Pedro Ximenex - Pedroximenex @ Sanremo (famosi?)

14/01/2003 di Simone Stopponi



C’è il Clio che un giorno ti arriva alle prove tutto esaltato con una pagina strappata a un giornale: stasera al Rock Garden fanno le selezioni per l’Accademia di Sanremo!

C’è il Meska che al volo mi fa una base di un pezzo dell’ultimo demo, ché a Sanremo si comincia in playback sin dalle selezioni, dico!

C’è una ventiquattrore di varia umanità che di solito al Rockgarden manco ci mette piede, e noi (ubriachi), a sbirciare le mise vertiginose delle intrepide pertecipanti, ché a Sanremo si comincia a far vedere la mercanzia sin dalle selezioni, dico?

C’è il Pedroximenex rappresentato dalla mia persona che sul palchetto strilla né più né meno come quella volta al centrosociale dell’Elmo, ché a Sanremo eccetera eccetera…

Stacco.

Partiamo il primo giorno di dicembre, siamo dell’ultimo scaglione di cinque, in tutto quasi 1.500 partecipanti-regolarmente-paganti.

Sanremo ci accoglie bellissima, cominciamo a farci pippe mentali del tipo qui c’è passato anche Bono, o Eminem, o Gorbaciov per venire all’Ariston, il mare abbraccia tutto lo sguardo, il clima è mite, nemmeno ci arrivasse la corrente del golfo.

Un albergo che definire decadente è poco ci riporta sulla terra, non farò il nome, ma se vi vien voglia di risparmiare a Sanremo non cedete alla lusinga della formula mezza-pensione, tanto meglio un appartamento, dico solo che dal sesto giorno abbiamo smesso di mangiare i pasti che avevamo pagato per un sospetto abbastanza fondato di cinofagia!

Il luogo dove tutto accadrà si chiama “Teatro del Mare”, pittoresco il nome, in realtà è una specie di gigantesco capannone prefabbricato appoggiato sul mare quasi come una palafitta. Per le due settimane a venire sarà la nostra casa, altrochè grandefratello.

Al suo interno la fauna che avevamo trovato la sera delle selezioni umbre all’ennesima potenza, oltre agli artisti, i parenti: madri, padri, zie, nonne che snocciolano il rosario (giuro), nipotini e cuginetti, culle, balie asciutte…
Ed ora le categorie dei partecipanti alle selezioni:
imitatori: né più né meno, decine di Renga, Giorgie, il gettonatissimo suo malgrado Baroni, la sempreverde Mina;
barzellettieri d’Italia: al grido di “facce ride”, cabaret puro e gag d’annata;
ballerini: alcuni bravissimi, ma dico andate a Saranno Famosi, cazzo fate qui, altri imbarazzanti;
modelle: altrochè Milano, la culla della moda è qui, dove si provano nella galleria del vento del teatro del mare le minigonne più ascellari mai concepite;
bambini: non posso stendere un velo pietoso, cioè il mago Zurlì dello Zecchino d’oro è spacciato, è questa l’ultima frontiera. E non parlo dei Gazosa, ma di bambini di 8, 5, 3 anni mandati allo sbaraglio dai genitori, vestiti come Lollobrigide o Sinatra in fasce, spesso accompagnati sul palco dagli stessi genitori evidentemente fuori età per partecipare, BRRRRRR!!!!!!!!!!!;
cantanti, gruppi, autori.

Noi ci si esibisce subito il primo pomeriggio, bel culo, così abbiamo i tre giorni seguenti per distruggerci e fare conoscenza con la mala locale.

Sul palco tutto bene, io canto gli altri fanno finta, ma il loro compito non è da meno, visto che la giuria preferisce guardarci solo attraverso un monitor per verificare la nostra telegenicità. Saliremo su quel palco altre due volte nella prima settimana, quando da 360 diventeremo 120 e poi 60 e poi 30 sabato 7 dicembre.

I momenti più snervanti ed impegnativi per la nostra attività intestinale si rivelano proprio le selezioni prima che le esibizioni (rilegate ormai ad un problema di look): ogni volta che il presentatore legge i nomi dei prescelti alla fase successiva la scaramanzia prende il controllo della nostra intera esistenza, cioè stessi posti, stessi gesti, stesse preghiere, stesse consumazioni al bar.

Il secondo giorno cominciano gli stage, ovvero incontri con artisti e gente che c’entra qualcosa con la musica in Italia.

C’è da dire che quasi mai riusciamo ad alzarci prima del tramonto, ma in alcuni casi abbiamo potuto apprezzare la schiettezza e la voce gutturale di Ruggeri, la simpatia e l’esoscheletro di Spagna, la pappa nel cervello di uno che c’ha messo due anni per scrivere “Non amarmi” di Baldi-Alotta e che parla di canzoni come di diagrammi di flusso, la sbornia cinica di Bigazzi (un mito che si aggira tra i bar come un Bukowski sanremese), la franchezza di Franco Bixio che rappresenta le etichette indipendenti (prima sconosciute alla quasi totalità dei presenti), i collegamenti del cazzo con rai due e radio due, in cui cerchiamo di sabotare volta per volta l’operato di Cucuzza o Agus o di quel simpa di Alex Braga.

Il pomeriggio giochiamo a ping pong oppure ci dedichiamo alla nostra missione primaria: gli aperitivi. Non l’ho detto prima, ma in effetti il nostro gruppo è a Sanremo per stilare la “Prima Guida all’Aperitivo Perfetto” e si dedica all’ardua impresa con dovizioso impegno.

