza riferirla a contenuti culturali o sociali comuni; semmai, è più portato all’idealizzazione.

Insomma, è un’avventura, un’esplorazione, è stimolante e gratificante per noi e per le persone per le quali suoniamo.

 

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Le informazioni specifiche di un’esperienza del genere sono forse irrilevanti, gli aneddoti e le storie sono invece la pancia dei ricordi che ci porteremo dietro, così invece che darvi informazioni precise dei nostri spostamenti, vi riportiamo una storia di un momento vivido di questa esperienza.

In questo articolo troverete anche una mappa con la route che abbiamo percorso, esclusivamente in quei fantastici mezzi che sono i treni russi, in tratte fino a 40 ore, per un periodo di 14 giorni.
Abbiamo suonato in locali pazzeschi, arredati alla Lynch, teatro di sex party più o meno legali così come in caffetterie chic, salotto di russe impellicciate; le condizioni tecniche erano variabili, alcune volte avevamo impianti imponenti, altre quattro casse da Hi-Fi per la filodiffusione, ma tutto questo è, come vi dicevo, irrilevante rispetto all’accoglienza che il popolo russo sa dare a chi decide di andare a visitarli e rompere l’immagine stereotipata a cui siamo abituati; è commovente e non dimenticheremo mai l’affetto e l’energia che sono in grado di sprigionare durante il concerto.


Saratov.

Sul cruscotto della ford focus in cui sono stipato fanno le 17:35, questo significa che mancano solo 25 minuti alla partenza del treno che collega Saratov a Yekaterinburg. Il treno in questione durerà 40 ore e passerà attraverso la taiga per giungere ai confini della Siberia, dove a ragion di logica dovrebbe incominciare la tundra. Tutte informazioni molto interessanti a cui in questo momento non sto pensando. Sto invece cercando di ricordarmi l’ultima volta in cui ho visto la valigia nera con il nastro arcobaleno contenente il mio sintetizzatore, il microfono, il registratore e svariati cavi. In macchina non c’è, in albergo neanche e ieri non mi sono occupato di raccogliere le nostre cose dopo il concerto.

Non me ne sono occupato perché ieri sera è successa ancora quella cosa magica che fa partire i tour, quella scintilla che scatta dopo un paio di giorni in cui inconsapevolmente cerchiamo di ritrovarci. Molte volte a causa della mia ansia incontrollabile dispero e mi dimentico che il tour non parte mai dalla prima data, c’è sempre bisogno di lasciarci alle spalle Milano, il lavoro e le faccende prima di poter esser risucchiati da questa prossima serie di avventure iperreali e pulsanti. La prima data serve per litigare, toccare il fondo per poi risalire.
Ieri era la seconda data e ci siamo risvegliati quando, entrando all’Harat’s club dalla cucina, abbiamo visto che tutti i tavoli erano occupati e l’enorme salone era in nostra attesa. Oggi la scaletta la decide Polidoro canzone per canzone e conoscendolo non sarà di certo una partenza graduale. Partiamo infatti a cannone dal primo pezzo arrivando a fine scaletta consumando tutte le cartucce possibili, convincere questi ragazzi russi che non hanno mai sentito niente di simile a quello che stiamo suonando, che si può ballarci sopra è stato più facile del previsto e non vogliono più farci scendere, anzi, salgono sul palco a darci i bacini sulla fronte.

 

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La vita in Russia non è come ve la immaginate, colbacchi e KGB, la descriverei più come KFC e Kendrick Lamar.
Dopo il concerto non c’erano DJ, c’era la Playstation collegata ad un proiettore e una playlist di video, da Kendrick Lamar ai Queens of the stone age passando per i Red hot chili peppers e rapper russi che inneggiano all’alcolismo mentre tutta la sala impazzita ballava ovunque, sulle gradinate e sui tavoli fin sotto al palco.
In poco tempo ci ritroviamo al centro della sala.
Antonio in realtà dopo qualche ora è quasi steso a terra, salvato da mano amica si riprende e ci annuncia che la sua rotula, per qualche importante secondo, non era dove è sempre stata.

Informazione a cui torno a pensare il mattino successivo, quando lo vedo sdraiato a letto con il pantalone gonfio che ci chiede del ghiaccio cercando di scastrare la gamba dalla fessura che separa il letto dalla parete, non riuscendoci. Ride. Poi tira una bestemmia e non ridiamo più.

Ci tenevo a fare questo breve excursus riguardante ieri sera per spiegarvi che andare in tour significa anche svegliarsi troppo tardi, cercare in russo del ghiaccio, degli anti infiammatori, delle bende, fare provviste di cibo e acqua per tre giorni, cercare delle stampelle, dover fare due viaggi per portare gli strumenti in stazione, e, al secondo accorgersi che si, nell’effettivo il sintetizzatore è rimasto nel locale così come la capacità di Antonio di camminare e suonare la cassa della batteria.

Arriviamo rovinosamente davanti all’entrata del vagone alle 17:50. Il vagone giusto, con tutti gli strumenti.

Dal momento in cui mettiamo piede nel treno le cose precipitano velocemente, la ragazza splendida responsabile della carrozza alla vista del ginocchio e dell’evidente impossibilità di issare il nostro amico sulla cuccetta in alto va in panico e chiama la sua collega, la sua collega ha il collo più grosso del mio quadricipite femorale, porta stivali neri in pelle col tacco fino al ginocchio, una camicia rossa troppo stretta e mi fa un gesto che non capisco come quello che si fa quando si tirano le biglie in spiaggia, solo che è sul mento e ride.
Mentre mi perdo per un secondo pensando alla mia infanzia e a quando giocavo con mio padre al mare, Victor, un quattordicenne biondo con lo sguardo sveglio scarica google translate, unica via per provare la strada della diplomazia e mi porge la traduzione di quello che la donna col collo taurino mi sta cercando di comunicare: “gancio al mento”.
Ok.

Dato che vogliono portarlo in ospedale alla prossima fermata, discutiamo su google translate fino a quando non riusciamo a giungere ad un compromesso: una dottoressa salirà sul treno, gli sparerà una siringata di analgesico sul culo e noi lo porteremo in ospedale fra un paio di giorni, una volta giunti a destinazione.
La sopracitata dottoressa arriva qualche centinaio di chilometri dopo, in piumino rosso e tacchi e fra le risate generali del vagone siringa il nostro amico, facendogli firmare un rifiuto all’ospedalizzazione in cirillico, poi fugge.
Il vantaggio di questa scomoda situazione è che tutto il vagone ci ha presi in simpatia, Victor ci fa da interprete, i ragazzi zigani condividono con noi la loro cena e in qualche maniera siamo riusciti anche questa volta a sfangarla per un pelo.

Cadere con stile.

Damon Arabsolgar

 

Foto: Giuliano Pascoe & Antonio Polidoro

 

Tag: live report tour

Commenti (2)

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  • Orlok82 4 mesi fa @orlok82

    Encore!

  • Yed Giordano Viganò 4 mesi fa @yedduzzo1

    Mi tocca venirvi a cercare di persona, questo assaggio ha solo accentuato la mia curiosità!

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