PASSAGGI SONORI: Sicilia - Terra di blues Rubrica

30/06/2011 di

Torna Passaggi Sonori, la rubrica del RockitMAG dedicata alle impressioni di viaggio: sotto una colonna sonora ideale, si descrive di getto un luogo, un sito geografico, la propria terra. Per questo numero speciale abbiamo chiesto a Cesare Basile di omaggiare la sua Sicilia. Ne è uscito fuori un racconto blues carico di amore, polvere e storie sbagliate. Tutto ascoltando "Pictures from life's other side" di Johnny Dowd.



Una volta al paese era venuto pure Ciccio Busacca. Ciccio Busacca era uno che cantava le storie. Io avevo otto anni. Ciccio Busacca cantava le storie in piedi sul tetto della sua macchina. Aveva una chitarra scassata, un microfono appeso col filo di ferro davanti alla bocca e, alle sue spalle, un cartellone coi quadri della storia che raccontava e che indicava mano a mano che i fatti andavano avanti.
Quella volta stava cantando la storia di Turiddu Giulianu. Era in uno spiazzo sulla via Garibaldi, davanti alla caserma dei carabinieri e sotto il busto di Garibaldi appunto. Ci sono busti di Garibaldi ovunque in Sicilia. Garibaldi li mette sempre d'accordo tutti in Sicilia, anche a Bronte li aveva messi d'accordo, tutti contro un muro e fucilati, ché l'avevano preso in parola: la terra ai contadini, certo, ma non quella della Ducea di Nelson che era di proprietà dei suoi amici inglesi. Ma non è questa la storia. Ciccio Busacca attacca coi suoi due accordi, li tiene per un po', prende il ritmo, lo dà alla gente che nel frattempo si è radunata davanti alla sua macchina. Io batto il piede e i vecchi della camera del lavoro si spingono la coppola sul cranio per guardare meglio. Ciccio Busacca ha le introduzioni lunghe, si presenta, dice da dove viene e che cosa fa, ci gira intorno, un po' fa lo sbruffone e un po' stuzzica la curiosità, poi ferma il parlato e attacca una nota lunga con la voce: la storia comincia. Qualcuno mangia lupini salati, qualcun altro beve mezza birra. Ciccio Busacca ulula e racconta alternando parlato e cantato, cambia il ritmo, lo spezza, non ha né strofa né ritornello, solo una storia da raccontare. La gente prende a partecipare, interviene ad alta voce, insulta gli sbirri che vogliono arrestare Giuliano, insulta i traditori e i venduti. Arrivati a Portella della Ginestra qualcuno dice: "cettu, ddocu sbagghiau" (certo lì ha sbagliato), qualcun altro aggiunge: "ddocu i mafiusi u futtenu e ssu jucanu" (lì i mafiosi lo hanno fottuto e se lo sono giocato). Io me ne sto in un angolo e continuo a battere il piede. Attorno ho braccianti, operai, artigiani, la piazza di un paese alla fine di una giornata di lavoro. Ciccio Busacca è analfabeta, tanti di quelli che raccontano le storie lo sono. Viene dalla campagna, dal lavoro dei campi, dice che lui questa cosa ce l'ha sempre avuta dentro, questa cosa di raccontare, e un giorno ha lasciato i campi si è "insegnato" due accordi sulla chitarra e si è messo a raccontare storie. Le cose quando le impari da solo te le insegni, il dialetto ha un senso, non è un errore grammaticale. Ciccio Busacca racconta storie di banditi, contadini sfruttati in lotta per la terra e contadini sindacalisti uccisi dalla mafia come Turiddu Carnevali. Ciccio Busacca è di Paternò come altri che cantano storie prima di lui. Paternò si trova lungo il corso del fiume Simeto, il più grande fiume di Sicilia che all'origine nasce dall'unione del Fiume di Cutò, del fiume del Martello e del fiume della Saracena, e le storie corrono lungo i fiumi, scendono fino al mare e il mare non si riempie mai.
"I sciumi a mmari
e mari mai chinu
paroli ca su tutti fausi
nunni vogghiu
nunn'aiu
ne sacciu"
così scriveva Salvo Basso, poeta di Scordia morto giovane, ma anche questa è un'altra storia.

Ciccio Busacca dice che il suo maestro è stato Orazio Strano. Orazio Strano era di Riposto, vicino Giarre, uno dei più grandi fra quelli che cantano storie.
"Perché fare il cantastorie non è cosa facile come fare il cantante, una canzoncina di tre minuti e tutto finisce là, musica fatta da uno, parole composte da un altro… La canzone più corta di un cantastorie dura venti minuti, e poi bisogna recitare, oltre che cantare. Poi, mentre si canta, bisogna fermare la storia e parlare con il pubblico, improvvisando, raccontandogli una cosa allegra o una commovente. Il cantastorie non è facile mestiere, bisogna sapere recitare la parte del bruto, del gentile, del padre, della madre".

Orazio Strano a sei anni lavorava a raccogliere i limoni, tempo e possibilità di andare a scuola non ne aveva, ma vuole cantare le storie, così si insegna a leggere e a scrivere e a suonare la chitarra. A dodici anni fa il pescatore e a quindici comincia a cantare le storie in sestine e ottave nella piazza di Sant'Isidoro a Giarre. Dice che prima di lui i cantastorie in Sicilia giravano a gruppo: quattro, cinque, sei persone, coi violini, le chitarre e le fisarmoniche. Orazio Strano invece vuole girare solo, si porta appresso giusto un ragazzino che dopo lo spettacolo vende alla gente i foglietti di carta con le storie stampate. Quando non va a cantare storie fa il barbiere, ha un piccolo salone a Riposto. I barbieri in Sicilia suonavano tutti uno strumento. Mio nonno Cesare pure era barbiere e suonava il violino. Il sabato, quando chiudeva bottega, nel paese di Misterbianco, mio nonno si trovava con gli altri barbieri e si mettevano a suonare facendo attenzione a nascondersi le mani: perché gli altri non te li devono rubare i segreti dello strumento.
Raccontano che, quando il bandito Giuliano era ancora vivo, Orazio Strano un giorno si trovò a Montelepre. A Montelepre viveva il padre di Giuliano e Orazio Strano lo andò a trovare e gli disse che voleva cantare la storia di suo figlio proprio là, davanti a casa sua. Il padre di Giuliano, onorato, gli diede l'elettricità per gli altoparlanti e Orazio Strano attaccò a cantare. Dice che la gente era impazzita e che quando Giuliano lo venne a sapere gli mandò in regalo una bandiera con la Trinacria stampata. Tante altre cose si dicono di Orazio Strano, vere o false non importa, la verità è come la racconti. La leggenda vuole che siccome era troppo famoso alcuni cantastorie invidiosi un giorno cominciarono a spargere in giro la voce che gli avevano sparato a Palermo e Orazio Strano era morto.
Così quelli che raccontano storie muoiono e rinascono nelle terre di blues. Così in questa strana terra di Sicilia. La devi girare se ci vuoi capire qualcosa, e non è detto che ce la capisci qualche cosa. Di sicuro la devi ascoltare e poi puoi anche provare a raccontarla. Ti devi fare fiume e padre e madre, e scorrere continuamente e continuamente essere tutte le Sicilie che la Sicilia racchiude e nasconde, soggette solo alle regole dell'eccesso, tutte vere queste Sicilie e false all'occorrenza: balorde, feroci, tenere e bandite, assolate fra pietre e croci e crocicchi. Quando cresci fra questa brutta gente come fai a non diventare uno che canta le storie?

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