È giusto provare fastidio se le band che disprezziamo hanno successo?

29/06/2017

Ognuno ha i suoi gusti e vede la propria passione per la musica come un qualcosa dal valore univoco e universale, come se ciò che ascolta fosse il meglio del meglio possibile. E fin qui, nulla da obiettare: la musica è una vocazione, sia per chi la segue che per chi la fa, e le preferenze personali rientrano in qualcosa che sta sopra il puro giudizio critico: è una sorta di fede che mescola un credo chiaro e intoccabile a un sentimento più decisamente materiale di possesso e fruizione, un po’come il tifo calcistico o la predilezione per un certo tipo di cucina. La cosa più difficile da comprendere è perché ci siano persone che se la prendono in modo esagerato se una band che non rientra nei loro canoni di bellezza riscuote un grande successo. Attenzione: qui non si sta parlando di critica, ma dell’inesorabile fastidio che si prova nel vedere il successo di artisti che si considerano non meritevoli di suonare neppure gratis. E comunque, anche per la critica, è bene ricordare che quella argomentata è sempre ben accetta, quella basata su una particella elementare della materia di cui è fatto un gruppo evitabile, quella che nasce sul nulla soltanto perché ci va di farla deprecabile.

 

 

Per tentare di capire le motivazioni che spingono alcuni a provare un gran prurito se l’artista che sta scalando le classifiche corrisponde al loro apice di riprovazione, bisogna innanzitutto chiarire quali sono i soggetti a rischio di questo fastidio che può diventare morboso fino all’ossessione: innanzitutto ci sono i nostalgici, quelli che dopo gli anni novanta non è stato prodotto nulla di buono, che ai tempi miei il rock era un’altra cosa, che i gruppi indie erano indie e che hanno visto concerti che tu non potrai vedere. E te lo fanno pesare. Generalmente provano fastidio per tutto ciò che è nuovo, trovando tutto estremamente derivativo e individuando immediatamente l’artista cui la band si ispira: questo già lo faceva tizio nell’84, quest’altro imita caio nel look che adottò nel ’79. Per loro, la musica è finita, gli amici se ne vanno e si potrebbe tranquillamente chiudere baracca e dedicarsi soltanto alle ristampe. Nostalgia canaglia al quadrato.

 Ci sono poi i rosiconi, quelli che ci hanno provato o ci stanno provando ma non riescono a superare le 1000 visualizzazioni su Youtube: per loro, musicisti veri, non si spiega il successo di band considerate inconsistenti e prive di valore intrinseco, tutta colpa dei poteri forti ma, parafrasando uno che di poteri forti ne sapeva a pacchi, l’hype logora chi non ce l’ha. Un po’ come quando, a scuola, sceglievi la traccia del tema più sofisticata e ti scervellavi nella ricerca di una terminologia raffinata ma non ridondante, e poi arrivava quello che svolgeva la traccia più facile snocciolando ovvietà e vincendo a mani basse, e tu un po’ morivi dentro. E allora via a critiche e post velenosi su quanto siano scarsi i gruppi del momento, alternando slanci rabbiosi a momenti di malinconia in cui condividono la loro musica in cerca di coccole.

Non mancano all’appello gli integralisti, quelli che la musica buona è per pochi e in fondo è giusto che la massa segua tendenze deprecabili. Sono assolutamente consapevoli che la loro band di riferimento non avrà mai successo, e un po’ ne sono anche fieri, ma al tempo stesso non resistono dall’attaccare, dall’alto del loro snobismo iperselettivo, chi riesce a vendere grazie a brani che loro non ritengono assolutamente all’altezza. In questi casi, gli elementi attraverso i quali si manifesta il disprezzo sono due: 1)l’ironia 2)il disprezzo.

Infine, chiuderei questa breve classificazione con gli ipertecnici, i paladini del virtuosismo che aborrono le cose semplici e lineari a favore di scelte barocche e attenzioni maniacali alle dure regole dello spartito. Per loro una canzone di tre accordi è inammissibile, una base registrata fa sanguinare le orecchie, una voce non impostata è peggio dell’urlo dell’arrotino che passa sotto casa per affilarti i coltelli. Coltelli che lancerebbero volentieri contro le band che, non rispettando minimamente i canoni netti e precisi dell’educazione musicale, scalano le classifiche con dischi che chiamarli dischi è per loro già una gentile concessione. L’unica. Abituati a condividere sui social robe che definire per pochi è un eufemismo, lasciano che la loro bacheca ospiti l’ultimo video del gruppo del momento soltanto per dire quanto sia improbabile una roba del genere. Spesso ne ridono. Fanno battute. In realtà soffrono moltissimo.

