Piero Pelù racconta com'era suonare a Firenze negli anni '70-'80, e come sono nati i Litfiba Rubrica

I Litfiba live al Vertige di Liegi, 1986 Foto di  Alex Fontaine - I Litfiba negli anni '80I Litfiba live al Vertige di Liegi, 1986 Foto di Alex Fontaine - I Litfiba negli anni '80
02/03/2015 di Piero Pelù

Vi avevamo già parlato nei mesi scorsi di "Gli Altri Ottanta", il libro di Livia Satriano uscito nel 2014 per Agenzia X che esplora e racconta gli anni del post punk italiano. Oggi però vi facciamo leggere in esclusiva un racconto inedito dove Piero Pelù racconta come sono nati i Litfiba e soprattutto com'era e cosa voleva dire suonare a Firenze negli anni '70 e '80

 

Negli anni Settanta Firenze era una città molto particolare. Era una specie di isola felice, a differenza di Bologna, Milano, Torino e altre città industriali nelle quali si sentiva molto il peso della violenza politica. Il clima di quegli anni era comunque, e ovunque, molto pesante. A Firenze lo fu di meno forse anche grazie alla presenza di una grande comunità fricchettona, che si spalmava per il centro della città, da Piazza della Signoria fino a Santo Spirito. Aveva aperto le sue porte Il Tabasco, il primo locale gay d’Italia… insomma, da questo punto di vista, Firenze era una città che ha sempre rappresentato la tolleranza verso ogni forma di espressione. Questa situazione fornì l'humus giusto perché avvenisse poi quell'esplosione pazzesca, culturale e musicale, che investì la città sul finire del decennio. Io da piccolino avevo avuto un primo approccio allo studio della chitarra, ma era stato disastroso. Mi ero esaltato moltissimo dopo aver ascoltato il primo album dei Black Sabbath e “Revolver” dei Beatles, così decisi di acquistare una folk Eko Eldorado, sperando di poter emulare il sound di Tony Iommi e di George Harrison. Andavo a lezioni di chitarra, ma era una noia mortale. Mi mettevano a studiare le scale e la cosa non mi appassionava. Allora per un po’ lasciai stare lo strumento, ma non abbandonai mai l’interesse che avevo sviluppato per la musica. Un bel giorno, su Odeon, trasmisero un servizio di Michael Pergolani sul punk a Londra. Fu la prima volta che ebbi modo di vedere con i miei occhi quello che stava succedendo. Era l'estate del 1977, avevo quindici anni, e ricordo che ascoltai assieme a un mio amico un disco che gli era stato portato da Londra. Si trattava del primo album dei Clash, lo mettemmo sul giradischi e rimanemmo completamente spiazzati. Non che suonasse granché bene, quello che ci aveva colpito era l'assoluta novità di quei suoni. Qualcosa che non avevamo mai ascoltato prima!

Firenze non era certo una grande metropoli, ma, nel mio piccolo, cominciai a crearmi un giro di ascolti e conoscenze. Federico Fiumani ed io ci frequentammo da subito, ci incontravamo da Contempo un paio di volte a settimana e stavamo lì a ‘masturbarci’ su tutti i dischi che avremmo voluto comprare ma che, date le nostre finanze, non potevamo permetterci. Nel negozio vedevamo anche Marcello Michelotti, Ernesto De Pascale e tanti altri amici che condividevano con noi questa passione per la nuova musica. Ci incontravamo da ascoltatori, ma avevamo già le mani che prudevano per la voglia di fare qualcosa, di lanciarci anche noi nella mischia. Sentivamo che era il momento giusto per prendere in mano degli strumenti e iniziare a suonare. Nel '79 cominciai a mettere su una band assieme ad alcuni compagni di classe del liceo e a un esterno più giovane di noi di un anno, Ringo, che mi fu presentato da amici. Cominciammo ad appestare il condominio dei miei ogni sabato pomeriggio, dalle due fino alle otto di sera, in uno spazio che aveva un'acustica che definire pessima è dir poco. Ci devastavamo le orecchie e rompevamo le scatole a tutti. I gusti musicali all'interno di quella mia prima formazione erano molto variegati. A me piaceva il punk, ma anche Bennato. Agli altri piacevano i cantautori italiani, ma anche King Crimson, Robert Fripp, mentre Ringo aveva una vera passione per i Beatles. Forse il nostro unico comune denominatore era proprio Edoardo Bennato e ben presto divenne il nostro punto di riferimento. Bennato era stato fra i primi, e sicuramente fra i più credibili, cantautori rock in Italia.

