PASSAGGI SONORI: Palermo Rubrica

12/02/2008 di

(Un dettaglio di Palermo - Foto di Manfredi Lamartina)

E' la rubrica del RockitMAG dove i nostri collaboratori dedicano un racconto alla loro città o alla loro regione. Ci si mette le cuffie e si viaggia. Musica, immagini, impressioni. Riscrivere l'intorno, possibili percorsi, fluidi attraversamenti. Dal numero #32, Manfredi Lamartina descrive la sua Palermo.



"Be Quiet And Drive" dei Deftones mi accompagna in questo giro di ricognizione in automobile, facendosi spazio tra le mie orecchie e i miei ricordi. E mi rivedo più giovane, più magro e più speranzoso, quando con uno dei miei tanti e fallimentari gruppi adolescenziali urlavo che no, non m'importa dove, purché sia lontano da qui. Ma erano altri Tempi, vissuti da altri Me in altre Palermo, città che cambia sempre per non cambiare mai. L'auto – una fighetta utilitaria italiana – sta soffrendo: le orribili strade urbane, stuprate da misteriose Compagnie-Di-Qualcosa, torturano a loro volta gli ammortizzatori con sadici dossi e buche fantasma. Il risultato è un ascolto singhiozzante di "Attimi Di Quiete", capolavoro nascosto tra la polvere delle memorie di una mia vecchia band, i 2young2 die. È indegno dirlo, ma me ne frego: avrebbe meritato ben altra fine questa ballata straziata da un arpeggio di chitarra mozzafiato. Ricordo l'eccitazione che io, Alberto, Marco e Manlio provammo quel sabato pomeriggio del '99 mentre componevamo nel garage di viale Lazio queste note fantastiche. Un saluto a voi. We'll never die.

Il lettore mp3 intanto arranca. Mi fermo per provare la batteria e mi accorgo di essere alla Favorita, un parco meraviglioso, spesso teatro di epici scontri tra prostitute straniere – un mercato che non conosce la xenofobia – e ciclisti amatoriali, in lotta per il controllo del territorio. (Più avanti c'è la bellissima Mondello, con le sue ville di lusso e la spiaggia californiana). Torno in macchina appena la pila riprende a funzionare. E parto. Sento la voce di Feist impennarsi nello spazio circostante, e sul mio viso si dipinge un sorriso: è "7/4 (Shoreline)" dei Broken Social Scene, col suo carico di passione indie che la fa sembrare l'ultima canzone rock dell'umanità.

L'autostrada scorre veloce mentre a destra il mare viaggia con me, immenso e placido come può esserlo quando non è tempo di mostrare ciccia e capezzoli. Supero di slancio lo svincolo per Isola delle Femmine: davanti al lido c'è la caratteristica isoletta, disegnata stasera nei suoi contorni sfumati dai raggi pallidi di una luna infreddolita. E ricordo ancora. La barca, una canoa nata per il fiume e adattata, suo malgrado, al sale del Mediterraneo. Io, mio cugino Gabriele e mio zio Claudio alle pagaie. Un'odissea moderna per raggiungere un posto selvaggio come il sole che squarcia l'estate siciliana e arido come il cuore di una persona abbandonata dal vero amore. Mentre sento la mancanza di quelle imprese omeriche, i Marlene Kuntz cantano "Canzone Di Domani", e per un attimo mi scordo davvero della gravità, del 2006 e del cazzo di segnale acustico che mi parla ogni dieci secondi di un inesistente baule aperto. Poi dicono le macchine italiane.

Finisco per sbaglio all'aeroporto – maledicendo con Stile il mio sguazzare nella Distrazione – e mi sento come il protagonista del film con Tom Hanks. Un osservatore dei fili che si annodano, si perdono e si riannodano nel caos di valige imballate, bestemmie al check-in, lacrime amare e abbracci da soap opera. Anche se i glaciali Tellaro massaggiano il mio cuore con "1985", non posso restare qui. Torno in città. La mia guida deve essere attenta, perché la strada che sto percorrendo, la Punta Raisi-Palermo, sembra l'autodromo di Monza: la gente infatti sta pigiando l'acceleratore alla faccia dei limiti di velocità, che implorano – inascoltati – di non superare i 100 km orari. Quando suona, profetica, "Drove Through Ghosts To Get Here" dei 65daysofstatic, al di là del guard-rail spuntano gli obelischi dedicati alle vittime della strage di Capaci. Avevo quasi undici anni. E nonostante la miopia divori il mio sguardo, continuo a vedere quell'immagine di morte lì, davanti a me, con dolorosa chiarezza. Arrivo nel centro storico, dove troneggia lo splendore del teatro Massimo, e scendo dall'auto schivando abilmente una cacca, con i Liars di "Let's Not Wrestle Mt. Heart Attack" a disinnescare caciaroni le mie ultime spirali di paranoia. In un locale un dj mette "Yeah" (Lcd Soundsystem). La mia testa si muove a tempo – giù e su, giù e su – ma i miei occhi non vedono ballare nessuno. Gli zombi intorno a me vogliono la cover band del momento e si limitano ad aspettare fuori, tra una sigaretta in mano e qualche stronzata in bocca.

Il bar di fronte attira la mia attenzione a suon di arancine e pane con panelle. L'atmosfera accoglientemi tenta, ma è tardi, domani dovrò fare un casino di cose. Quando vado via c'è l'inattesa sorpresa di "Katy Song" dei Red House Painters a scaldare i miei passi e a colorare di note il mio alito, mentre con una mano mi avventuro dentro la sciarpa di lana, alla ricerca di un ciondolo che incornicia il mio collo con i ricordi più belli che ho. Poi, Mark Kozelek lentamente si dilegua, lasciandomi solo a fronteggiare rimorsi, coscienze e incoscienze. Ma non importa. La speranza, lo so, non muore mai.



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