Dopo questa breve panoramica, resta da stabilire se sia giusto o meno provare fastidio se una band che detestiamo ha successo, se sia corretto che la pacifica filosofia del vivi e lascia vivere si trasformi nel deridente sfottò del chitteseccetera, che i nervi si aggroviglino mentre ovunque risuona quella canzone e proprio non ce la fai, gli occhi si stringono diventando due piccole fessure intrise di sgomento e i denti si serrano in una smorfia di disappunto: devi scrivere qualcosa, devi condividere il tuo dolore sui social, è quasi un dovere morale, sei un paladino del buon gusto, l’ultimo difensore della musica di qualità pronto a lottare contro le avversità provocate da un ignobile album. Io non sono portata a condividere cose che non mi piacciono per dire che non mi piacciono, non credo di averlo mai fatto, ma esistono persone che non possono farne a meno e mi pare necessario tentare di comprenderli, perché sono in mezzo a noi e si moltiplicano a velocità siderali.

Ma tentiamo di rispondere alla domanda da cui tutto questo è partito: non credo sia giusto prendersela se un gruppo che riteniamo scadente abbia il suo momento di gloria, è sempre accaduto e continuerà ad accadere, certo ora tutto è amplificato dai social, dalle centinaia di commenti al vetriolo postati sotto un video o una notizia che espone quanto tale artista sia sulla cresta dell’onda, ma a chi giova tutto questo odio? Parlarne male ci farà sentire meglio o limiterà il seguito di quell’artista? È più facile che avvenga il contrario: ci spelliamo i polpastrelli per scrivere cattiverie o battute pungenti quando potremmo dedicare quel tempo alla promozione di ciò che riteniamo meritevole di essere ascoltato. E, che se ne parli bene o male, facciamo comunque pubblicità a ciò che vorremmo scomparisse dal panorama musicale attuale. In fondo, in un mondo fatto di infinite produzioni musicali diffuse in modo capillare, affiancate dall’espressione libera e incondizionata dell’opinione di chiunque dovunque, determinare un concetto base di qualità diventa un’equazione irrisolvibile, un elemento che perde qualsiasi appiglio oggettivo di fronte a milioni di punti di vista che si danno battaglia quotidianamente sui social. E allora sì alle critiche, sacrosante, ma niente sangue amaro: perdere la salute dietro alla band che ti propina il nuovo tormentone estivo non fa bene a nessuno. Sopportate con dignità la radio, le pubblicità, le playlist offerte dalle piattaforme digitali, e rifugiatevi serenamente tra le produzioni che amate di più. E viva la musica.

Tag: polemiche polemica opinioni

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Commenti (14)

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  • Michele Picaro 2 mesi fa @michele.picaro

    Va bene, vediamo...per l'anno 2017
    Mi sveglio con lo stereo a palla della tizia di sopra che riproduce Despacito (o come cavolo si scrive) dal cd, entro in auto e parte Despacito in radio, arrivo al mare e parte Despacito ogni 3-4 brani simili a Despacito, vado ad una festa e riparte Despacito, torno dalla festa e in auto, dalla radio, riparte Despacito. Devo continuare?
    Questo è uno di quegli aspetti non presi in considerazione nell'articolo.
    Io non me la prendo con l'artista ne col brano ma col sistema che mi impone quel maledettissimo brano propinandomelo a lavaggio del cervello per impormelo.
    Alla fine tu, che detesti quel genere, improvvisamente ti fai schifo da solo perchè te lo ritrovi a girarti in mente e/o addirittura a canticchiarlo involontariamente.
    Ma perchè ti rimane in mente? Perchè è un bel brano o perchè l'ho dovuto sentire mille volte al giorno?
    Allora un bel giorno ti fermi, metti da parte i pregiudizi, e lo ascolti con orecchio critico e costruttivo. Dopo 2 minuti di giri stupidi, banali e sempre uguali, dopo aver capito che i peli sul braccio non si rizzano manco se ti passano il ghiaccio sulla schiena arrivi alla conclusione che forse a sti tizi gli fanno fare i soldi ma non lo meriterebbero per niente.
    C'era anche in passato, ovvio. Il problema è che forse negli ultimi anni è diventato l'unico modo di produrre musica.
    E' forse un caso che stanno morendo tutti i grandi artisti e si ha la sensazione che non siano rimpiazzati dai nuovi?
    Faccio molta fatica a pensare che un Despacito possa rimanere nella storia come Shine on you crazy diamond.
    Dai...siamo realisti! I rosiconi ci stanno, l'invidia è un bruttissimo male ma va affrontato anche il discorso in maniera forse più macroscopica e sociale.
    Io mi sono fatto la mia opinione. I produttori hanno una grossissima responsabilità nel guidare la cultura musicale e quindi la società. Possono alzarne la qualità generale o abbassarla fin sottoterra continuando beatamente a vendere milioni di dischi con i Pink Floyd, i Led Zeppelin o un Despacito qualsiasi. Ma non venite a paragonarmi sti brani perchè da musicista ed ascoltatore non lo posso accettare.
    P.s. Ho cercato di rimanere gentile