Eravamo tutti studenti del liceo, autodidatti e ampiamente ostacolati dalle famiglie. In quel periodo io andavo spesso in Francia, a scuola studiavo francese e avevo dei contatti a Parigi con i quali la mia famiglia aveva una sorta di scambio: loro venivano a Firenze per le vacanze di Pasqua e io andavo lì da loro a fine anno scolastico. La situazione musicale in Francia era molto più evoluta rispetto alla nostra. Facevo grandi spese in riviste musicali e dischi, mi abbonai anche a un giornale francese che amavo particolarmente, si chiamava “Rock & Folk”. In questo mi differenziavo un po' da tutti i miei amici che, da bravi anglofoni, si facevano invece spedire a casa il “New Musical Express”. In Francia c'era un programma straordinario su Antenne2, che si chiamava Chorus e andava in onda il sabato. Faceva un resoconto di tutti i concerti che c'erano stati a Parigi durante la settimana, mostrando estratti live. Per me quel materiale era oro, ho imparato più da quel programma che da qualsiasi altra cosa. A quell'età, a diciassette anni, sei coma una spugna. C'erano poi diversi gruppi francesi di quel periodo che erano molto interessanti come, per esempio, i Taxi Girl, e poi, immancabile, c’era Gainsbourg, che continuava a fare dei dischi straordinari.

Leggevo con voracità gli articoli di “Rock & Folk” finché un giorno mi accorsi che “Rockstar”, la rivista italiana, copiava quegli stessi articoli traducendoli in italiano. Non ci potevo credere! Scrissi immediatamente una lettera in redazione, incazzato come una iena. La cosa m’indignò a tal punto che non acquistai mai più in vita mia una copia di “Rockstar”. Nel 1980 compivo diciotto anni e decisi che era arrivato il momento di iniziare a suonare in giro. Da Federico ebbi la dritta di questo circolino Arci vicino a Piazza Puccini che si prestava, nella sala della tombola, a ospitare gruppi dal vivo. Andai a vedere e lo spazio era effettivamente molto grande, con grossi tavoloni da gioco, ma di un palco neanche l’ombra. Evidentemente le altre band si esibivano così, ma a me questa cosa proprio non andava giù. Cercai immediatamente il gestore del locale e gli dissi che avrei suonato lì con la mia band, i Mugnions, ma solo a patto che mi avesse lasciato libero di fare quello che volevo. Il tipo acconsentì, dicendomi “basta che non fate cazzate!”. Mi sembrò uno scambio equo. Così quel pomeriggio mi misi lì e riunii tutti quei tavoloni in un unico angolo. Quello lì sarebbe stato il nostro primo, vero, palco.

Nel frattempo avevo cambiato liceo quindi potei invitare la bellezza di due classi, vennero a sentirci tutti i nostri amici e la sala si riempì. Era l'8 marzo del 1980 ed era la prima volta che mi esibivo dal vivo davanti a qualcuno, su di un palco costruito da me pezzo per pezzo, fu un'emozione pazzesca! Dopo quello ci furono altri concerti, tra cui la partecipazione al Versilia Rock ‘80 sul lungomare di Viareggio. Era un evento piuttosto importante, nel quale eravamo stati introdotti da un nostro proto-manager. Come headliner c'erano gli Stranglers, Tom Robinson e lo straordinario Nino Ferrer che, all'epoca, in Italia quasi nessuno conosceva se non per “Donna Rosa” o “Viva la campagn”a. C'erano gli Skiantos freschi del loro successo con “Mi piaccion le Sbarbin”e, c'era Gianna Nannini, e poi c’eravamo noi, più che esordienti. Suonammo nel pomeriggio e naturalmente non c'era nessuno a sentirci, escludendo la mia famiglia e un po' di amici che ci avevano raggiunto per l’occasione, però fu ugualmente divertente, un'esperienza indimenticabile. Su “Ciao 2001” uscì poi una recensione di quel festival, si parlava di tutta la serata e a noi fu dedicata una riga. Diceva soltanto: “…E poi i Mugnions: Tremendi”.

