Paola Turci - Piazza del Palombaro - Montalto di Castro (VT) Live report, 06/08/2004

21/08/2004 di



Metti una serata d’inizio agosto, durante una vacanza assieme ad altri otto sciagurati (due dei quali di genere femminile). Metti che, là in mezzo, Woody Guthrie lo confondono con Woody Allen – se va bene. Metti pure che arriva Paola Turci in concerto, proprio quella sera. E che i programmi, invece, prevedono l’ennesima deportazione in discoteca per la sesta serata consecutiva, tanto che sai a memoria tutti i commerciali dell’estate 2004 e se ti chiedono chi era Ornette Coleman rispondi un dj di Chicago. Ecco le premesse psicofisiche che, unite ad una sincera curiosità nei confronti di un’artista da sempre seguita ma mai “studiata” a fondo, hanno dato origine alla partecipazione al concerto della cantautrice romana.

Un’esibizione, davvero, piena di potenza. Come mai mi sarei aspettato. E, soprattutto, accompagnata da un’enorme partecipazione popolare: circondato da gente che almeno mezzo concerto se l’è cantato tutto. Gente là per caso, in costume e ciabatte, con le ustioni del sole sulle guance. Gente che ha “vissuto”, nel vero senso della parola, il concerto di Paola Turci. Se l’è gustato. Due ore abbondanti di musica, sorrette da tutti i maggiori successi, anche targati Sanremo – e la Turci è la testimonianza di come Sanremo riesca (riusciva) raramente, a tirar fuori qualcosa di valido.

Perso il primo quarto d’ora di esibizione per ovvie ragioni organizzativo-logistiche, inizio ad annotare nel cervello i pezzi eseguiti. Pregevole “Il gigante”, uno dei due inediti del nuovo disco-raccolta “Stato di calma apparente” ed ispirato dalla vicenda-Sofri. La Turci lo introduce con delicatezza, rispettando tutto e tutti, dicendo la sua e suonando. Poi via: da “Sai che è un attimo” (quando ho letto che era del 1997 non ci credevo), “Questione di sguardi”, alla fantastica “Sabbia bagnata”. Sarà che sono il più commercial-oriented dell’intera cricca-rockit, sarà quel che volete, ma la Turci mi ha esaltato. Dimenticate – se mai le aveste ascoltate – le versioni su disco. Dal vivo riesce davvero ad essere graffiante, ‘sporca’ quanto basta; è in grado di aggiungere riff taglienti e a cantare egregiamente, senza mezza sbavatura. Di architettare degli ending mai esagerati ma sempre incisivi. Con una line-up da leccarsi i baffi, una sezione ritmica implacabile, a Paola Turci resta il compito di ricamare su un tappeto prepotente le sue melodie ed i suoi passaggi lontanamente intrisi di folk-song, quella folk-song urbana di fine eighties che negli usa è ormai prerogativa di Suzanne Vega e poche altre (non a caso il primo pezzo della Turci fu proprio “Mi chiamo Luka”, cover della straordinaria “Luka”). Anche tanta Michelle Shocked – sentitevi “Anchorage” -, soprattutto nel cantato. Ancora: “Mani giunte”, quella del fuck you, “Questa parte di mondo”, in cui canta la disillusione ed il disincanto, “Armata fino ai denti”, “Un bel sorriso in faccia” al cui interno incastona una rock-version di “Music” di Madonna ed una “Bella ciao” che non ci sta mai male. E tutti saltano, incredibilmente. Zompano, strillano, fotografano. Tanti pezzi, una track-list che davvero se ne infischia di ogni ordine cronologico: “Io e Maria”, “Ringrazio Dio” (siamo al ‘best of’ del 1996), la struggente “Bambini”, “Sarò bellissima” (1986). Poi l’immancabile “Gianna” di Rino Gaetano, che infiamma il pubblico. Però ci mette poco di suo, Paola. In realtà c’è poco da metterci in quel pezzo. Se su disco la Turci pare non staccarsi mai da un registro intermedio né duro né troppo morbido, magari rischiando di non colpire, dal vivo le sfumature si moltiplicano arricchendo ogni canzone. Chiude con “Volo così”, che accontenta fan accaniti e semplici estimatori.

Successi radiofonici, in gran parte fm oriented, musica “facile” per certi versi, senza eccessive pretese – anche se molti testi vanno assai più in profondità di quanto sembri - , rock velato di folk e tutto sommato sempre morbido. Tutto vero, per carità. Ma le obiezioni sono due: dal vivo, è un’altra storia. Sempre e per tutti. Ma in maniera specifica per questa artista. Secondo: la Turci merita di stazionare molto, molto più in alto nella scala di gradimento di tanta critica nostrana che boccia tutto e tutti salvo poi santificare il primo gonzo che fa il finto-alternativo di inizio millennio. Oppure marchiare a cinque stelle, senza neanche scartare l’involucro, l’ennesimo Vasco Rossi che canta l’insensato e suona la stessa canzone da almeno cinque/sei anni. La collaborazione con la Bandabardò, infine, non ha fatto che bene.



Immagina tratta dal sito ufficiale dell'artista.

Leggi anche l'intervista realizzata dopo il concerto!

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