Viola (Violante Placido) - Piccole, malinconiche gioie in una bolla di sapone

21/11/2005 di



Ah, gli edicolanti di Milano. Razza amabile. Solitamente sono abituati a essere trapanati all’udito da un fronte che, dall’alzata della serranda, si apre ogni mattina presto a 360°, e dunque sono scorbutici come pochi. Ma, se non ci fossero loro, chissà la gente che non conosce i posti quanta fatica farebbe a raggiungere gli obiettivi. Stavo andando ad intervistare Viola – al secolo Violante Placido, l’attrice figlia d’arte che ha recentemente dato alle stampe “Don’t Be Shy...”, il suo primo, grazioso disco – e mi sentivo tutto un subbuglio. Non tanto perchè dovessi incontrare quel nudo integrale mozzafiato di “Ovunque Sei” (l’ho sparata), quanto perchè erano ore che giravo in cerca di quel maledetto Hotel Una Tcq – posto famoso ma frequento poco, povero me - e tutti quelli a cui chiedevo lumi, rispondevano lemme: “chiedi all’edicolante, fratello”. E io temporeggiavo, testardo, un po’ scosso da questo frequente utilizzo del “fratello”, mah. Quando mi decidevo, e l’edicolante mi indicava la strada, erano ormai passati vari minuti, e io – mignottaro – arrivavo con un quarto d’ora di ritardo.

Trafelato, entravo all’hotel e lei non c’era. Era al telefono, mentre mi aspettava. “Santo Silvio – imprecavo – c’è Violante Placido che mi aspetta”. Scambiavo così due chiacchiere con un simpatico collega e con la simpatica discografica, e sento dei passi dalle scale lì vicino. Non mi giro, mi dico, so che è lei, mi farò aspettare ancora un po’ (quante cazzate: in realtà non sapevo da che parte iniziare a osservare). Così, dopo una calorosa pacca sulla spalla dal collega, mi giro e le tendo la mano. E’ bellissima. Maglietta nera, gonna effetto godet, stivali di pelle marroni. Due occhi blu, enormi. “Piacere, Violante”. Piacere.