Su quel ‘tremendi’ nei mesi successivi dibattemmo molto… Per il nostro bassista era un giudizio positivo, per me invece era solo una stroncatura, e anche abbastanza categorica. In effetti, l'equivoco del duplice significato c'era.
Dopo quell'esperienza, capii immediatamente che bisognava fare qualcosa di più. Nel frattempo avevamo tutti iniziato l'università. Volevo andare al Dams, ma non ebbi il coraggio di staccarmi da Firenze, così m’iscrissi a Giurisprudenza, ma diedi solo qualche esame e passai a Scienze Politiche.
Dopo qualche mese, mi accorsi che più di tanto da quella storia dei Mugnions non si poteva cavar fuori. Lasciai il gruppo e me ne andai per la mia strada. Dopo un po’, lasciarono perdere anche loro.

Litfiba 1982

Foto di I. Gallo

A una festa punk avevo conosciuto Antonio Aiazzi, o meglio, lui si ricordava di me perché gli avevo sfasciato mezza casa. Antonio suggerì il mio nome a Francesco Calamai, primo batterista dei Litfiba, che aveva incominciato a provare assieme a Gianni Maroccolo e Ghigo Renzulli in una cantina di via de’ Bardi. Cercavano un cantante e Aiazzi disse che conosceva uno che era matto al punto giusto da poter cantare. Così mi contattarono e passai in via de’ Bardi per conoscerli. Non avevano ancora delle canzoni, ma si sentiva che era un livello molto più alto rispetto a quello dei Mugnions. C’era una base ritmica pazzesca, un chitarrista vero, un tastierista che sapeva dove mettere le mani. Cominciammo a provare insieme e io mi inserivo con la voce sul materiale che già avevano a disposizione. Ghigo insisteva perché cantassi in inglese, ma io ero deciso a cantare in italiano. Ero abbastanza in crisi con gli anglofoni, certo c’erano delle band che per noi erano dei riferimenti, come Stranglers, Bauhaus o Killing Joke, ma, in generale, non ero mai stato un grande fan della lingua inglese. A Londra ci andai, per la prima volta, nel dicembre del 1980, dopo il nostro debutto come Litfiba alla Rokkoteca Brighton. Partii con l'intenzione di restare, ero abbastanza infuriato con l'Italia e con quello che non succedeva nel mondo della musica che, se avessi trovato qualcosa in Inghilterra, sarei sicuramente rimasto lì. Ma non fu il caso, Londra mi deluse così tanto che me ne tornai di fretta a Firenze. L'idea che mi ero fatto da quel documentario andato in onda su Odeon non trovava un riscontro effettivo nella realtà che osservai. Nella mia testa Londra doveva essere piena di punk, concerti, diti medi sbandierati e invece mi sembrò tutto l’esatto contrario. Una sera andai al Marquee al concerto di Eddie and the Hot Rods, pogando fra il pubblico ruppi una lattina e incominciai a tagliarmi. I punk che erano lì intorno inorridirono e chiamarono subito il servizio d'ordine che mi sbatté fuori. Forse io confondevo un po' il palco con la vita reale, ma per me non c'è mai stata troppa differenza.

Tornai a Firenze ed esplosero gli anni Ottanta, era il 1981 e da quel momento in poi fu un’escalation. In via de' Bardi ci facemmo la muffa, era diventata la nostra tana. Quando mettemmo in piedi l’IRA Records nel 1984, si raccolsero attorno a noi vari gruppi, i Moda, i Diaframma, gli Underground Life, i Bisca, i Violet Eves. Facevamo un po' da contraltare a quello che stava succedendo a Bologna ormai da diversi anni con l'Italian Records. I primi ad aver creato quel genere di fermento, con una nuova musica cantata in italiano, erano stati sicuramente gli Skiantos. A noi non interessava fare quello che facevano già altri, volevamo sviluppare un sound tutto nostro, che si caratterizzò soprattutto grazie alle tastiere di Aiazzi e al basso molto presente di Maroccolo. Questi furono i segni distintivi della musica dei primi Litfiba, almeno fino all'album “17 Re”. Con “Litfiba 3” ci fu poi la svolta verso il rock, che proseguì fino all’hard rock di “El Diablo”. Ma gli Ottanta, allora, erano ormai finiti e non era quindi un caso che il nostro sound si era evoluto in quel senso.

