Come pogano le ragazze

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08/02/2017 di

Con gli occhi ancora pieni delle splendide immagini delle Women March 2017 in giro per il mondo, ho preso l'occasione per riflettere sulla parità di genere in un contesto sociale molto particolare e a me molto caro: quello del pogo. Insomma, mi sono chiesta come se la cavano le ragazze ai concerti quando l'atmosfera si inizia a scaldare e cominciano a volare i primi calci e gomitate. C'è un po' di cavalleria oppure non si risparmia neppure la più minuta delle ragazze? C'è una nutrita presenza femminile nella mischia, oppure no?

Nel panorama dei live italiani si può andare incontro a una varietà musicale di generi e location ampissima, ma il pogo è una delle costanti che accomuna la gran parte di essi, che si parli di indie rock, di metal, di pop o di elettronica. La presenza femminile ai concerti è altrettanto consistente e quindi inevitabilmente entra a far parte del fenomeno, con tutta una serie di possibili configurazioni.

Quello che in questo contesto definiamo pogo è una costante comportamentale derivata da due diversi fenomeni musicali: da un parte la versione europea del pogo, sviluppatasi nell'ambiente del punk britannico e, si dice, brevettata da Sid Vicious. Il pogo punk consisteva nel saltellare sul posto a ritmo del live e non aveva una collocazione spaziale troppo rigida. Il pogare punk rispecchia l'anima nichilista del genere, dove ognuno balla per sé stesso, senza contatto e senza coinvolgere gli altri nella propria bolla di fruizione.

La pratica si è poi fisiologicamente evoluta man mano che contagiava altri tipi di generi live, ma è dagli Stati Uniti che è arrivata la vera ondata di cambiamento. La California dei primi anni '80 è la culla dell'hardcore e proprio da quel nascente genere musicale che radicalizzava la fisicità del punk arriva la più nota variante del pogo, il moshing.
Nei mosh pit americani si è iniziato a mettere il proprio corpo in relazione con gli altri, a suon di spintoni, gomitate e calci rotanti. La situazione americana ha preso una piega particolarmente violenta, sfociata più volte in episodi di isteria e addirittura di morti durante i live.



Fortunatamente in Italia la diffusione del pogo ai concerti, inteso come prodotto misto tra originario punk e influenze dinamiche statunitensi, si configura di solito come civile espressione di divertimento. Nelle prime file sottopalco a un concerto rock si raccolgono i fan più accaniti e gli spettatori più coraggiosi, ben consci del fatto che appena dopo la transenna (o il palco) c'è la reale possibilità di beccarsi qualche gomitata.

Essere una ragazza nelle prime file può essere difficile per diversi motivi: quello più ovvio è che solitamente si ha un certo svantaggio fisico in termini di altezza e stazza, perché c'è una netta prevalenza di uomini nelle prime linee del fronte che nei momenti di foga non fa distinzioni tra chi è munito di tette e chi no.
Nonostante ciò, nella mia esperienza ho constatato che le ragazze amano il pogo quanto i loro amici e accettano di buttarsi nella mischia assumendosi tutti i rischi del mestiere. Contrariamente a quanto si possa pensare, credo infatti che il pogo non sia questione di fisico o di forza bruta ma espressione corporea di passione, è catarsi purificatrice e momento di aggregazione sociale, un parte fondamentale dell'esperienza concerto. Ci sarà ovviamente chi spintona soltanto per accaparrarsi la prima fila, così come la ragazza che si porta il fidanzato a mo' di zaino tutto il tempo, ma in un contesto di cooperazione e rispetto si riesce a rimpirsi di lividi nel modo più paritiario immaginabile.



Nella migliore delle ipotesi, nel pogo una ragazza smette di essere una ragazza e diventa una persona che decide di rispondere solo alla musica. L'attimo di perfetta astrazione in cui ti slanci di peso sul tuo vicino o durante il quale ricevi un gomito nel costato non ha sesso, etnia, età, orientamento o religione. Con la cassa che rimbomba nel petto e il sudore (il proprio, quello degli altri) ad accecare gli occhi a malapena si vede chi ci sta di fianco, ed è bello così.

Non si tratta di asocialità, ma del suo esatto opposto: un momento di fusione mentale e fisica che rasenta la configurazione di un amplesso di gruppo in cui si condivide una passione, uno spazio ristretto e il medesimo istinto all'espressione corporea.
Paradossalmente, il pogo rischia di rappresentare un contesto di espressione ideale per la parità di genere, a patto che si rispettino le regole non scritte del galateo del mosh pit: niente colpi bassi, niente sgambetti, niente accessori appuntiti. A queste regole di base aggiungiamo, ovviamente, niente molestie sessuali, palpeggiamenti e similia.
In fondo, siamo tutti sottopalco a spintonarci per goderci la musica e per strappare all'universo in declino un attimo di completa gioia. Vogliamoci bene nel farlo.

Tag: opinioni

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