  • mauro merra 2 mesi fa @dydmab

    sono d'accordo con te Michele ,e se leggi i miei post diciamo le stesse cose in lettura diversa ... e' una responsabilita' dei produttori , despacito ha un giro semplice che diciamolo , tutti possiamo creare un despacito ... e' semplice parla d'amore e mirato ai ragazzini ... che non siamo piu' noi che ascoltiamo buona musica o addirittura la creiamo . Iglesias e' un figo e' gay e' figlio di uno piu' grande di lui che anche attualmente lo schiaccerebbe , il grande JULIO ... che nella musica leggera straniera era il top insieme a BARRY WHITE che faceva dance di allora ... la canzone e' diventata una caramella da vendere , semplice e gustosa con una bella carta da scartare ... noi restiamo nel nostro mondo ... quello e' gia' finito , se tu fai una bella canzone al di la' della tua immagine , se la ricorderanno lo stesso , perche' la canzone e' bella davvero , non frivola e per un estate ...che dici?tu andresti a vedere un concerto di BUGO , ROVAZZI O GABBANI? pensa che ho fatto un test ... una volta venne Gabbani nel mio centro commerciale ,chiesi alla gente se lo conoscevano ... bhe' nessuno sapeva chi fosse , l'anno successivo lo conoscono per via della scimmia , che a parer mio se non fosse stata finta mi sarei inchinato del suo genio , doveva prenderla vera e ammaestrata ..chi e' Gabbani ? com'e' uscito veramente ? quale percorso artistico ha dietro ???? non credo sia una persona stupida , ma come dice RACHAEL A BATMAN "NON E' CHI SEI ...MA E' QUELLO CHE FAI CHE TI QUALIFICA ".comunque ... Ciao

  • MaxGit 2 mesi fa @MaxGit

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  • Ivano Andreini 2 mesi fa @studiocasasubbiano

    Provare fastidio se le band (o qualsiasi altro soggetto) che disprezziamo hanno successo, mi pare, a mio convinto parere, un sentimento misero, in quanto, se veramente provato, implica la preoccupante mancanza di alternative maggiormente utili e costruttive su cui rivolgere le proprie energie.

  • Paolo Bi 2 mesi fa @kandinskirecords

    Ai musicisti che mi chiedono consiglio per cercare una via per emergere dal branco dico sempre una cosa : la strada per il successo ( o almeno quel minimo di visibilità che permetta di dare un senso a quello che facciamo) è strettissima. 20-30 anni fa il "concorso" per diventare "professionisti" assumeva una ventina di nomi l'anno e a partecipare erano qualche migliaio Oggi c'è forse un posto disponibile ogni lustro e gli scritti sono decine di migliaia. Non basta una dote di eccellenza per entrare in graduatoria bisogna averle tutte e quando dico tutte intendo dalla capacità di scrittura al fisique di role; dalla possibilità di sostenere economicamente gli sforzi necessari alle doti tecniche; dalla capacità di essere "ruffiani" con le persone giuste a quella di essere in grado di interpretare il momento e cogliere l'attimo ( a voi trovarne altre ). E' scontato che alcune di queste "doti" diano fastidio ed anche a me lo danno ma è una questione di gusto assolutamente soggettiva. Il problema stà in un pubblico ed un sistema che premia ( e richiede ) alcune di queste cose. ( se pensate che i Talent siano la Morte Nera il problema non è chi li fa e chi li vince ma il pubblico che li premia)

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