I miei ascolti di quel primo periodo erano stati davvero variegati, il punk stava già cedendo un po' il passo. C'erano i Crass, gli U.K. Subs, i Dead Kennedys, i PIL, la new wave stava prendendo sempre più piede e c’erano in giro un sacco di cose straordinarie. Qui a Firenze vidi moltissimi concerti, fu un momento memorabile… Killing Joke, Virgin Prunes, Tuxedomoon, Snakefinger, Nico, Johnny Thunders, i Gun Club. E poi ancora, al Manila, gli Spandau Ballet e i Gang of Four. A sentire Johnny Thunders ci saranno state duecento persone, ma io ero davanti al suo amplificatore e quel concerto lo ricordo benissimo. Fu lì, vedendolo in azione, che ho capito davvero come si suona la chitarra rock.

Piero Pelù, 1986 Foto di  Alex Fontaine

Foto di A. Fontaine 

Piano piano, suonando in giro ma soprattutto confrontandoci, affinammo sempre di più il nostro stile. Io portavo in sala tonnellate di musica da ascoltare, tutto quello che mi aveva colpito. Bruno Casini fu il nostro primissimo manager e ci aiutò davvero molto, perché si occupava del booking dei concerti, delle trasferte e di tutto il resto. Eravamo in buoni rapporti con gli altri gruppi della scena fiorentina, ho sempre avuto molta stima di Federico Fiumani e dei suoi Diaframma e penso anche lui di me, perché siamo stati due panzer del cantare la new wave in italiano, quando invece c’era questa tendenza a dover cantare a tutti i costi in inglese. Nel 1982 vincemmo il festival rock, “Il Rock italiano mette i denti”, a cui presero parte centinaia e centinaia di gruppi da tutta Italia. Contemporaneamente uscì il nostro primo EP “Guerra”, che è ormai un pezzo da collezione. Quella vittoria fu per noi uno step importante perché permise a molti giornalisti, giovanissimi come noi, di scoprire che c'erano delle eccellenze anche nel nuovo panorama rock italiano: i Denovo, gli Skizzo, i Bisca, gli Avion Travel, tante formazioni che avrebbero poi fatto strada negli anni a venire. Quei giovani giornalisti iniziarono pian piano ad avere i propri spazi, in Rai e alla radio, e di conseguenza anche noi avemmo la possibilità di rilasciare interviste e farci conoscere. In Italia stava succedendo qualcosa di importante perché, per la prima volta, si trattava di un linguaggio rock diverso, nuovo, che non aveva nulla a che fare con i cantautori o con il mondo del prog. Guardavamo avanti, l'unica band della vecchia guardia che riusciva a esercitare del fascino su di noi erano gli Area. Solo in un secondo momento, e in autonomia, ho imparato ad apprezzare anche la PFM, il Banco del Mutuo Soccorso e tutto il grande prog italiano. Allora, semplicemente, guardavo altrove.

Iniziammo a girare molto, anche all’estero, siamo stati in Francia, Belgio, Svizzera, Germania, Spagna. In Francia fummo subito accettati e tenuti in palmo di mano, io parlavo correttamente il francese e la nostra proposta musicale era effettivamente originale, anche per i loro standard. Ci adottarono e per noi fu una vera fortuna perché la new wave fiorentina, e italiana in generale, dopo un po' cominciò a fare il suo tempo. Era un giro di band che si chiuse sempre più su se stesso, auto-fagocitandosi, mentre noi avevamo la possibilità di avere un confronto diretto con altre realtà, anche molto diverse dalla nostra. Fu molto importante, era come prendere una boccata d'aria. Questo ci aiutò tantissimo a crescere, ogni viaggio ci faceva tornare arricchiti. Conoscevamo altri musicisti e compravamo e ascoltavamo dischi mai sentiti primi…
La ‘trilogia’, i nostri primi tre album, sono la mia infanzia e adolescenza musicale. Fu un momento magico e irripetibile perché avevamo ancora innocenza e incoscienza e, se sei un artista, questo è estremamente positivo.