Vivere la timidezza, per superarla
“Ho deciso di mettere i puntini al titolo, perchè non volevo che fosse una frase imperativa. Ho rispetto per la timidezza: penso che sia qualcosa che vada ascoltato. Però, se da una parte può riservarti sorprese, non bisogna far sì che ti sovrasti”. Siamo seduti nella sala conferenze, l’intervista è iniziata. Sembra distaccata. E’ assolutamente professionale, distinta. Parla e continua a toccarsi un anello, con il quale gioca nervosamente. Guarda in basso, rare volte alza lo sguardo. La raccontavano come antipatica, per ora vedo un’attrice che prima di iniziare a parlare ha indossato una lunga sciarpa. Le pongo la prima, annosa questione: il mercato è sull’orlo del collasso, le major licenziano i dipendenti, i teen ager non sanno nemmeno cos’è un negozio di dischi; ma chi te l’ha fatto fare? Ghigna. Spero abbia capito che era un’iperbole. “Per anni non mi sono permessa di suonare uno strumento, mi ritenevo incapace. Invece quando ho deciso di farlo mi si è aperto un mondo, qualcosa che mi fa stare molto bene. E’ terapeutico e mi fa tirare fuori delle cose”. Accidenti. Rock ‘n’ roll saved my life. “Ho iniziato a registrare tutto ciò che suonavo, e sono nate delle canzoni. A questo punto è stata complice la mia amicizia con Giulio Corda e Paolo Bucciarelli (rispettivamente ex-cantante ed ex-tastierista dei Giuliodorme, NdR) con cui anni fa era nata un’amicizia”. E’ Pescara dove Viola incomincia a nutrire un sincero interesse per la musica. Nella sua permanenza racconta di aver ascoltato molta musica, di aver frequentato tanti posti rock. Legge dei Velvet Underground: chiunque dopo averli ascoltati voleva formare una band (l’ha detto pure Brian Eno). “Se ami la musica, prendi uno strumento e suona. E’ un regalo che ti puoi fare. Nel frattempo Giulio aveva aperto un’etichetta indipendente e uno studio, con sovvenzioni dall’Abruzzo. Ci siamo chiusi là per tre mesi e abbiamo fatto il disco”. L’album è tutto scritto da Violante, ma il disco senza i due non sarebbe potuto essere quello che è, cioè un raffinato esempio di indie-pop semplice ma non banale. “Dovevano cercare di interpretare che cosa volessi. Tiravo fuori delle metafore assurde per far loro capire che mondo volessi nelle canzoni. Abbiamo trovato un linguaggio comune, ed è nato questo disco”. Cantato quasi tutto in inglese, scelta che per alcuni è una precisa dinamica stilistica, per altri un rifugio comodo dove usare parole dal bel suono senza occuparsi troppo dei contenuti. “Mi esce più naturale, avendo fatto scuole inglesi e ascoltato più musica inglese. Almeno agli inizi, visto che poi ho ascoltato molta musica italiana. E’ anche vero che questo disco è istintivo e incosciente. Non sono una musicista, quando chiudo gli occhi mi sono uscite queste parole, più semplici. L’italiano è più intellettuale, anche più snob”. Secondo Violante il rock italiano di un certo tipo è la fusione di una lingua “difficile” associata ad una musica “facile”: l’esempio è Carmen Consoli che ha creato uno stile ed una nuova metrica. La cantantessa non mi esalta, decido che è il momento di fare un po’ il romantico, visto che un l’atmosfera si sta sgelando. Le dico che sono un malinconico cronico – è vero – e che se ci fosse una stagione per descrivere il suo disco sarebbe la primavera – ed è vero anche questo. “Io sono nata di primavera”, dice dolce. Le sorrido e le chiedo di che segno è. Mi risponde Toro e annuisco, sornione. In realtà non ne capisco una mazza di segni zodiacali e so solo che, quando dico il mio, tutti fanno ghigni beffardi. Non so più che cosa dire. Allora vado alla deriva e le chiedo: “tu come vedi la vita?”. Impallidisce, poverina. “Che domanda allucinante”. Ti credo, fossi stato io sarei scoppiato a ridere insensatamente. Ma si ricompone: “Ho spesso degli alti e bassi, ma penso che la vita sia ricca di tante cose”. Vorrei fermarla, dirle che è colpa mia, che ho sbagliato, che sono giovane e maturerò. Ma non ci riesco. “La vita è qualcosa di incredibile e più grande di dove la nostra mente può arrivare. E’ fatta di sensazioni, di cose grandi. Ho rispetto per la vita. Ma è un lavoro faticoso trovare la maniera di essere sempre grati a questo dono”. Tiro un po’ fiato e poi correggo il mio tiro. Vedi, Viola, io volevo dire che tanti, nell’opera artistica – specie la musica leggera, che è spesso molto intima - fanno confluire una gran parte di loro. Dunque, se questo disco è nato con voglia di raccontarsi, c’è forse un desiderio di allegria? Stavolta non ho spentolato. “Sono una persona tendenzialmente pessimista. Ma mi sprono sempre a reagire. Penso che ci sia una malinconia di fondo”. Ah, parole sante. Visto che andiamo verso il depressivo, le scocco la domanda più attesa dal Comandante Janez: meglio Marzullo o Luzzato Fegiz? Ghigna di nuovo. “Marzullo...? Perchè Marzullo?”. Me lo chiedo anche io. Perchè? Mah. La domanda la infastidisce e non ci caviamo un ragno dal buco, cambiamo argomento.

