PASSAGGI SONORI: Roma - Una domenica di aprile Rubrica

23/09/2008 di

(Sul prato - Foto di Sara Scheggia)

E' la rubrica del RockitMAG dove i nostri collaboratori dedicano un racconto alla loro città o alla loro regione. Ci si mette le cuffie e si viaggia. Musica, immagini, impressioni. Riscrivere l'intorno, possibili percorsi, fluidi attraversamenti. Tratto dal numero #33: Sara Scheggia descrive Roma.



Domenica di aprile, Roma-Fiorentina. Il mio amico Carlo, di fede viola, si è infilato in un covo di romanisti a Trastevere, in incognito. Tutti gli altri sono chissà dove, magari ancora a letto; ci si becca più tardi, dopo la partita. Fuori c'è un gran sole e bisogna dare un senso a questa giornata: prendo un asciugamano, il quaderno, l'imprescindibile lettore mp3 e via verso Villa Torlonia, a vedere di riattivare un po' di clorofilla. Sono giorni che lui - il mio lettore - ha scelto come nuova lingua d'impostazione il giapponese (o il coreano, chissà), c'è da premere solo play. Non ho avuto tempo né voglia di provare a sistemarlo e anche oggi lo lascio così, è meglio del random. Esco in strada e parte "Stumble" dei Calla, ottimo pezzo per scandire i passi che separano da quel po' di verde e di aria buona e di stiracchiamenti al sole che mi aspettano. In giro poche persone, pochissime macchine, nessun autobus. Passo davanti al Teatro Italia su via Catania, danno "Il Caimano" di Moretti. Proprio lì di fronte c'è il ristorante in cui ho pranzato qualche giorno fa con mio padre, di passaggio a Roma, in partenza per Mosca. Toccata e fuga come al solito, un'ora di tempo per cercare di raccontarsi le proprie vite e per scongiurare qualsiasi argomento di natura politica.

Nel frattempo è arrivata Dusty Springfield con "Son Of A Preacher Man", da troppo tempo nel lettore. Forse è il caso di depennarla per far posto a qualcos'altro… ma no, lasciamola, che ogni volta mi ricorda che l'estensione non è tutto, che se anche non vado più in là del sol, è l'espressività che conta.

Entro a Villa Torlonia dal lato opposto alla Nomentana, passo veloce davanti alle nonne che spingono i bambini sulle altalene. Gli Eels attaccano con "Novocaine For The Soul", guardo le altalene e leggo sulle labbra di un bimbetto vestito di azzurro: più forteee spingi più forteeee. Penso a mia madre, che con questo sole può finalmente portare il suo dolce nipotino un po' a spasso. Chissà quant'è cresciuto, non lo vedo da un sacco. Chissà se dice qualche parola in più.

Quasi ballando, con gli Yuppie Flu, piazzo il mio asciugamano da mare in mezzo alle margherite, tolgo le scarpe, mi metto pancia all'aria. Mi guardo intorno, "Glueing All The Fragments" risuona e riempie gli spazi che vado toccando con gli occhi; la grande quercia dietro di me prende le sembianze di un palco, la collinetta diventa il Circolo e le margherite tante persone.

Fa caldo, caldissimo. Perché non ho messo il costume? Apro gli occhi, scruto la gente: tante coppie che si rotolano nell'erba, tanti gruppi di ragazzi muniti di tovaglioli e piatti di plastica e birre. Qualcuno prende a calci un pallone. Vicino a me, lui in occhiali da sole luccicanti e magliettina tirata su per scoprire la pancia, lei con i jeans arrotolati fino al ginocchio, piedi scalzi e cappellino rosa con tanto di strass. Se fossi a casa mia me ne andrei al mare, altro che parco cittadino. Ma per i romani arrivare fino ad Ostia in una domenica soleggiata può essere fin troppo deleterio; da più di un anno mi chiedo come fanno, è aprile e io mi sento già soffocare, mi manca l'odore di iodio.

Arrivano Afterhours&Verdena con la cover di "Across the Universe" e quasi mi viene voglia di passare avanti... troppo tardi, mi sono già visualizzata, a cantarla a squarciagola sul motorino lottando contro i sanpietrini del Colosseo, quando ci sembrava di volare. Quando Roma era così grande che quasi faceva paura. Skip. Skip, di nuovo. Anthony and The Johnsons, "Cripple And The Starfish". Realizzo che in questo parco ogni essere umano maschile è tallonato da uno di genere femminile, cromosomi XY appiccicati che si muovono insieme, camminano insieme, parlano con altri XY in piedi, dietro a quattro paia di occhiali da sole. In momenti come questo mi viene voglia di avere un cane, un cane vivace che va ad infastidire gli altri XY che si sbaciucchiano là in fondo, ed io che vado a riprendermelo dicendo Scusate, fingendo imbarazzo. Niente cane, parte "Sarah" di Dylan e mi ritrovo in Plaza Dos de Mayo, a Madrid, con Pablo che me la propone come uno dei pezzi che avremmo dovuto mettere su. Eh, a trovarlo uno che ti cita questa di canzone, riferendosi al tuo nome. Mica Venditti o Pino Daniele. Giuro che il primo che mi dedica questa canzone me lo sposo… ma no, in realtà basterebbe pensare contemporaneamente "mammadapaurastopezzo" quando parte "Jacksonville" di Sufjan Stevens, da "Illinois". Basterebbe uno sguardo, che non trovo. Basterebbe bere un po' di questo sole e portarselo sempre dietro. Al bando i condizionali, è giunto il momento di piantare la bandiera con il mio sorriso a Villa Torlonia e di andare a colonizzare anche Trastevere, che la partita sarà finita. Canticchio – Dammi una sigaretta, Copenhaaagen – e mi rimetto in in moto. Speriamo di trovare il San Calisto aperto.



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