Fra le cose che porto con me di quel periodo e che credo mi siano poi servite anche molto negli anni a venire, c'è sicuramente l'apertura mentale che avevamo. Ascoltavo il nuovo rock e la wave, ma anche musica completamente diversa, Popol Vuh, Schoenberg, Bela Bartok o la musica etnica dei Balcani… una quantità di input variegati che mi hanno permesso di guardare sempre oltre e di avere un linguaggio che fosse il più ampio possibile. Tutto questo, pur rimanendo fedele chiaramente allo stile della band. Album come “17 Re” non sarebbero mai nati se non avessi ascoltato la “Saga della primavera” di Stravinskij, o Schoenberg e Bartok.
Un evento che mi rende molto orgoglioso e mi piace ricordare fu “La Musica contro il Silenzio”, il concerto contro la mafia che organizzai a Palermo nel settembre del 1986. Con noi c’erano i Diaframma, Joe Perrino, i Detonazione, i Gaznevada, i Denovo. Lo organizzai in prima persona perché la ritenevo una cosa fondamentale. Secondo me la musica deve svolgere sempre un ruolo sociale e non si può sollevare dalle sue responsabilità, questa è una cosa in cui credo fermamente e per la quale mi sono sempre battuto, in tutti questi anni.

Se c’è una cosa che non è mai cambiata, nel mio approccio alla musica, è la voglia di ‘spaccare’, in ogni senso. La avevo allora, ce l’ho adesso. Sia con quello che scrivo, sia ogni volta che salgo su un palco. Anche perché purtroppo, mai come in questo periodo, le ragioni per essere incazzati ci sono e sono parecchie. Mi piacerebbe forse poter recuperare un po' di quell'innocenza che avevo agli inizi, ma quando il mondo e le sue dinamiche t’intossicano, è difficile tornare indietro. Firenze sta vivendo oggi un periodo di vero oscurantismo culturale. L’ex sindaco purtroppo è diventato un paradigma a livello nazionale e la città culturalmente sta implodendo. Quando non c'è più cultura in un luogo è un disastro, perché inizia la barbarie. Firenze oggi ha un solo primato, che è quello di essere la prima città in Italia per il consumo di cocaina. Questo la dice lunga sullo stato delle cose. Una scena musicale non esiste ormai da anni, ma c’è un segnale positivo ed è che stanno riaprendo molti piccoli locali e club che consentivano ai gruppi di suonare. Niente è perduto quindi. Bisogna solo rendersi conto, però, che adesso si farà il doppio della fatica. Quando abbiamo iniziato noi, negli anni Ottanta, non avevamo nessun punto di riferimento e questo ci ha aiutato molto a non avere delle aspettative. Non ce ne fregava nulla e per questo forse abbiamo creato qualcosa.
Il problema per chi comincia adesso è che ha un punto di riferimento in quello che già abbiamo fatto noi, quindi la cosa rischia di essere un po' più frustrante. L'unica carta vincente, però, è cercare di fregarsene il più possibile di quello che c’è intorno, delle classifiche, del successo, dei metri di giudizio e lavorare sempre e comunque per se stessi. Questa, alla fine, è l’unica cosa che paga. O almeno, con noi ha funzionato.

Tag: discoteca italiana

Pagine: Diaframma Litfiba Piero Pelu'

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Commenti (19)

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  • Umba Pinkdrummer 15/08/2015 ore 12:17 @umba299

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  • Umba Pinkdrummer 15/08/2015 ore 12:18 @umba299

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  • Umba Pinkdrummer 15/08/2015 ore 12:24 @umba299

    Bello molto romantico,ma Pelù ha sempre avuto il difetto di parlare tt e fare poco per le giovani band se nn lo fà uno come lui ad dare una svolta sensibile nel mondo e chi lo puó fare?
    Si è gettato a capofitto nel busines musicale da anni considerando solo il Dio denaro pur a parole sempre criticato. ..ma!
    Imparasse un pò dal grande Marok, avrebbe meno soldi ma più orgoglio e consideration.

  • Mariella Rocchetta 28/03/2017 ore 19:02 @rocchettamariella

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  • Andrew Lloyd 46 giorni fa @andrewlloydd

    El Diablo è un disco di Rock latino. Si sono avvicinati molto all'hard rock col successivo "Terremoto". Sottolineo AVVICINATI.
    Pelù è ancora oggi un ottimo frontman. Certo, innocenza e incoscienza hanno lasciato spazio ad altre cose ma va dato atto ai Litfiba di aver fatto la storia del rock italico negli Anni Ottanta / primi Novanta.

    Per chi fosse interessato, a questo indirizzo può leggere un'intervista recente a Gianni Maroccolo
    http://www.cityandcity.it/sua-altezza-maroccolo/

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