Spaccati dentro e fuori
Violante è un’attrice che spesso ha interpretato ruoli in film sui trentenni, generazione “spaccata dentro e fuori”. Alcuni raccontano gli anni novanta come un momento in cui il sogno si stesse compiendo: erano finiti gli anni ottanta, i centri sociali occupati, Kurt Cobain su Mtv. Poi il nulla. “Quello che viene raccontato in Italia non posso accostarlo a Kurt Cobain. Nei film italiani non vedi niente di tutto ciò, molti registi italiani neanche la conoscono, questa realtà”. E ancora. Roma, il nulla #2. “Nella mia città non ho potuto vivere nulla di tutto ciò. L’input mi è stato dato dalla provincia. Roma ha una mentalità ristretta. Tutti questi ragazzi che hanno voglia di suonare non ne vedo, per non parlare delle ragazze...”. Sono ancora un indie-rocker, perciò non posso che innalzare la mia bandiera. Una Viola che fa indie-pop non può non conoscere la “scena” indie-pop romana: Carpacho!, Micecars, Turnpike Glow... Non li conosce. “Suoneranno in giro, no?”. Ma il suo singolo, “Still I”, sembra proprio una canzone dei Pecksniff. Non li conosce. Questi te li devi segnare, le dico. “Si, si, scrivimeli su un foglietto!”. Poi c’è il Circolo degli Artisti, gran programmazione. “Vero!”. Le chiedo se ci suonerà. “Me l’hanno chiesto, però ho deciso di fare piccoli showcase con pochi pezzi in una dimensione acustica. Quando sarò pronta per un live, sarebbe meraviglioso”. Per una che non si è mai esibita sul palco con una band un concerto può essere elettrizzante e pericoloso allo stesso tempo. Mentre glielo dico ride divertita quasi a stemperare la tensione; continua a toccarsi l’anello nero, ha le mani che accompagnano la gonna in mezzo alle gambe, che tiene aperte. “Sono un po’ preoccupata. Conoscendomi, sapendo quanto sono emotiva, sono certa che alla prima canzone un po’ di timidezza ci sarà. C’è un atmosfera da dominare”. Non so perchè, il mio pensiero corre a Sanremo, a Pippo Baudo, al vecchio conio di Bonolis. Corre. Le chiedo se anche a lei piacerebbe essere invitata a Sanremo come Carla Bruni, sua compagna d’etichetta. Al pronunciare la parola, appunto, s’imbrunisce. “Penso che non c’andrei mai, non so se sarei capace di sostenere un pubblico del genere. E poi assolutamente non in concorso. Non ho bisogno di una vetrina, non voglio diventare famosa con questo disco. E’ solo una mia passione”.

Affinità e divergenze con la compagna Bruni
“Voglio dire una cosa, perchè hai tirato fuori Carla Bruni. La cosa che penso ci accomuni è l’essere usciti con un disco, a sorpresa. Su Max, dopo questo discorso, c’è scritto: ‘ma io non l’ho fatto per disperazione’. Io non mi permetterai mai: ho un grande rispetto per il suo lavoro”. Questo è il punto che Viola - artista che ama alla follia i dEUS e Sparklehorse, Prince e Jeff Buckley – vuole mettere su questa questione. Cambio discorso e le chiedo cosa ne pensa della Scientology-mania che dilaga fra gli attori ad Hollywood. Mi racconta di esserci stata, a diciott’anni, proprio nell’allucinante centro di Milano. “Era entrata prima una mia amica e mi dicevo ‘ma guarda tu, le stanno lavando il cervello’. Poi sono entrata io, e mi ha intrippata più di lei!”. Parliamo un po’ delle religioni, di Cristo, di ritiri spirituali, di breviari spacciati come soluzioni ai problemi tuoi e del mondo. Chiacchieriamo, insomma. Quando vedo che sono passati quaranta minuti, penso che forse il mio tempo stia scadendo. Così le scocco la domanda più idiota che potessi farle: Violante, che cosa ci si sente ad essere un participio presente? Lei ghigna, credo non abbia capito bene. Le spiego il pauperistico ragionamento che sostiene una siffatta formulazione e piano piano scompaio nella sedia. C’è qualcuno che mi deve una birra, e dopo questa posso andarmene. Saliamo le scale, le stringo la mano, un paio di baci sulla guancia e sono di nuovo in strada. Milano. Passerò dall’edicolante a prendere qualcosa da leggere. Tipo Max, c’è pure il calendario della Santarelli...




"Don't Be Shy..." è il primo, grazioso disco di Viola, semplice pseudonimo sotto cui si nasconde Violante Placido, già figlia d'arte e attrice.

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NON A TUTTI PIACE VIOLA
Esibitasi alla FNAC, Viola ha convinto alcuni e reso perplessi altri. Qui il parere di una collaboratrice a cui Viola, dal vivo, non è piaciuta.

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