Circa una quindicina i bar e le vinerie scrutinate, al primo posto ex-equo:
-“Avalon”bar, vicino al Palafiori dove con una bottiglia di Muller-Thurgau di ritrovi sul tavolo la cena di Asterix e Obelix nel lungometraggio “Le dodici fatiche di Asterix e Obelix”;
-“Il profumo del mosto”, in piazza Colombo, la nostra famiglia adottiva sanremese, dove vale il discorso di sopra o quasi, solo che si mangia da paura, grande lista vini e soprattutto Angela, cameriera polacca notevole che prima di ogni esibizione del Pedro ci fa “la magia” e ci benedice.

La sera, fuggendo le coordinate haccademiche andiamo a farci maltrattare all’American Bar, ove un barista matto, xenofobo e ultra-bestemmiatore ci dispensa lezioni di vita e bon-ton (l’ultima sera prima di partire, però sua moglie lo smaschererà tirando fuori dal cassetto le foto con le suore e i bambini che aiutano a distanza ).

Sabato 7 accade che la compagnia che avevamo raccolto intorno si disperde, il manipolo dei ternani è falcidiato, il Clio sul letto “consola” Agnese e Roberta con un massaggio, il babbo di Giorgia commosso incoraggia noi che restiamo, compagnie telefoniche arricchite dal gran giro di SMS!

Eppure è sabato e dura-lex, noi il sabato lo si festeggia lo si, (come tutti gli altri dì del resto). Scopriamo la città vecchia, le viuzze, i negozi, i pub e il “Sailor”: una cantina di disco-bar corredata da barista impazzito che offre “cubini” a go-gò, in cui torneremo volentieri nei giorni a venire.

Torniamo alla base a quattro zampe e domenica, francamente non me la ricordo un granché…Luca fa la vita di Poly il cognato di Rocky: grazie al ritorno di Luna Rossa si alza dal trip “letto+tele” solo per tentare di dare un calcio al pallone e rovinare disteso lungo nel bagno, Mirko scrive poesie, decadente come Verlaine, il Clio telefona ed è meglio non indagare, io comunico ormai solo a rutti.

Lunedì si ricomincia daccapo.

Ci raggiungono gli altri finalisti dei precedenti gironi, siamo 150 in tutto e dopo una tramvata di discorsi ci consegnano addirittura un diploma che dimentichiamo più volte sulle poltroncine (niente a confronto della dimenticanza del Pass: al Teatro del male, se vuoi uccidi qualcuno, ma guai a scordarti il Pass, sei fuori, finito, out!).

“Qui”, il nostro pezzo si lascia cantare ancora un paio di volte, e quando ci comunicano che siamo nei 64, in tutta franchezza cominciamo a crederci. La gente ci riconosce, ci applaude, canta con noi.

La doccia fredda arriva venerdì 13 (scusa la casualità).

Nella lista dei 32, nonostante magie e scongiuri non ci siamo.

Uno ad uno perdono le speranze quasi tutti gli altri che ci erano garbati, o comunque sui quali avremmo scommesso: Luca “Pennello” Di Capua (una specie di Britti, ma con più autoironia); Loredana Errore, col suo metroecinquanta di grinta; gli Shout e i Barco from Ventimiglia; i Pix che si erano calati le braghe sul palco; l’ultimo valido gruppo reggae rimasto; quella decina di ragazze cantautrici brave, che per un motivo o per l’altro si distinguevano dal ciarpame.

Tra i selezionati, accolti sul palco dal silenzio più gelido mai registrato, pochi i volti conosciuti (ci sale in petto addirittura il sospetto che siano dei figuranti), in mezzo alla carne da macello solo la bella facciona di Linda Valori: la fantastica negra-bianca che poi, però non arriverà tra i 16 e i Callisto di Napoli con le loro tenute sixty in optical bianco e nero, che con tromboni e balletti ci erano apparsi come i veri “alieni a Sanremo”.

Quando Mirko, dopo cena, deciderà di portare i nostri saluti al Teatro del male (noi ormai persi in pose alla Righeira sulla pista microscopica del Sailor), scoprirà sul palco a cantare anche una nota faccia di quei giorni che era stata eliminata come noi…
Non che voglia accusare chissacchì, è che probabilmente ci si era persi un ripescaggio, una rinuncia, un’abdicazione, o forse cominciamo ad invecchiare tutti e quattro, il nostro orecchio non è più quello di una volta e il prossimo anno faremmo meglio a partecipare ad un concorso canoro per la terza età…

In buona sostanza, per strada, sulla via del ritorno ci appare tutto chiaro, è il freddo che ci prende allontanandoci dal mare che intorpidisce il corpo e risveglia la mente.

Quello che questi signori dell’Accademia cercano non è sicuramente un artista, non è un progetto di un artista su cui lavorare, non parliamo di cose innovative, per carità, ma neanche di un progetto vilmente economico su cui lucrare, perché (e non parlo del mio gruppo), tra i 400 che ho visto esibirsi, lo dico da bene informato, ce n’erano eccome, soprattutto nelle ultime fasi, di gente sveglia che avrebbe funzionato.

Tutti fuori.

Adesso ditemi voi se è successo:
perché chi giudica ha gusti pre-urlatori o il fiuto di mio padre quando si fa di vics-sinex, e quindi provoca danni incredibili alla propria casa discografica e all’industria musicale in generale;
perché come leggo sul forum del sito dell’Accademia i finalisti sono i soliti tre/quattro “figli di” sommati a quelli che “hanno pagato tot”, con l’identico risultato di cui sopra.

Meditate gente?

No, scappate il più possibile lontano, ecco.

Altre strade ci sono e spesso le più facili e lineari sono quelle che paghi di più.

Al ritorno facciamo l’Aurelia, ché non abbiamo soldi per l’autostrada, a Valentano rovesciamo gli spiccioli rimasti in tasca tra le mani del benzinaio: 5 euri, si riparte.



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